La democrazia, se si sta alla definizione di Norberto Bobbio, è ammalata in Italia.
Tra poco sarà un’inferma.
Il virus che la minaccia si nutre delle viscere dei cittadini e si annida nascostamente nel quotidiano.
Anche nella scuola.
Constato mestamente che ai giovani interessa poco la prassi democratica.
Si sa che gli ultimi giorni di ottobre sono dedicati alle elezioni di alcune componenti degli organi collegiali, che vedono protagonisti genitori e allievi.
Le urne dei primi pressochè vuote.
Tra gli alunni del liceo dove insegno stamani si respiravano euforia e rassegnazione, lottavano disincanto e fastidio.
Un’occasione di democrazia partecipativa per pochi.
Una perdita di tempo per molti, una giornata persa, un oggi non abbiamo fatto niente.
Non credevo alle mie orecchie.
Probabilmente si è incastrato un quid nel congegno democratico che fa inceppare tutti.
O noi insegnanti dovremmo rivedere un po’ il nostro modo di agire democratico in classe, spesso declinato come “lascia fare, lascia passare” dalla cultura sessantottina, e riportarlo alla fonte originaria, a quei pochi ingredienti utili per costruire un partecipiamo tutti insieme alle decisioni.
Che ho, invece, sotto gli occhi?
Baraonda tra i corridoi, aule trasformate in set fotografici, effusioni sentimentali degne dei migliori gatti del quartiere, errori nell’interpretazione dei verbali, ri-votazioni.
I professori, poi, non sappiamo che cosa rispondere alle innumerevoli astrusità del burocratese dei decreti delegati.
Se qualcosa si è inceppato nel congegno, non si può tuttavia sostituire la macchina della democrazia.
Qualche retrivo lo desidererebbe con tutto se stesso.
La prassi democratica non è un’automobile da rottamare o un vestito fuori moda da donare a un centro di accoglienza.
Si tratta di uno strumento, e di un fine, acquisito.
Inalienabile.

Mezzogiorno d’ottobre

Mezzogiorno d’ottobre
 
Le piogge hanno raso la terra e mondato le chiome attorte nelle viscere.
Il fiume Oreto, silenzioso e stagnante, s’è svegliato gonfio di fecondità che corrono al mare, s’increspano al turbinio del vento, seppellendo il muschio delle sponde di cemento.
La terra ha taciuto le sue doglie e sgrava sul golfo una conchiglia liquefatta di fango.
Un limite giallognolo circuisce l’azzurro e il marrone.
Vele ardimentose stracciano il loro volo di bianco, prodighe al mare e al cielo.
Gabbiani bestemmiano i loro gridolini sulle grondaie.

La contessa di ricotta

Si legge d’un fiato La contessa di ricotta di Milena Agus e non perché il libro affronti temi inconsistenti; il pregio è sicuramente nella scrittura briosa e ironica, cristallina e piana.
La contessa di ricotta non può essere definito un romanzo; se lo fosse, lo si dovrebbe qualificare come breve, né trattasi di un racconto breve, perché, pur nella stringatezza del tessuto narrativo, il libro della Agus crea l’atmosfera di un romanzo.
La scrittrice sapientemente trae dall’argilla di un vissuto qualsiasi, di per sé insignificante, che sarebbe potuto diventare anche altro da ciò che leggiamo, un manufatto pregevole, infatti non racconta per intero la storia, ma nello spaccato che propone c’è tutta la vicenda delle tre protagoniste, tre sorelle, Maddalena, Noemi e la terza, chiamata appunto la contessa di ricotta.
Sono tre donne ognuna con una marca caratteristica: Maddalena, sposata con il focoso Salvatore, desidera ardentemente un figlio, Noemi, giudice, impegnata a far quadrare i conti, materiali e spirituali, della sua visione sistemica della vita, e la contessa di ricotta, che in quanto tale non può considerarsi un formaggio doc, ma uno scarto del latte, se è vero che la ricotta si ottiene dal siero.
ricottaIl carattere della protagonista è acquoso e fresco come la ricotta, infatti «tutta la realtà fa male al suo debole cuore, anche lui di ricotta»; la contessa ha una laurea che non sa sfruttare, infatti non porta a termine le supplenze a scuola e per panico non si presenta al concorso a cattedra. Non dissimile da lei è il figlio Carlino, sul cui fronte educativo sono impegnate anche le zie.
Di Maddalena e Salvatore il lettore visualizza spesso le performance erotiche, descritte con una maestrìa fuori dal comune; di Noemi il suo amore per l’arte e la bellezza.
Le vicende delle tre sorelle vengono raccontate dalla Agus attraverso la tecnica dell’intreccio ad incastro con una focalizzazione centrata sul Palazzo nobiliare, visto come spazio vissuto, immaginato e desiderato e come metafora del cuore umano.
Il  lettore, ad un certo punto, si imbriglia così piacevolmente nella trama intessuta dalla narratrice che le riflessioni si coagulano spontanee.
Il libro è uno spaccato straordinario sul tema della sorellanza, ancora meglio su ciò che significa amarsi fra sorelle.
È altresì una non del tutto manifesta, e per questo più bella, riflessione sull’amore: è stolto pretendere che gli altri debbano amarci come noi vorremmo essere amati, quasi fosse una ricetta da seguire alla lettera o un protocollo da cerimonia.
La vita quotidiana, con tutto il carico delle frustrazioni, dei desideri, delle piccole gioie e delle sorprese, assume le movenze di una macchietta ironica e comica.
Della quale dovremmo anche sapere ridere.

medeaÈ raro che apprezzi la ri-scrittura di un mito, tanto più se si tratti di un mostro sacro della cultura occidentale. Ri-semantizzare un mito nell’ambito artistico comporta, infatti, un ri-crearlo, onde presentarlo con nuove fattezze e nuove suggestioni.
Tutti hanno familiarità con il mito di Medea.
Donna-madre, donna-sposa, fratricida e infanticida, traditrice della cultura paterna e, a sua volta, donna tradita.
Il mito è stato recentemente rivisitato dalla scrittrice tedesca Dea Loher(1964) e proposto sulle scene dal teatro Libero di Palermo.
L’ambientazione è nella grattacielica Manhattan: due immigrati, Giasone e Medea, sulle cui terga pesano delitti nefandi, l’uno non si capisce perché si sia sbarazzato della madre, l’altra del fratello(e questo il mito ce lo dice), giungono con il loro figlioletto in America e cercano di arrabbattarsi sfoderando le loro migliori armi.
Lui avventuriero, lei donna-passione, accecata dall’attaccamento a Giasone, ma di lui più propositiva.
Sullo sfondo il mito del denaro e dell’arricchimento, dell’arrivismo e della mimetizzazione sociale, della disonestà e dell’algidità sentimentale: tante solitudini si muovono tra la disperazione e l’esacerbazione dei propri bisogni.
Particolare l’inserimento di un travestito, personaggio che sembra avere capito il gioco e, perciò, si abbandona al disincanto della poesia.
Abile l’attrice che incarna Medea.
Pesante la fruizione.

L'italiano nel mondo

galileo_volanteL’immagine, meravigliosa davvero, è di  MARTA FARINA
 
Anche quest’anno ricorre la Settimana della lingua italiana nel mondo.  
L’edizione 2009, che è iniziata ieri e terminerà il 25 ottobre, si intitola "L’italiano tra scienza, arte e tecnologia": tema centrale sarà la creatività italiana nei campi dell’arte, della scienza e della tecnologia e il suo rapporto con la creatività linguistica, che nel corso della storia ha fornito molti contributi al patrimonio linguistico europeo e universale.
La professoressa Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca, nel corso di un’intervista a radiotre, ha evidenziato che mezzo mondo ci è tributario ancora oggi per l’uso delle parole italiane nel campo scientifico e  artistico.
E ciò viene ribadito nelle linee-guida del Documento illustrativo dell’Accademia in occasione dell’anno galileiano: “La storia della creatività e dell’operosità individuale nella società italiana trova pieno riscontro nella storia della nostra lingua. Anche questa è nata dalla potenza espressiva di individui d’eccezione, che hanno improntato di sé l’idioma quotidiano di una comunità particolarmente industre. Accadde a Firenze nel Trecento. E anche nei secoli successivi la nostra lingua è cresciuta attraverso l’opera assidua di altri individui geniali che continuarono ad arricchirla e regolarla, in assenza e in attesa, per molto tempo, dell’opera collettiva di una comunità di suoi parlanti. Furono spesso gli scienziati, gli artisti e i tecnici a darle, con le loro scritture, rigore e scioltezza insieme: primeggiano, in una lunga schiera, i nomi di Alberti, Leonardo, Michelangelo, Cellini, Galileo con i suoi molti allievi e seguaci, Cesi, Torricelli, Stelluti, Redi, Salvator Rosa, Magalotti, Algarotti, Vallisnieri, Spallanzani, Mascheroni, Volta, Canova.
Nel mio piccolo dedico il post alla memoria dell’umanista, prima che scienziato, Galileo Galilei e a tutti quelli che non fanno differenza fra scienza e humanae litterae.
Come se non fossero state bastevoli le sventure del processo, della condanna e della segregazione, Galilei dovette sopportare, da vecchio, anche la cecità.
Egli, che aveva spalancato con ardore sterminato le immense plaghe del cosmo, fu menomato in ciò che per uno scienziato è vitale: l’uso degli occhi.
 
Or pensi V. S. in quale afflizione mi ritrovo, mentre che vo considerando che quel cielo, quel mondo e quello universo, che io con mie maravigliose osservazioni e chiare dimostrazioni avevo ampliato per  cento e mille volte più del comunemente veduto da’ sapienti  di  tutti i secoli passati, ora per me s’è sì diminuito e ristretto, ch’è non è maggiore di quel che occupa la persona mia.
(Galileo Galilei, dalla Lettera a Elia Diodati, 2 gennaio 1638)