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Ho atteso impazientemente Baarìa di Tornatore; dopo l’ansia dell’aspettazione il godimento è stato superiore alle aspettative.
Personalmente considero il film uno scrigno prezioso di lingua e di tradizioni siciliane che, direttamente o indirettamente, evocano gran parte della mia memoria familiare.
Ne restano frammento e testimonianza alcuni modi di dire, che talvolta emergono dalle sempre più rade oasi di epifanie del parlato popolare, e qualche fotografia in bianco e nero; Baarìa dà loro voce e cadenza, carne e presenza, ne modula il canto e i colori, i profumi e le espressioni.
Ma la cifra fondamentale del film va ben oltre le personali nicchie autobiografiche di ritrovamento della memoria personale di lingua e di vissuto e penso che la medesima considerazione si possa fare per il regista: Baarìa non si può inscrivere nel cerchio dell’egotismo memoriale puntellato da attacchi di nostalgia o di volontà di ritorno ad un passato edenico e tranquillante in funzione contrastiva con un presente caotico e disorientante e, se può esserlo, lo è a titolo esclusivamente personale.
Baarìa è invece un affresco storico, politico e umano della Sicilia dagli anni del fascismo almeno fino alla fine degli anni ’60; la riflessione storica e metastorica sul cinema come metafora del mondo in movimento, che caratterizza Nuovo cinema paradiso e L’uomo delle stelle, non è più pretesto per la rappresentazione drammatica, ma scaturisce dal plot stesso e, rispetto ai due film precedenti, essa non esaurisce i significati, che stavolta si svelano attraverso uno straordinario dialogo tra passato e presente. La medesima struttura del film, frutto della genialità del regista, costituisce l’ossatura del ponte tra i due momenti: il bambino sovversivo, che giunge in ritardo a scuola e che per la sua negligenza-povertà di mezzi si busca le mani della maestra fascistissima e finisce in castigo dietro la lavagna(da qui ha inizio la storia) lo ritroviamo nell’epilogo del film con il medesimo atteggiamento disorientato e straniato, una cucitura cinematografica che assomiglia tanto a quella storica, del passato e del presente.
Un presente di cemento e automobili, di spersonalizzazione e di cinismo.
Tornatore passa al setaccio la storia politica italiana dalla finestra di Baarìa e sceglie i luoghi in cui articolarla: la piazza e le strade, la casa e la chiesa, la scuola e le sedi del potere, la campagna e il mare, la villa con i mostri.
C’è, insomma, una topica dei luoghi che è anche articolazione di significati: l’obbedienza cieca al duce e la violenza della maestra che catechizza i suoi alunni e addita alla scolaresca il sovversivo, la tragica parentesi del secondo conflitto mondiale e l’insensatezza della leva con l’appendice della liberazione americana, la democratizzazione, pur sempre fascistoide, della Sicilia post-bellica e l’organizzazione dal basso del partito comunista con la lotta dei contadini per strappare le terre ai mafiosi e il tentativo del protagonista di diventare un politico che conta, dimidiato tra l’amore per la famiglia e i figli(una squadra di calcio!) e i dettami del partito bolscevico, la frammentazione della politica in una miriade di partiti e partitini, di correnti e schieramenti su uno scenario dove dominano la piazza e le parole d’ordine, il controllo dei voti e la doppiezza diplomatica, e poi ancora la corsa per mettersi al passo col boom economico degli anni ’60 e la scuola delle nozioni, in cui conta davvero un pezzo di carta, i primi rigurgiti di protesta giovanile e d’emancipazione femminile, le prime manifestazioni di un fare politica come carriera e poltrona, come immagine e propaganda personalistica.
Per ogni luogo-tema un simbolo: il saluto romano e la canzoncina pro patria, il soldato e il dollaro, la croce e la falce e il martello, i manifesti elettorali e i palazzi del potere, l’automobile e la minigonna.
E poi i simboli poetici: l’orecchino perduto e ritrovato, la trottola e la mosca, i caddozzi di salsiccia e il grasso spacciato per arrosto per nascondere la povertà, le olive e gli agrumi, i baaresi in posa davanti a un pittore per un affresco sulla volta della chiesa e le esclamazioni di una timorata di Dio, Guttuso e il polpo, il sangue di un bovino che riempie lo schermo e il sangue caldo bevuto come se fosse latte o acqua, il ballo tra pari di sesso e l’irrompere dello ye-ye liberatorio.
Tutto ciò il regista lo realizza con il ricorso alla poesia del dialetto e del paesaggio siciliano, della bellezza e del calore isolano, con immagini di violenza antropologica e storica, di bontà e di generosità, di ignoranza e di volontà di riscatto.
Per due ore lo spettatore ride e riflette, contempla e sogna, ricorda e riordina la memoria, si libra in volo e cade in picchiata come sempre condotto, per la mano e per il cuore, dalla genialità artistica di Giuseppe Tornatore; non c’è fotogramma che non meriti attenzione, perciò non solo rivedrò il film al cinema, ma in futuro ne acquisterò il dvd per ri-gustarlo tutte le volte in cui la personale memoria linguistica dialettale manifesterà segnali di cedimento.
Qualche critica, invece, la merita per la scelta del cast: grandiosi Angela Molina, Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Lina Sastri, Ficarra e Picone, assolutamente inadeguati Raoul Bova e Monica Bellucci, una punta di divismo che nuoce alla coralità della recitazione.
La musica di Ennio Morricone in perfetta intonazione con le scene.

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Ho atteso impazientemente Baarìa di Tornatore; dopo l’ansia dell’aspettazione il godimento è stato superiore alle aspettative.
Personalmente considero il film uno scrigno prezioso di lingua e di tradizioni siciliane che, direttamente o indirettamente, evocano gran parte della mia memoria familiare.
Ne restano frammento e testimonianza alcuni modi di dire, che talvolta emergono dalle sempre più rade oasi di epifanie del parlato popolare, e qualche fotografia in bianco e nero; Baarìa dà loro voce e cadenza, carne e presenza, ne modula il canto e i colori, i profumi e le espressioni.
Ma la cifra fondamentale del film va ben oltre le personali nicchie autobiografiche di ritrovamento della memoria personale di lingua e di vissuto e penso che la medesima considerazione si possa fare per il regista: Baarìa non si può inscrivere nel cerchio dell’egotismo memoriale puntellato da attacchi di nostalgia o di volontà di ritorno ad un passato edenico e tranquillante in funzione contrastiva con un presente caotico e disorientante e, se può esserlo, lo è a titolo esclusivamente personale.
Baarìa è invece un affresco storico, politico e umano della Sicilia dagli anni del fascismo almeno fino alla fine degli anni ’60; la riflessione storica e metastorica sul cinema come metafora del mondo in movimento, che caratterizza Nuovo cinema paradiso e L’uomo delle stelle, non è più pretesto per la rappresentazione drammatica, ma scaturisce dal plot stesso e, rispetto ai due film precedenti, essa non esaurisce i significati, che stavolta si svelano attraverso uno straordinario dialogo tra passato e presente. La medesima struttura del film, frutto della genialità del regista, costituisce l’ossatura del ponte tra i due momenti: il bambino sovversivo, che giunge in ritardo a scuola e che per la sua negligenza-povertà di mezzi si busca le mani della maestra fascistissima e finisce in castigo dietro la lavagna(da qui ha inizio la storia) lo ritroviamo nell’epilogo del film con il medesimo atteggiamento disorientato e straniato, una cucitura cinematografica che assomiglia tanto a quella storica, del passato e del presente.
Un presente di cemento e automobili, di spersonalizzazione e di cinismo.
Tornatore passa al setaccio la storia politica italiana dalla finestra di Baarìa e sceglie i luoghi in cui articolarla: la piazza e le strade, la casa e la chiesa, la scuola e le sedi del potere, la campagna e il mare, la villa con i mostri.
C’è, insomma, una topica dei luoghi che è anche articolazione di significati: l’obbedienza cieca al duce e la violenza della maestra che catechizza i suoi alunni e addita alla scolaresca il sovversivo, la tragica parentesi del secondo conflitto mondiale e l’insensatezza della leva con l’appendice della liberazione americana, la democratizzazione, pur sempre fascistoide, della Sicilia post-bellica e l’organizzazione dal basso del partito comunista con la lotta dei contadini per strappare le terre ai mafiosi e il tentativo del protagonista di diventare un politico che conta, dimidiato tra l’amore per la famiglia e i figli(una squadra di calcio!) e i dettami del partito bolscevico, la frammentazione della politica in una miriade di partiti e partitini, di correnti e schieramenti su uno scenario dove dominano la piazza e le parole d’ordine, il controllo dei voti e la doppiezza diplomatica, e poi ancora la corsa per mettersi al passo col boom economico degli anni ’60 e la scuola delle nozioni, in cui conta davvero un pezzo di carta, i primi rigurgiti di protesta giovanile e d’emancipazione femminile, le prime manifestazioni di un fare politica come carriera e poltrona, come immagine e propaganda personalistica.
Per ogni luogo-tema un simbolo: il saluto romano e la canzoncina pro patria, il soldato e il dollaro, la croce e la falce e il martello, i manifesti elettorali e i palazzi del potere, l’automobile e la minigonna.
E poi i simboli poetici: l’orecchino perduto e ritrovato, la trottola e la mosca, i caddozzi di salsiccia e il grasso spacciato per arrosto per nascondere la povertà, le olive e gli agrumi, i baaresi in posa davanti a un pittore per un affresco sulla volta della chiesa e le esclamazioni di una timorata di Dio, Guttuso e il polpo, il sangue di un bovino che riempie lo schermo e il sangue caldo bevuto come se fosse latte o acqua, il ballo tra pari di sesso e l’irrompere dello ye-ye liberatorio.
Tutto ciò il regista lo realizza con il ricorso alla poesia del dialetto e del paesaggio siciliano, della bellezza e del calore isolano, con immagini di violenza antropologica e storica, di bontà e di generosità, di ignoranza e di volontà di riscatto.
Per due ore lo spettatore ride e riflette, contempla e sogna, ricorda e riordina la memoria, si libra in volo e cade in picchiata come sempre condotto, per la mano e per il cuore, dalla genialità artistica di Giuseppe Tornatore; non c’è fotogramma che non meriti attenzione, perciò non solo rivedrò il film al cinema, ma in futuro ne acquisterò il dvd per ri-gustarlo tutte le volte in cui la personale memoria linguistica dialettale manifesterà segnali di cedimento.
Qualche critica, invece, la merita per la scelta del cast: grandiosi Angela Molina, Francesco Scianna, Margareth Madè, Nicole Grimaudo, Lina Sastri, Ficarra e Picone, assolutamente inadeguati Raoul Bova e Monica Bellucci, una punta di divismo che nuoce alla coralità della recitazione.
La musica di Ennio Morricone in perfetta intonazione con le scene.

Una "ruina"

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Il cemento su un corso d’acqua interrato.
Ecco il risultato!
(La foto è di un conoscente)

contemplo la potenza

Un rosso di geranio contempla i detriti.

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 Un rosso di geranio tra foglie di basilico.

L'albero e la montagna

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Quando l’istinto si pianta prepotente nel cranio, bisogna assecondarlo.
È così che ieri, terminate le lezioni, dopo aver percorso un tratto con l’automobile e avendo constatato un tappeto di metallo assordante per tutte le vie di fuga, sono tornato nuovamente a scuola, ho depositato il mezzo in un luogo tranquillo e ho scelto il bus.
Nel giro di tre quarti ho raggiunto l’altra parte di Palermo.
Attualmente l’azienda trasporti non naviga in acque tranquille, tant’è che ha ripescato dal deposito macchine un po’ datate, rumorose, dove i segni dell’inciviltà dei cittadini sono palesi.
Tuttavia l’autobus presenta un vantaggio spesso sottovalutato: nella sfortunata ipotesi che il traffico sia congestionato, è sempre possibile scendere dal mezzo e avviarsi a piedi, anche quando diluvia, mentre, se si è con l’auto propria, non resta che subire passivamente la congestione.
Nel bel mezzo del nubifragio che ieri pomeriggio si è abbattuto su Palermo mi trovavo proprio su un mezzo pubblico; i nuvoloni e i tuoni fragorosi non mi hanno scoraggiato ed è stato ansiosamente poeticissimo attraversare le strade del centro storico sotto secchiate d’acqua scagliate con impeto dal cielo.
Qualcuno è salito soltanto per sottrarsi alla furia dell’acqua.
Giunto a destinazione, ero ancora più sereno, infatti aveva smesso di piovere.
Mi sono inerpicato tra i vicoli di corso Vittorio e ho raggiunto un Palazzo con gli attributi.
Una delle immense sale con gli affreschi e gli stucchi in attesa di restauro(che avverrà quanto prima) è adibita a palestra.
No, non pensate ad attrezzi, tapis roulant, cyclette, bicipiti e tricipiti come salumi nelle vecchie drogherie, culi sodi e tette al vento, tutine che soffocano il corpo e occhiali da sole!
È un luogo magicamente storico, fisico e spirituale.
Il pavimento, ricoperto da materiale gommoso, è tappezzato dai teli che ogni yoghista porta con sé.
Avevo già determinato che a settembre dovessi dedicarmi ad un’attività fisica, anzi psico-fisica.
Detto fatto.
Per me il tempo della palestra affannosa è finito, cinque anni sono stati più che sufficienti: guadagnavo nella forma fisica, ma il prima mi costava struggimento, lo struggimento della fatica, e a sera ero cera liquefatta.
Lo yoga mi pare più adatto ad un quarantenne.
Non è che non si fatichi, perché ci sono schemi di ginnastica che proprio non riesco a interiorizzare, e inoltre mi ritrovo rivoli di sudore che colano da ogni parte, mentre sembra di essere stati immobili.
Tra gli asana(posture) per me più difficoltosi ci sono l’albero e la montagna, ma mi sfiderò, contando sull’aiuto della maestra che è gentilissima, corregge delicatamente, ma non ti schiaccia con fare saccente, come sono abituati a fare gli istruttori delle palestre, ribattezzati da alcune amiche con la sigla M.M. N.C., molti muscoli, niente cervello o, nella versione trash, molta minchia, niente cervello.
Mentre si yoga, ognuno svolge l’attività e si fa i cazzi propri.
L’unico imbarazzo è nello spogliatoio.
Promiscuo.

Settembrini

settembrini

Mi piacciono molto i settembrini, sebbene siano inodori; i mazzi sono prepotentemente maestosi e assomigliano ad una capigliatura riccioluta e crespa. Oltre che bianche, le corolle possono essere lilla; il vecchio vivaista, presso il quale mi fornisco, mi ha assicurato che fra qualche giorno li troverò.

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Su una delle fioriere è spuntata questa verdura, di cui non ricordo il nome. Come il basilico, anch’essa un’intrusa portata dal vento che s’è ricavata uno spazio tra i gerani. Ha anche dei boccioli, che fanno iconizzare un giallo.

giorno2

 Ho acquistato la raccolta dei poemetti di Simon Weil, scrittrice cristiana ed ebrea. L’apprezzo di più come prosatrice, ma qualche stanza merita di essere letta. Ecco il suo “giorno” con i colori dell’alba di stamattina.

Giorno che nasci, colmo di rugiada,
così chiaro nell’anima e nei cieli,
tutto questo splendore che si posa ovunque
come una carezza
limpido a noi sarà di tenerezza.
La sera che l’aria fluida ha traversato
ne colmerà l’umido prato.
Ma prima ancora che la notte scenda,
e in mezzo a noi calma si stenda,
o giorno, come sarai sporcato!
(Simone Weil, Poèmes,  tratto da A un giorno, 1968)