Di  Mercè Rodoreda(1908-1983)ho parlato a proposito de La piazza del diamante.
Stregato dalla scrittura rodorediana, mi son procurato altri due romanzi.
Ho concluso la lettura de Il giardino sul mare del 1967.
La narrazione è affidata ad un vecchio e saggio giardiniere che sa intrecciare pazientemente la vicenda umana di tre famiglie, tra cui la propria, con la stessa costanza con cui cura il giardino sul mare di proprietà dei signorini Rosamaria e Francesc, la cui villa,  nel mese di giugno, a partire dalla festa di San Giovanni, si anima della presenza di amici fuori dal comune, per gusti e scelte di vita: tra gli altri Feliu Roca e gli esperimenti di pittura per ritrarre il mare nelle sue proteiformi cangianze, cui fanno eco gli scimmiottamenti di Eulalia, che infine riesce a sfondare come pittrice, la sarta Maragda, personaggi comunque di cui il protagonista-narratore è curioso, infatti non è un caso che, nell’incipit del romanzo, esordisca con “A me è sempre piaciuto sapere cosa succede alla gente, e non perché sia un ficcanaso…È perché voglio bene alle persone, e ai padroni di questa casa volevo bene davvero”.
La curiosità del vecchio giardiniere non si limita ai signorini, ma si estende alle figure minori che animano la casa o gravitano attorno ad essa, come la Quima, pettegola e fonte di notizie sui movimenti dei padroncini, o la Miranda, sensibilissima a ogni uomo che incontra.
Alla storia di Rosamaria e Francesc si lega quella del signor Bellom e della figlia Maribel, il cui marito, Eugeni, è stato il grande amore di Rosamaria.
O sarebbe più esatto affermare il contrario.
A rendere più intricata la vicenda si aggiungono i genitori di Eugeni che, dopo il matrimonio di Rosamaria e Francesc, piangono la straziante assenza del figlio; Eugeni, infatti, dopo lo scacco, fugge via e promette che tornerà fra cinque anni per riprendere con sé l’amata Rosamaria.
Eugeni torna e, come quasi tutti gli altri personaggi, instaura una profonda relazione d’amicizia col giardiniere, stupendolo continuamente con le sue sortite adolescenziali e al contempo affettuose.
L’ingresso sulla scena dell’Eugeni avvia il romanzo allo splendido e non banale epilogo.
Il vecchio giardiniere è testimone di tutte le storie, ne diventa ascoltatore e custode, riservando poco spazio alla sua storia personale, autenticamente intensa; la morte della moglie Cecilia l’ha, infatti, profondamente cambiato: “Lei non era una donna. Non si può spiegare. Era una tenerezza”.
Presumibilmente la Rodoreda, attraverso il giardiniere-narratore, ha voluto rappresentare la vicenda di chi, avendo subito una perdita insostituibile, non sceglie il lasciarsi vivere passivamente in balia degli eventi, ma opta per una via, una fra tante, infatti i fiori e gli altri esseri umani diventano la sua passione, gli uni nel mutare dei colori e nel costante avvicendamento di floridezza e decadenza, gli altri nel loro farsi storia irripetibile e unica, nel sorriso e nella lacrima, nell’adesione sincera al destino, sfidandolo o arrendendovisi.
Un modo per aggrapparsi perché sotto c’è il mare?
In tal senso risulta indicativo il titolo del romanzo: il giardino, a livello metaforico, alluderebbe alla possibilità di continuare a motivare la propria vita con l’impegno per gli altri, anche soltanto nell’ascoltarli, mentre il mare rappresenterebbe l’avventura indefinita, la sfida, il mistero dell’ignoto e il pericolo.
E se fosse vero il contrario?
Vive davvero chi si chiude in un giardino? Esso evoca i limiti, la chiusura, la protezione dall’esterno e, a volere essere cattivi, un mondo dorato, fatto sì di alternanza vita-morte per l’alternarsi delle stagioni, ma comunque prevedibile nella necessaria mutevolezza.
Il mare, al contrario, spinge al largo, le sue onde come dita indicano l’orizzonte che si congiunge, con una straordinario gioco ottico, all’altro indefinito, il cielo.
A livello stilistico Mercé Rodoreda si conferma, per il mio gusto personale, una scrittrice sapiente, sia quando descrive, e nel Giardino avviene per il tramite del narratore-testimone-protagonista, sia quando fa parlare i personaggi attraverso dialoghi capaci sia di toccare le più profonde pieghe del cuore umano, sia di redimere il banale quotidiano, che poi non lo è mai, dall’anonimato senza voce.
Hanno voce i fiori con le loro fragranze, le scaglie del mare in tempesta o le carezze della bonaccia, la scimmia Titì e le sue teatrali monellerie, l’usignolo che da generazioni stende col suo canto un velo di solidarietà sulle vicende dei personaggi, ma il locus privilegiato del romanzo rimane comunque il giardino, custode silenzioso dei destini dei personaggi e perché no di noi lettori.