Perché il primo settembre possano allietarsi i riparandi del primo anno con il compito d’italiano, stamani, intanto, mi sto divertendo io con Cechov, tra i russi il mio preferito.2
Non conoscendo la lingua russa e non potendo perciò verificare di persona la genuinità del testo originale, devo accontentarmi di confrontare tre diverse traduzioni del medesimo racconto; tutte ne esprimono il senso generale, ma durante la terza lettura emergono a macchia di leopardo differenze sintattiche e lessicali notevoli.
Tralascio le prime.
 
Non c’è forse un abisso tra “rispose di non avere fame” e “rispose di essere sazio?”
Uno può non avere fame per vari motivi: sta male fisicamente o è sazio o è nervoso o si è imposto una penitenza…
Il personaggio viene presentato quasi come un asceta, perciò è plausibile che non abbia fame.
 
È lo stesso dire “gli misero un caldo mantello” e “gli misero un pesante mantello?”
Il calore si sprigiona dopo che si è indossato il mantello.
Si può indulgere al traduttore, ipotizzando una metonimia.
 
Qui, però, m’infurio.
Vale indifferentemente, di fronte alla scena di un saggio con il cranio sfondato da alcuni assassini, usare “il suo volto esprimeva stupore” e “il suo volto esprimeva lo stupore?”
Non si sa che Cechov rende carne i vizi e le virtù? I sentimenti e pensieri dei suoi personaggi?
Un traduttore dovrebbe saperlo.