Avatar

Avatar

Mi ha letteralmente folgorato il film Avatar.
Non alludo soltanto agli effetti speciali che strutturano indubbiamente il significato del film; è innegabile che essi coccolino, in qualche modo, la parte giocosa e fanciullesca di ognuno di noi.
Ci sono immagini, infatti, che s’imprimono indelebili sulla nostra memoria fantastica: le montagne fluttuanti, i semi degli alberi, simili a candide meduse, che volteggiano su Pandora, lo spazio extra-terrestre in cui è ambientata la storia, rami e foglie luminescenti, è il caso degli alberi sacri, la cui fisionomia richiama dei salici piangenti o dei glicini, il maestoso albero della vita, ricettacolo di energia, i vegetali retrattili che al minimo tocco si chiudono rapidamente per proteggersi, funghi alti quanto un albero terrestre, insetti danzanti, cani-puma-doberman ferocissimi, strane creature alate, a metà fra pegasi, pipistrelli e draghi, che stabiliscono un contatto neuronale con il Na’vi che le guida e si potrebbe continuare fino a scrivere un’enciclopedia mitologica pandoriana.
Ce n’è per tutti i gusti; molte creature sono una rivisitazione dei mostri della mitologia classica e della fiaba moderna, ma tutte sottoposte, insieme al mondo vegetale,  alle legge  che mantiene l’equilibrio naturale su Pandora.
Ecco è proprio questo il nocciolo della storia: l’equilibrio naturale e l’omeostasi tra gli abitanti, i Na’vi,  e la terra, Pandora, in cui abitano; si tratta di un mondo parallelo e antitetico al nostro, connesso intimamente alla Grande Madre, e proprio per questo motivo dotato di potere e forza fuori dall’umano.
Chi ne viene a turbare l’equilibrio?
Proprio l’uomo, la sua sete di ricchezza e di potere.
Da qui la guerra tra i Na’vi e l’arcitecnologico esercito terrestre, l’immancabile romanticume di una storia d’amore tra una creatura Na’vi e un essere umano, l’annientamento tentato, il messaggio di speranza.
Si capisce che la trama è esilissima, scontata e banale e s’inquadra nel nutrito filone del genere fantastico, che di solito detesto.
Tuttavia il mio plauso a Cameron scaturisce da una serie di considerazioni che il film innesca:
          Gli esseri umani stiamo annientando la nostra Grande Madre, la Terra.
          Una lettura del progresso, non nuova, come irreversibile allontanamento dalle origini ctonie dell’uomo come impasto di materia e pneuma.
          La capacità distruttiva dell’uomo; in Sicilia si dice “unni tocca, stocca”(dove tocca, spezza, distrugge).
          Il riconoscimento che nel diverso c’è una parte di noi.
Infine una riflessione sull’avatar.
Chi naviga nel web si serve, solitamente, di un avatar.
Il mio è un gallo che canta all’aurora.
Nel film di Cameron l’avatar permette all’uomo l’assunzione di un corpo fisico altro tramite una connessione neuronale e altresì l’accesso a Pandora, un mondo irreale, fantastico, virtuale possiamo dire.
Mi piace azzardare l’ipotesi di una similitudine tra il Web, luogo virtuale, cui spesso si accede tramite una connessione telefonica, e il protagonista del film che in Pandora, nel mondo Altro, rinviene così profonde ragioni di vita da sfigurare la propria fragile configurazione-essenza umana.
Insomma Avatar è meno banale di quanto si possa pensare.
Non voglio fare qui la Pizia linguista, ma mi sa che fra qualche tempo la definizione di “età dell’avatar”, per designare l’anno 2010  e seguenti, entrerà nell’uso come etichetta di gran successo.
 

Se già non si è verificato.

Alex e Querelle

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L’inclemenza del tempo nelle serate invernali costituisce una buona occasione per tirare fuori dalla videoteca casalinga quei film di cui hai sentito parlare tanto, ma che non hai mai visto.
Tra essi Arancia meccanica di Kubrick e Querelle di Fassbinder, datati rispettivamente 1971 e 1982.
Rimando ai link per gli intrecci; non è mia intenzione, infatti, trasporre qui il già detto e conosciuto.
Si tratta, invece, di spiegare perché le due pellicole possano essere collocate in un’alta sfera espressiva ed essere considerate al contempo e dei capolavori immarcescibili nella memoria del fruitore e delle autentiche pietre d’inciampo per le manovre dei censori dei costumi.
Arancia meccanica e Querelle presentano delle specificità estetiche e contenutistiche che la mia vena critico-eretica sintetizza qui di seguito:
      La poetica filmica del dettaglio-simbolo come chiave interpretativa. Campeggia nelle due pellicole il fallo e i simboli ad esso legati. In Arancia meccanica i drughi in azione inforcano nell’inguine una tumida maschera fallica e nella scena dell’omicidio della gattara l’arma è un enorme fallo bianco; in Querelle ogni dettaglio rimanda al fallo, si tratti di parti della nave o delle incisioni sulle vetrate del bordello di Nono e Lysianne. Di cosa è simbolo la sua martellante messa in scena? Ha sicuramente un valore antifrastico rispetto alla società, che lo ha ridotto a gingillo e giocattolo da tenere nascosto o mezzo di sordide allusioni da taverna. Il grande psicoanalista Jacques Lacan lo chiamava le signifiant des signifiants, il significante per eccellenza, il massimo simbolo, da cui discende tutto il sistema simbolico e, dunque, tutto il sapere e tutto il potere. La società con un Ordine consapevole è un’utopia?
      Il culto della fotografia e del colore. Kubrick predilige il bianco. Esemplari il Korova Milk Bar(l’ossessione del latte, le manichine) e l’omicidio della gattara. Fassbinder predilige, invece, il giallo-arancio e il rosso. Anche il cielo è terroso. Non esiste più.
      La spregiudicatezza dei protagonisti, Alex e Querelle. Dei due giovani colpisce il guizzo luciferino degli occhi, la baldanza canzonatoria, l’espressione da dolce bravo ragazzo della porta accanto, la familiarità con la violenza.
      La violenza giovanile appunto e la corruzione-acquiescenza del potere costituito. Nel contesto in cui agiscono Alex e Querelle non c’è alcuna legge, a partire dalla quale possano essere giudicati e condannati. Anzi in Arancia meccanica la lobomotizzazione del protagonista s’inserisce nell’ingranaggio del potere e concorre alla vittoria o alla sconfitta degli schieramenti politici. In Querelle il capitano della nave Vengeur osserva passivamente e confessa, a ragion sommessa, l’attrazione per il giovane marinaio.
      L’assoluzione degli eroi del male. Una volta specificata l’assoluta mancanza di un parametro di giudizio interno all’intreccio, e perciò ribadisco che il colore appare come luogo dotato della massima importanza strategica per provare a interpretare, chi o cosa impedisce di simpatizzare con Querelle e Alex?
 
Da qui la pericolosità delle pellicole secondo i censori; a tal proposito dissento, nella maniera più assoluta, da coloro che ritengono Arancia meccanica la pasticca d’uranio che alimenterebbe il motore della violenza. Certamente nessuno, dotato di buon senso, lo dà in pasto a un bambino o a un ragazzino senza strumenti interpretativi. Significherebbe fargli violenza. Si rivela molto interessante seguire le stesse reazioni di Kubrick all’uscita del film nelle sale. Nella confezione da me acquistata sono presenti due cd; in uno il film, nell’altro le interviste, le reazioni, la ricostruzione della ricezione presso il pubblico. Di valore, come d’altro canto il capolavoro di Stanley Kubrick.

Il Cerio, Elisa e la memoria

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Un automatismo azzerare, almeno per oggi, il display della programmazione didattica.
Cinque ore di lezione dedicate alla giornata della memoria.
Che poi, in realtà, costituirà parte integrante del programma svolto.
Un insegnante sa conciliare marcia quotidiana con corsia preferenziale.
Io e i miei allievi abbiamo ricordato lontano dai riflettori della celebrazione ufficiale della scuola, teatrino di narcisismo professionale con carattere compensativo rispetto alle misere vite condotte da molti.
 
Si comincia con i maturandi.
Un capitolo tratto da “Il sistema periodico” di Primo Levi.
Un’autobiografia, di cui ho già parlato, distillata dagli elementi chimici della famosa tavola, che un tempo giganteggiava nei licei degni di questo nome.
Nel capitolo denominato Cerio, il chimico-letterato è alle prese con dei cilindri, sottratti al laboratorio dei nazisti, da cui, insieme ad Alberto, dovrebbe cavar fuori materiale da convertire in pane da addentare.
Ricorre, in molte testimonianze della shoah, l’insistenza sulla fame, la sete, il freddo.
Non la paura dei nazisti o degli allarmi aerei.
Non della morte.
Fame, sete, freddo.
 
La sete troneggia pure in un capitolo tratto da “L’eco del silenzio” di Elisa Springer, sicché anche dopo anni dal supplizio la donna soffrirà di disidratazione. Per merito del figlio Silvio, Elisa racconterà la sua vicenda, testimoniando la shoah in molte scuole italiane.
I ragazzini di prima hanno seguito docilmente la lettura, ne abbiamo sviscerato tutti gli aspetti e poi hanno scritto una pagina di diario o un racconto, in cui loro fossero i personaggi-protagonisti delle nefandezze naziste.
Qualcuno si è misurato anche con una poesia, adoperando qualche parola del racconto proposto.
 
Sono curioso di leggerli.

La 626 e le sue talee

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Denuncio qui, nel blog, l’ennesima mortificazione della sensibilità e dell’intelligenza degli insegnanti.
 
Per quasi due ore un centinaio di docenti s’è dovuto sorbire uno sciorinamento di slide, proiettate su uno schermo, sulle norme di sicurezza.
E ciò sotto la minaccia di sanzioni, fino alla carcerazione, per tutti quei lavoratori che risultano essere non formati, nel caso in cui la sventura, sotto forma di terremoto, tsunami, incendio, crollo, cedimento per epifanica materializzazione di voragini, frane, inghiottitoi, si abbatta sull’edificio scolastico, seminando morte e distruzione, feriti e moribondi.
 
Ma la scuola è per caso un cantiere ad alto rischio?
Si maneggiano fili elettrici?
Si cuociono negli altiforni gli studenti?
Si fa uso di sostanze chimiche, di calce e cemento?
Non mi pare.
 
Se la formazione è un obbligo, ed è giusto sia così, tant’è che stamani mi sono precipitato a scuola(era il mio giorno libero!) affinchè fossi formato, chiedo tuttavia agli onorevoli legislatori, che hanno partorito siffatta legge sulla sicurezza, con tutte le successive talee prodotte sulla base della 626, quali responsabilità noi docenti possiamo assumerci nel caso di una tragedia, se è vero che gli organi competenti(Regioni, Province, Comuni) hanno lasciato alla desertificazione l’edilizia scolastica.  
Attualmente presto il mio servizio nelle seguenti condizioni:
          Le mie aule sono fornite di finestre ad altezza di bambino. Forse per incrementare il tasso dei suicidi.
          Io e i miei allievi non usufruiamo di riscaldamento. Vietato togliersi il giubbotto, pena l’assideramento.
          Se piove a dirotto, può verificarsi che l’acqua piovana si infiltri attraverso le feritoie arate dal cemento in anni di incuria.
          Il sovraffollamento nell’edificio scolastico, anche gli sgabuzzini sono diventati aule, produce, durante l’intervallo, una fiumana di ragazzi che si precipita per le scale come una mandria di bufali e uno stormo di tacchine miagolanti.
          La polvere e i suoi batuffoli ovunque.
          I bagni per i docenti sono spesso promiscui. Ogni tanto qualche collega sclera per avere rinvenuto gocciole di urina sui bordi della tavolozza. Il grigio putrido ha ormai coperto lo smalto del water. Nelle giornate di afa il lezzo dell’urina deodora le scale.
 
E potrei continuare.
 
E mi venite a parlare di sicurezza, sanzioni e carcerazione?
Sono furibbbbbondo.

tra la rete

Non è civile tacere.
30 rifugiati del Darfur cacciati fuori dal laboratorio Zeta di Palermo.
QUI i dettagli.