"Dove ogni cosa è più forte dell'uomo"

Visitare i luoghi, dove i poeti hanno trascorso parte della loro vita,  consente di liberarci un po' dalle pastoie delle classificazioni accademiche e, di converso, scolastiche. Le foto di seguito ritraggono la Torre di Roccalumera(ME), dove Salvatore Quasimodo giocava con i fratelli, la stazione ferroviaria di Roccalumera, presso cui prestarono servizio il nonno e il padre del poeta. Attualmente, come è già accaduto per molte altre, la stazione, lungo la tratta Messina-Catania, è incustodita: non c'è possibilità di comprare il biglietto e perciò, mi racconta un residente, chi sale sul treno rischia una multa di cinquanta euro circa. Nessuno sa dove acquistare i biglietti.
L'interno della stazione è diventato un museo intitolato al poeta; il sole e il tempio, rappresentati nel dipinto, sono opera di Quasimodo, esperto anche di pittura e musica.
(Cliccando sulle foto, è possibile ingrandirle).

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Prima del rave

scansione0003Punire un essere umano per un reato, si sa, non è mai risolutivo. 
Il crescere della civiltà umana ci ha educato ormai antropologicamente a contestualizzare l’ambito, entro il quale il colpevole ha commesso un’infrazione alla legge, a ricostruirne le radici storico-economiche, a indagarne le intime, seppure razionalmente inaccettabili, cause sociali e psicologiche; in questo la cultura occidentale è sicuramente figlia dei padri dell’Illuminismo e nessuno, tranne ben pochi eletti spiriti, sognerebbe un ritorno alla legge del taglione e alla faida barbarica.
Da qui, però, ad eleggere l’impunità, e con essa la certezza, spalleggiata dalla medesima legge, di sottrarsi in qualche modo al tributo con cui il colpevole deve risarcire la società per il danno arrecato, ne passa: la garanzia è degenerata in garantismo, la ricostruzione del quadro, in cui il colpevole ha infranto la legge, in giustificazionismo, la vergogna, che conseguirebbe al danno, in teatralizzazione compiaciuta del gesto compiuto.
Questo è il paradigma che i nostri giovani hanno davanti ai loro occhi, ma la sensazione è che imparino a coniugarlo già a scuola; non ho dati certi, perciò posso affidarmi soltanto a due episodi, fra i tanti, che ho vissuto indirettamente nel corso della mia carriera scolastica.
Un alunno che, di fronte ad un due in matematica, ha dato platealmente della “puttana” alla professoressa.
Un’alunna che, infastidita dal richiamo del professore di inglese, era terminato infatti l’intervallo, gli risponde che farebbe bene a ficcarsi nel culo la penna con cui il collega stava per annotare sul registro di classe l’entrata in ritardo.
Per non parlare degli episodi di violenza, a vario titolo, tra alunni.
La tendenza, soprattutto dei dirigenti scolastici, è quella di insabbiare l’accaduto.
Per prestigio e immagine.
 
Quale è stato, e quale è, il protocollo?
Nota sul registro, convocazione del consiglio di classe con annessi genitori, discussione pomeridiana ad oltranza, cazziatone del dirigente ai docenti, accusati di riflesso per non aver saputo cogliere i punti deboli nella socializzazione, ricerca,  fino a rasentare il ridicolo, delle pezze di appoggio per giustificare l’accusato. Poi, solitamente, quando il clima diventa eccessivamente sfavorevole per il reo, poiché magari si prospetta una sospensione, insorgono le Terese di Calcutta della situazione con una frase che conosco a memoria: “Occorre una punizione che riabiliti l’alunno! Non possiamo sospenderlo, privandolo del diritto allo studio”.
Di solito, pronunciata la frase magica, il volto del dirigente si illumina, i cuori precedentemente inaspriti cominciano ad assaporare la dolcezza del perdono pietistico.
Il colpevole diventa vittima, la vittima colpevole.
Verdetto… assoluzione.
O al limite una punizione esemplare: prestare servizio in biblioteca.
???

ITABOLARIO

scansione0002I libri sortiscono l’effetto di spingere il lettore a compiere azioni anche strampalate; ho trascorso, infatti,  parte della giornata di ieri ad arrovellarmi, rimestando nella memoria, sulla prima parola che ho cercato, per la prima volta, sul dizionario della lingua italiana, un glorioso Zingarelli degli anni ’70 per bambini, corredato da tavole, nomenclature e illustrazioni eruditissime.
Non sono chiaramente in grado di stabilire con certezza quale sia stata la prima parola cercata che, tuttavia,  con ampio margine di approssimazione dovrebbe afferire al campo semantico della botanica;  se così fosse, il lemma sarebbe antera che, pronunciato in classe dalla maestra, non poca confusione dovette generare nella mia mente per via dell’omoteleuto fonico con pantera.
Una pantera su un fiore?
Se ripenso più attentamente, furono quasi tutti i termini specifici, atti a designare parti e funzioni del fiore, a destare in me curiosità e disorientamento; da qui la necessità di un vocabolario che per me divenne anche la prima enciclopedia, perché potessi appropriarmi linguisticamente della realtà.
E questo, a posteriori, sono in grado di affermarlo con sicurezza, la stessa che mi ha spinto a leggere avidamente Itabolario, l’Italia unita in 150 parole, a cura di Massimo Arcangeli, Carocci editore, 2011; si tratta delle parole che hanno fatto l’Italia dal 1861 al 2010.
La prima di esse è nazione, l’ultima social network.
Il curatore ha ricostruito l’itabolario con pregevole taglio filologico e capillare attenzione al contesto storico-culturale: non c’è parola, di cui non venga ricomposto l’humus storico, culturale, politico, economico, che in qualche modo l’ha fatta germinare, crescere, sbocciare, fiorire e, talvolta, appassire. Numerosi anche i rimandi bibliografici, tant’è che, a mio parere, l’itabolario può rivelarsi uno strumento fecondo per ulteriori ricerche di carattere storico e linguistico.
Ai pregi su elencati si aggiunge l’abilità narrativa del curatore Arcangeli, infatti la divulgazione è chiara e accattivante, filologica e giornalistica, storica e scientifica. Chi sfoglia e legge l’itabolario può farlo inoltre agevolmente e con molta libertà di movimento: si può scegliere il criterio annalistico, l’indice delle forme lessicali o ci si può far guidare dall’estro personale.
In tal senso la mia lettura ha privilegiato quelle parole che, entrate in punta di piedi nelle pagine dei grandi scrittori, sono diventate poi patrimonio di tutti gli Italiani, e non solo.
Esemplare è il caso di ciao(1874) e dell’apporto di Verga, quello pre-verista, che la scuola spesso trascura; e poi come trascurare il paradosso di un siciliano che gioca con il veneziano scia(v)o?
Ma, forse, a quei tempi non era un paradosso.

Come gli arcieri prudenti

Mi sono fatto una bella chiacchierata con la redattrice di una notissima casa editrice italiana; in realtà è stata una telefonata-indagine sulla validità di un testo di grammatica latina, adottato già da qualche nel liceo dove insegno.
Molto gentilmente e più di una volta la redattrice si è scusata per avermi disturbato; poi, avendo compreso che non ero per nulla infastidito, si è lanciata in una lunga e fruttuosa intervista sugli aspetti fondanti che deve possedere un libro di grammatica latina: sintassi, lessico e civiltà.
L’intervista è servita a lei perché potesse raccogliere notizie sulla funzionalità del libro e a me perché esprimessi una valutazione, delle perplessità e dei suggerimenti.
È rimasta alquanto stupita, quando, su sua richiesta, l’ho informata sul programma di grammatica svolto finora nelle mie classi.
E la (Contro)Riforma? – mi ha chiesto-  E i Nuovi Ordinamenti? Non hanno intaccato il suo lavoro?
In parte sì, nello spirito; di fatto no, – ho risposto- perché ho ridotto il tempo, ma la “quantità” è la stessa di prima.
Credo non si debbano penalizzare gli alunni, ai quali spetta comunque una buona preparazione-formazione.
Uno dei pericoli serpeggianti nella scuola pubblica è proprio l’abbassamento del livello, considerato il terremoto in atto.
Prima il donmilanismo di sinistra, poi l’omogeneizzato di destra.
Basta!
Alziamo il livello!
Facciamo “come gli arcieri prudenti, e quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiungere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.”
(dal capitolo VI del “De Principatibus”, di Niccolò Machiavelli)

Ho ricevuto una proposta seducente.
Non bungabunghesca!
Una nota e pregevole casa editrice mi ha chiesto di presentare un progetto editoriale per i licei.
Ricuso, ma vi medito su.