La si consideri una bischerata, ma dalla prima all’ultima postura, durante lo yoga, è un ripercorrere le tappe della storia dell’evoluzione.
Chiusi come dentro un uovo o un grembo nella posizione fetale protettiva, da cui non ci si vorrebbe mai destare, sostenuti dalle zampe come anfibi, striscianti come rettili, poi l’equilibrio degli uccelli, ma con una zampa ancora annaspo e non so ancora usare le ali, col corvo prima o poi mi slogherò i polsi, infine le scimmie fino alla posizione eretta.
La conquista dei Primati: pianta del piede, coccige, base del cranio.
Una lineaaaaaaaaaaaaaaaaaaa– cadenza la voce della maestra.
 
Mi mancano i pesci.
Però l’abbiamo mimato un pesce.
 
E anche un fiore.

Librai in catene

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Ciclicamente Fahrenheit, trasmissione radiofonica sui libri che se non ci fosse bisognerebbe inventarla, propone l’argomento del piccolo libraio che va scomparendo, perché non è in grado di competere sul mercato con le grandi catene librarie/case editrici.
Trovo anacronistici gli "osanna" ai piccoli librai. Ad essere sincero, tra una grande catena di librerie, dove trovi di tutto e di più e sei libero di gironzolare corteggiando libri e copertine, e una piccola con il fiato sul collo del libraio che ti chiede "cosa desidera" e solleva le spalle, perché non può nell’immediato soddisfare la tua richiesta, preferisco la prima.
È vero che il libraio delle lobbies assume sempre più la veste del commerciante, che si piega alle pressioni delle case editrici più forti(come se queste non avessero già di per sé i mezzi per pubblicizzare un libro!)ed è uno scarso conoscitore dei prodotti in vendita, però il personale dei megastore librari è in genere disponibile e gentile e con un click cerca il volume e, se è disponibile, lascia la postazione e te lo consegna in mano oppure lo ordina.
Sono finiti i tempi in cui il libraio era l’unico depositario delle novità: tra quotidiani e mass media il lettore è letteralmente sommerso da recensioni, perciò sa, entrato in libreria, cosa acquistare e non ha bisogno di un consigliere; se acquisti, ad esempio, un jeans hai bisogno della compagnia di qualcuno che ti dica apertamente se ti fa le forme del culo o del pacco, se aderisce bene alle cosce, se è largo o stretto di cavallo e così via.
Ma per un libro?
Soltanto dopo averlo letto, si è grado di capire se calza bene.
Perciò mi pare un atteggiamento ideologico inneggiare alla piccola libreria a tutti i costi.
Se c’è, che ben venga chiaramente, ma le nicchie librarie sono destinate a sparire o si ridurranno a deposito di usato.
Il lettore avveduto, in ogni caso, sa cosa cerca e dove possa pescarlo.
Non mi sognerei mai di trovare le Odi barbare di Carducci commentate da Manara Valgimigli alla Mondadori o alla Feltrinelli.
In una topaia del centro storico invece sì, addossato ad altri pregevoli volumi.
Tutti fuori catalogo.

Spostamenti semantici

evaristo_baschenis_004_strumenti_musicali_1675

Spostamento semantico
Sanremo 2010 Legittimo, contestuale, innocuo
ballerina passerotta
bella donna passera
topolona ballerina nuda


Spostamento semantico
Politica 2010 Illegittimo, a-contestuale, nocivo
ladri ragazzacci
delinquenti birichini
birbantelli sciacalli
Pregevole l’articolo di Ceccarelli pubblicato su La Repubblica di venerdì scorso; stamani il sito definisce trash l’esclamazione della Clerici sulla Cuccarini.
Quale spostamento è più scandaloso?
Le parole sono come pietre.
Ha detto qualcuno.
(L’opera, datata 1675,  è di Evaristo Baschenis)

Asinesciente

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Poi, quando si dice che il latino non serve, vado su tutte le furie.
Poi, quando il  matricolando, soltanto per un punto, non passa il test d’ammissione all’università, perché non sa che acquiescenza si scrive senza la i, mentre coscienza vuole la i, come posso reagire se non gongolando sadicamente?
Si replicherebbe: “Tanto c’è il dizionario!”
E nelle emergenze?
Un altro asinaccio aggiungerebbe: "Troppe particolarità da imparare!"
Rintuzzo che non è ipotizzabile che s’imparino a memoria le particolarità.
Una mano allo sventurato, invece,  la può porgere l’etimologia.
Che poi acquiescenza e coscienza(e composti) non sono particolarità, che qualcuno, tra l’altro, ha inventato per giustificare l’impossibilità di gestire i fenomeni linguistici: il primo lemma non presenta la i, perché nella radice latina volgarizzata  semplicemente non ce l’ha, derivando esso dal verbo quiescere, ossia riposare(con ad) e, se gli occhi sono funzionanti, pare che scere sia privo della i; contrariamente al secondo lemma che sfodera una sifilitica e perniciosa i già in latino, cum+scientia.
Per essere ancora più chiaro, la scenza di acquiescenza è legittima, la scenza di coscienza è un errore da asini con la tripla coda arrotolantesi.
Poi, quando si dice che il latino non serve, mi incazzo.
Poi, quando allo scrutinio finale, abbasso il pollice alla Nerone e vengo bollato di malvagità, ho torto?
 
Fraintendere scienza/scenze e scente/sciente, a mo’ di chiarimento ulteriore, è frequente e perciò urge una postilla.
Scenza di acquiescenza, si diceva sopra, deriva dal suffisso “sco”, presente nel verbo quiescere e in moltissimi verbi italiani di cui è rimasto, per lo più, soltanto l’aggettivo con sfumature di participio presente, come effervescente, incandescente,  erubescente, etc…
Anchi qui la i non va posta e la colpa è sempre del suffisso “sco” che, nei verbi latini, indica l’azione che comincia, quasi in corso di svolgimento; l’italiano ha perso nei tempi principali tale valenza, mantenendola, invece, nell’aggettivo-partecipiale.
Il contrario avviene per scienza da scientia, legata al verbo scio(so).
 
Inequivocabili, perciò, sco e scio.

All'ombre fide

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Cosa abbia di pregevole, educativo e originale non riesco proprio a stabilirlo.
I miei alunni di primo liceo, invitati gratis ad una prima nazionale, ne hanno parlato in modo entusiastico, tant’è che ho dovuto esortarli a tagliare il resoconto fatto in classe il giorno successivo alla proiezione, sia perché sarebbe stata mia intenzione vedere il film, e con ciò pugnava la mole di particolari con cui hanno ricomposto la fabula, sia perché si stavano pappando un’ora bell’e buona di lezione.
Ieri così mi sono imposto Amabili resti, tratto dal romanzo della Sebold e tradotto in film da Peter Jackson: una copia sbiadita di tanti film.
C’è l’immagine di Ghost che prende corpo nelle fattezze di una ragazza mezza spiritata e che suggella un desiderio irrealizzato, c’è il morto che bussa alle porte dei vivi e chiede vendetta come ne Le verità nascoste, c’è la mente perversa de Il silenzio degli innocenti, ma non c’è alcun guizzo di originalità.
Se la vogliamo trovare, ma già altri registi hanno provveduto, forse è nella sottolineatura di ciò che molti elucubrano nel segreto del loro immaginario e che non confesserebbero apertamente e cioè che tra la vita e la morte esista uno spazio intermedio in cui l’anima, prima di giungere ad una nuova dimensione, vaghi alla ricerca delle ragioni che l’hanno condotta alla morte.
Il discorso è valido soprattutto per chi muore violentemente e senza rendersene conto.
Nessuno di noi, in ambito accademico o di ricerca, a meno che non siano americanate, avrebbe il coraggio di sfiorare un tema simile, se non sorridendo sardonicamente.
Ma nel privato, tra amici, durante le chiacchierate conviviali, tra il burlesco e il serio, si parla di anime di morti che vagano per l’aere, sfiorano guance, toccano mani, attraversano strade, guizzano negli occhi di un gatto o prestano amorevole tutela ai vivi.
Personalmente ho molte riserve sull’argomento, e non perché neghi la possibilità di una dimensione altra.
Tuttavia, quando se ne parla, taccio o taglio corto.
In effetti non mi sono ancora imbattuto in anime, fantasmi e spiriti.
Perciò non ho proprio alcunchè da raccontare.
Almeno finora.