Visita d'agosto

scansione0005Se riuscirà a districarsi tra le strade serpeggianti che conducono al paesaccio dove abito, oggi pomeriggio verrà a farmi visita un amico che non vedo da ben cinque anni.
Da quando risiede a Bologna, ci siamo tenuti in contatto soltanto telefonicamente.
Non so se esista un nesso di causalità diretta, sta di fatto che Filo, dopo avere lasciato Palermo, è rinato a nuova vita.
A Bologna ha trovato lavoro, a Bologna ha trovato l’amore e la casa.
La vicenda di Filo è tormentatissima, un precario in tutto: nella famiglia, nel lavoro e soprattutto nella salute, che definire malferma suona eufemistico. L’espressione esatta è infermo permanentemente, ma quest’aggettivo l’abbiamo mandato a fanculo da tempo, perciò, oltre che eufemistico, suona arcaico e desueto.
Oggi Filo non ha risolto tutti i suoi malanni e probabilmente, stando alla medicina attuale, non potrà uscirne del tutto indenne, ma ha vinto numerose battaglie e sconfitto il nemico invisibile e proteiforme per eccellenza, e cioè l’apatia verso la vita, il lasciarsi come una cosa posata, il sentimento dell’abbandono, del non contare per nessuno, del non essere valore e del non possederne.
Ai tempi gli ho dato una mano, forse anche le braccia.
Non consolazione, perché Filo non l’avrebbe mai accettata.
Non pietà o compassione, perché m’avrebbe mandato a quel paese.
Talvolta sono sufficienti pochi gesti, ma concreti: incoraggiare e mostrare vie d’uscita alternative all’indifferenza e al lasciarsi morire giorno dopo giorno.
Chi è avviluppato nella rete della sofferenza necessita, infatti, di concretezza e prospettive fattibili.
I discorsi pedagogici di chi la sa lunga sono, invece, fiato sprecato.
 
Filo, insomma, è un mio piccolo successo umano.
Sono ancora indeciso su cosa offrirgli, se un gelato o dei cannoli.
O magari entrambi.