Qualunquismo?

I barconi continuano a riservare su Lampedusa uomini e donne in fuga e in ricerca.
Fuga da regimi dittatoriali, fame, sete.
Ricerca di benessere, anche minimo.
Allettati anche dall’immagine di ricchezza che offriamo loro tramite tv e internet.
 
Con quale diritto li consideriamo, per la maggior parte, clandestini?
Quello italiano?

 
Con quale denaro si allestiscono le tendopoli?
Quello pubblico.
Ipotizzo che ci sia, però, la longa manus degli appalti privati.
Quindi tanto denaro uscirà dalle tasche di molti Italiani, perché esso si riversi nelle tasche di pochi Italiani.
E poi?
Perché tenerli chiusi nei centri di accoglienza?
In realtà è una forma di detenzione, non proprio coatta, ma siamo lì.
 
Ci costerebbe tanto ospitarne due per famiglia italiana, almeno soltanto per permettere loro di lavarsi e mangiare un piatto di pasta?
Tanti abiti li abbiamo dismessi.
Noi ricchi.
Perché non donarli ai “clandestini”?
 
Perché non lasciarli liberi di decidere della propria vita?

9 thoughts on “Qualunquismo?

  1. Molto generoso, caro Mel. Oppure la tua è una provocazione ? 
    Quando arrivò la prima nave carica di albanesi, la tua stessa proposta la fece il ministro Andreotti. Se ogni famiglia italiana avesse adottato un albanese, il problema sarebbe stato risolto. 

    Personalmente, pur condividendo la tua impressione che pure in queste circostanze ci sarà senz'altro qualcuno che ci guadagna, temo che quanto proponi sia difficilmente attuabile.
    Molte famiglie italiane sono in cattive acque, anche qui al nord.  Industrie che chiudono, o che si trasferiscono all'estero, quasi non fanno notizia, ma è di ieri la novità che la Elettrolux, industria veneta leader per gli elettrodomestici, lavatrici e frigoriferi,  copiando la Fiat, ha posto ai suoi dipendenti un referendum. L'idea è di spostare la fabbrica in Cecoslovacchia. Incentivi di 20mila euro a chi se ne va di suo. Ma dico, cosa abbiamo festeggiato nel 1989, quando è caduto il muro ? E se le fabbriche di Porto Marghera chiudono e si trasferiscono in India, che ci vengono a fare qua tutti quegli indiani che si vedono in strada sempre col telefonino all'orecchio ? Ma che rimangano in India, se le nostre fabbriche si sono trasferite là. Non ti pare ? 

    Quanto agli abiti smessi, persone che lavorano per  la Caritas diocesana (tra l'altro, volontariamente e senza alcuna retribuzione, cosa che gli "assistiti" sembrano spesso ignorare!!) mi dicono che quando vengono distribuiti gli indumenti, molte persone disdegnano quanto viene offerto , e chiedono  jeans o maglie di marca.
    Per cui, di questi tempi , anche fare la carità (in senso buono, non paternalistico, o per mettersi in pace la coscienza, bada bene)  diventa molto difficile. 
    Tempi duri , per i troppo buoni , diceva una vecchia pubblicità. 

    Cordialmente, 

    Ornella 

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  2. @Ornella, il mio post in parte suona anche come "provocazione", è anche inattuale, considerati i tempi. Tuttavia bisogna anche dire che le famiglie buttano via parte del cibo che acquistano: una cena, parca, non si nega a nessuno e certamente non fa impoverire. Quanto alle marche, che dire? La responsabilità è nostra. Dell'Occidente.
    Ho letto che molti immigrati sono fuggiti. Han fatto bene.

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  3. Eh sì, bisogna riconoscere che negli atteggiamenti più comuni di fronte a questo problema ci sia una buona dose di egoismo e paura. Tuttavia non posso fare a meno di pensare che si debba trovare una via di mezzo tra il "fora dai b…." della Lega e il "dobbiamo accoglierli tutti" di buona parte della sinistra e pensa pensa della Chiesa. Con le dovute eccezioni , perché un certo don Dino Pistolato , responsabile della Caritas veneziana , giusto prima di Natale esprimeva forti perplessità sull'imminente riapertura dei flussi di emigrazione ordinaria, altra cosa da questa ultima "invasione" . 

    Insomma, a livello personale, penso che tutti avremmo il dovere , quando le cose nel nostro paese vanno male, di rimanere a casa nostra e cercare di migliorarle o cambiarle, condividendo il destino dei nostri connazionali.  E invece, anche qui, in Italia, le menti e le persone più preparate  se ne vanno dove i loro meriti sono riconosciuti e ricompensati al meglio. Diritto inalienabile, per carità… e situazione antica. Il primo che mi viene in mente è Marconi , che se non avesse sposato una inglese, forse noi non staremmo qui a ticchettare sulle nostre tastiere, visto che tutto è cominciato da lui… 
    Chiudo perché mi accorgo sto uscendo dal tema …

    Buona domenica a tutti, 

    Ornella 

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  4. il problema è ampio, e sicuramente Ornella ha ragione nel dire che è complesso riuscire a trovare una soluzione autenticamente aperta che sia anche realisticamente attuabile. eppure io condivido molto, anche con la parte di provocazione, la proposta di Mel.
    o almeno la lezione di cambiamento (di tutto, modo di pensare, di educare e di educarci e quindi poi di agire) invocata nel suo post. la verità è che è molto più facile traferire il problema in una tendopoli e renderlo 'insolubile' (anche consapevolmente), perché questo ci grazia tutti, è come uno tsunami. se qualcosa è 'insolubile' noi non ci sentiamo responsabili per il fatto di non riuscire a rivolverne nemmeno un pezzettino…
    non è sempre facile rimanere nel proprio paese, per mille motivi, innanzi tutto economici (e penso anche a noi italiani, riprendendo le riflessioni di Ornella). ma non solo. non solo perché come disse qualcuno non è umano pretendere di essere santi, o che tutti scelgano la via difficile. io all'estero ci sono stata, ci ho vissuto, e ho ricevuto sirene e allettamenti. ho scelto di tornare, ma non penso di avere fatto la scelta migliore o peggiore. o scelto quello che era meglio per me, per una serie di motivi. rinunciano alle sirene per la politica quotidiana. non penso che i miei compagni che sono rimasti là abbiano sbagliato. penso che siamo diversi.
    ma intanto, perché l'educazoine passa anche dalle parole: se ricominciassimo a chiamarli immigranti/immigrati, emigranti/emigrati, invece che con quella parola buonista e politically correct, migranti, che tutto esprime fuorché la loro autentica condizione?

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  5. Sono d'accordo con Mel e Povna. Soprattutto non capisco in base a cosa queste persone devono finire praticamente in carcere (tali sono i CPT) o essere lasciate in condizioni non umane. E' vero che la povertà c'è anche in tante famiglie italiane, ma in realtà è una "povertà" misurata su standard che non sono minimamente paragonabili a quelli di altri paesi dove la povertà è la vera povertà (e non si tratta poi solo di povertà ma anche di mancanza di libertà, non rispetto dei diritti umani ecc.).
    Mi hai fatto venire in mente mia nonna, Mel! Aveva perso suo figlio (mio zio) che aveva 28 anni e per qualche anno la sua stanza era rimasta intoccata… mia nonna non riusciva proprio a svuotarla dal suo contenuto. Poi, un giorno… un ragazzo immigrato incontrato per strada le ha suscitato una compassione che non provava da tempo. Era inverno e faceva freddo, il ragazzo tremava (ok, sembra "La piccola fiammiferaia" ma è proprio andata così). Lo ha fatto salire in casa, lo ha portato nella camera di mio zio (nella quale nessuno di noi poteva più avere libero accesso), ha aperto gli armadi, gli ha fatto provare degli abiti. Il ragazzo è uscito da casa vestito di tutto punto e con un buon pranzo nello stomaco. Mia nonna si è sentita così rasserenata che ha fatto lo stesso con altre persone… finché i vestiti e gli oggetti (rasoi ecc.) dello zio non sono finiti. E fu così che Piacenza si riempì di immigrati vestiti come mio zio…

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  6. E' che il passaggio da "quando eravamo povera gente" a "ora che siamo ricchi" è stato repentino, fulminante, e questo ci impedisce di ricordare come eravamo noi non meno di 30-40 anni fa, quando emigravamo per il mondo in cerca di fortuna. Come si legge nelle Mille e una notte, il mondo è la casa di chi non ne ha una.

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