Tre cose

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1)La riforma sanitaria di Obama, il volto diciamo pubblico dell’assistenza sanitaria statunitense come monito all’Italia delle privatizzazioni selvagge.
2)Il volto delle ragazze di Teheran, ossia la rivendicazione delle donne iraniane di appartenersi.
3)La capacità di mobilitare masse di cittadini tramite internet, un esplicito riferimento al B-day.
Queste le tre cose da salvare secondo un eminente, e da me stimato, opinionista italiano.
Tuttavia una qualche fumosità, colorata politicamente, gli si può addebitare come critica.
A parte la terza cosa, lo sguardo del giornalista è infatti rivolto oltre i confini nazionali.
Prima che gli Usa di Obama a noi italiani, noi italiani siamo modello agli Usa di Obama dell’assistenza sanitaria pubblica.
O vogliamo sovvertire dati eminentemente storici?
Ancora oggi, con tutte le storture della sanità italiana, mi pare che a nessun cittadino sia richiesta una card assicurativa, affinché possa usufruire di una prestazione sanitaria.
E poi il volto delle giovani di Teheran, il legittimo diritto di autodeterminarsi concepito come ulteriore passo verso l’abbattimento delle culture arcaiche.
Ma tutte le culture arcaiche sono negatrici di diritti?
Soltanto il contemporaneo serba in sé il seme della libertà?
Ho provato a esprimere alla radio le mie critiche, queste critiche, partecipando con un’email.
Ma sono stato censurato.
Il conduttore si è limitato a dire che da parte di qualche ascoltatore sono emerse posizioni critiche.
Nient’altro.
La censura quindi appartiene anche a sinistra.
Mi chiedo poi se non ci sia in Italia qualche altra cosa da salvare.
Il mio pensiero corre ai volontari della Protezione Civile.
O abbiamo dimenticato che hanno rimosso macerie, salvato vite, spalato fango e incoraggiato gli sfollati?

"Come pietre nere sulla terra"

Family portraitLe poesie sono storie
che devono essere raccontate
 
Delle conchiglie a forma di lampada pendono dal soffitto a illuminare la sala quanto mai impersonale e anonima.
Un pannello di uomini famosi, sfregiato da un rosso politico che arranca nel suo grido, vigila come un angelo impotente sul poeta che ascolta, silenzioso, il processo benevolo dei relatori, che snocciolano campi semantici e iperconnotazioni, ascendenze letterarie e paternità.
Dal canto mio mi godo la poesia*, immobile su una sedia tremolante, tra le tante di varia fattura; ci sono quelle in plastica bianca che solitamente accolgono gli idolatri della tintarella negli stabilimenti balneari, le pieghevoli bas apri e chiudi, pronte a sgretolarsi se la soma è pingue, finanche delle sbiadite atelier.
Non c’è posto per tutti.
Un pollaio giulivo, che un galletto effeminato tenta di zittire, s’è sistemato su un divano in finta pelle roso dal tempo, sovrapponendosi ai relatori e all’attrice che modula pause e parole, dirige con la mano le inflessioni del cuore e le acutezze del logos.
Mi abbarbico così ad una di quelle lampade conchiglie, una è blu cobalto, per non mettere in fuga la mia attenzione.
Ogni tanto lancio ai volatili un’occhiata disgustosa per esprimere il mio disappunto, ma alla fine sibilo uno stridente sssssssssttt.
Davanti a me c’è pure un armadillo in cappotto grigio, che mi oscura l’orizzonte.
L’ancora è quella conchiglia cobalto.
La poesia* ama annicchiarsi nei vicoli delle città, in palazzi sfigurati dallo smog che amministratoruncoli tentano di cancellare a colpi d’ordinanze, tra occhi attenti ed emozionati e blateramenti di intellettualoidi smagriti da una cultura povera d’azione.
Per le strade del centro sfila un popolo di morti di fame che cercano rifugio nelle sale di un bingo o nelle offerte mirabolanti di un fiammante centro commerciale.
Un serpentone è in fila per il solito film nazional-natalizio, mentre io, stizzito, devo rinunciare a due film, uno mai giunto a Palermo, l’altro proiettato in periferia ad un orario impossibile.
E chissà in quale bigia saletta.
Con la poesia, però, mi sono ri-fatto.
 
 
*La silloge, pregevole, è del poeta Luca Spitalieri; il titolo è Come pietre nere sulla terra, edizione Manni. Ho intenzione di proporne qualcuna ai miei maturandi. Meritano di essere lette.
 
 

E come sempre a Natale mi scateno con le foto dei presepi. Più forte di me. So che l’argomento non è trend, ma chi se ne frega?
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Lavandare

 

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Al ruscello

 

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Al freddo e al gelo

 

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Tra i veli

 

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Tenero, eh?

 

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Plastico

 

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Coccolato dagli angioli… nel blu

Xenia di Natale

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Ranuncoli, iris e una stella scheggiata di giallo.Così ho voluto il bouquet di Natale.


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E questi da addentare a pranzo.
La mia madrina m’ha dato una ricetta per l’impasto di farina che è a prova di bomba.
Il ripieno con ricotta del pecoraro, grana e un dadino di speck.
Per siffatti panzerotti/ravioloni è sufficiente un condimento leggero.
Del pomodoro con foglia di basilico.
O una salsa di ortaggi.
Temo le critiche dei commensali.
 

Comunque sia, mi sono scialato a impastare. Le mani sanno ancora di farina. E mi piace.

Ottativo
Eppure una glaciazione di un anno occorrerebbe in Italia!
In Sicilia facciamo due, dato che lo scirocco è sempre in agguato!
Per non parlare della dura cervice sicula.
La neve serba in sé straordinari semi di opportunità.
Quanto meno costringerebbe a stare di più in casa a celebrare la dea lentezza, a confrontarci davvero con noi stessi e i nostri affetti, a usare meno gli altri, ad essere parsimoniosi nella spesa alimentare, a congelare le automobili e servirsi dei mezzi pubblici, pur con tutte le difficoltà del caso, a fare esercizio fisico spalando neve, a disertare i non-luoghi del consumismo, forse a renderci un po’ più civili sui marciapiedi!
E tante altre cose ancora.