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scansione0003Settembre è anche il mese delle visite a scuola dei miei ex allievi.
Non c’è giorno in cui non ne spunti uno; vengono per liberarsi del peso dei libri che non useranno più e per salutare gli ex insegnanti.
Sono due le quinte scampate alle mie grinfie, una nel 2009, l’altra nel 2010.
Mi ascrivo a successo personale che quattro ex allievi, sfatando il mito di medicina,  ingegneria, giurisprudenza, economia e simili, hanno scelto la facoltà di lettere e filosofia.
Il loro mondo è la letteratura, la poesia, il teatro, il cinema.
So di averli aiutati a capire quale fosse la strada da imboccare, a prescindere dagli allettamenti economici.
 
Meglio uno spiantato sereno, ma consapevole di sé, o un arricchito nevrotico o psicotico che, non potendo più riformare se stesso, vorrebbe riformare gli altri?

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uando si spezza un legame d’amicizia, vuoi per incomprensione, vuoi perché le scelte da ambo le parti non sono più condivisibili, e penso che la letteratura sui rapporti d’amicizia interrotti sia abbastanza ricca e variegata per le situazioni possibili che si possono verificare, anche a volerlo, non è automatico riallacciare i fili.

La difficoltà non è tanto nel rompere il ghiaccio dopo anni di distanza, ma nell’impossibilità di ritrovarsi per ciò che si era prima del legame spezzato.
Chi ha una visione romanticamente ingenua dell’amicizia scommetterebbe positivamente sul ricominciamo da dove abbiamo interrotto, ma quegli anni di separazione e il tempo ci hanno solcato di esperienze, hanno scavato rughe sul volto e nell’anima, stravolto i connotati umani di ciò che eravamo.
Non siamo rimasti gli stessi, anzi sarebbe grave se non fossimo cambiati.
Occorrerebbe perciò una massiccia dose d’energia per cominciare a conoscersi di nuovo, cioè a far tesoro di quel vissuto che non si è vissuto insieme.
 
Il timore, ad essere sinceri, è ritrovarsi al contempo uguali, per quel sostrato di pregi e difetti che ci marca come esseri unici, e al contempo estranei.

"La giusta distanza" di Mazzacurati

Lagiustadistanza07Esiste una misura tale che ci permetta di assumere la giusta distanza tra noi e la realtà che viviamo?
È valida la classica risposta?
Né troppo vicini per evitare un coinvolgimento emotivo, né troppo lontani per non risultare algidi e vaghi?
 
È il tentativo che il regista Mazzacurati si propone nel film “La giusta distanza”(2007) attraverso Giovanni, un giovanissimo aspirante giornalista dall’aria innocentemente voyeuristica, impegnato nella nebbiosa provincia veneta a sbrogliare la matassa dell’omicidio di Mara, cui fa da contorno un’inchiesta atipica, ossia scoprire chi sia l’efferato assassino di cani, il cui sangue sembra lasciare tutti nell’indifferenza.
La storia prende le mosse dall’arrivo in un piccolo paese di Mara, una giovane maestra dalla bellezza semplice e quotidiana, eppure tale da infiammare l’immaginario morboso dei residenti, stupiti anche dal fatto che una trentenne decida di stabilirsi da sola in un luogo isolato.
Attorno a Mara ronzano come mosconi lo stesso Giovanni, che più volte mette a disposizione della donna le sue competenze di informatica per consentirle di navigare su internet, il poetico e sentimentale Hassan, il meccanico tunisino perfettamente integrato, insieme alla sorella e al cognato marocchino, nella comunità, e un tabaccaio straricco, il quale è sposato con una rumena scelta in un catalogo on line e che da tipico sporcaccione di provincia ritiene naturale darsi da fare con ogni donna che gli capiti sotto tiro; è Mara invece, probabilmente per solitudine, a puntare l’occhio sul giovane e aitante autista d’autobus del paese, almeno fino a quando non scopre che è già impegnato e in procinto di sposarsi.
Sarà, invece, l’affascinante e timido Hassan a corteggiare con successo Mara, tanto da proporle, dopo qualche incontro, di sposarlo.
La giovane donna, però, di fronte alla prospettiva del matrimonio si irrigidisce e sembrerebbe orientata a scegliere di lasciare l’incarico  per recarsi in Brasile.
Dopo qualche giorno, tuttavia, ne viene ritrovato il cadavere, mentre tutti credono che sia partita.
Il dito viene puntato sull’arabo.
L’inchiesta di Giovanni, di cui viene narrata indirettamente anche la formazione umana e professionale, parte dal suicidio in carcere di Hassan, accusato di avere commesso l’omicidio di Mara e si conclude con la scoperta del vero assassino.
Infatti, prima di ammazzarsi, Hassan ha scritto su un biglietto di essere innocente.
 
Ho trovato il film di Mazzacurati splendido, delicatamente poetico e al contempo realistico.
La sua abilità di regista è  nel dosaggio equilibrato di tutti gli elementi che compongono il miscuglio della realtà, tant’è che è difficile bollare come drammatico il genere di appartenenza della pellicola.
Mazzacurati non indugia troppo sul patetico-sentimentale, ma è capace di rappresentare i sentimenti, non insiste sullo sfinimento psicologico, tra il  depresso e l’isterico di molti personaggi tipici dei film italiani, ma ne pennella con dovizia delicata le sfumature dell’animo, riesce a far convivere l’orizzonte del reale con quello dell’immaginario, non cedendo né agli allettamenti scandalistici del noir, né alle morbosità dei nostri fantasmi interiori.
 
Magistrale il ruolo di Hassan nell’interpretazione di Ahmed Hafiene.

Attuali gli spunti di riflessione: una lettura, in parte positiva, della convivenza fra extracomunitari e Italiani, una ri-valutazione della professione giornalistica e un quadro impietoso della piccola provincia, dove sembra che tutto vada bene, mentre in realtà stanno in incubazione vizi pubblici e privati.

Come l’ho ascoltata, così la riporto.
 
Sulle rose che la vita ci regala dovremmo operare un taglio: con una mano mostrare i petali, dentro il pugno dell’altra nascondere le spine.
Solitamente facciamo l’esatto contrario.