scansione0002I libri sortiscono l’effetto di spingere il lettore a compiere azioni anche strampalate; ho trascorso, infatti,  parte della giornata di ieri ad arrovellarmi, rimestando nella memoria, sulla prima parola che ho cercato, per la prima volta, sul dizionario della lingua italiana, un glorioso Zingarelli degli anni ’70 per bambini, corredato da tavole, nomenclature e illustrazioni eruditissime.
Non sono chiaramente in grado di stabilire con certezza quale sia stata la prima parola cercata che, tuttavia,  con ampio margine di approssimazione dovrebbe afferire al campo semantico della botanica;  se così fosse, il lemma sarebbe antera che, pronunciato in classe dalla maestra, non poca confusione dovette generare nella mia mente per via dell’omoteleuto fonico con pantera.
Una pantera su un fiore?
Se ripenso più attentamente, furono quasi tutti i termini specifici, atti a designare parti e funzioni del fiore, a destare in me curiosità e disorientamento; da qui la necessità di un vocabolario che per me divenne anche la prima enciclopedia, perché potessi appropriarmi linguisticamente della realtà.
E questo, a posteriori, sono in grado di affermarlo con sicurezza, la stessa che mi ha spinto a leggere avidamente Itabolario, l’Italia unita in 150 parole, a cura di Massimo Arcangeli, Carocci editore, 2011; si tratta delle parole che hanno fatto l’Italia dal 1861 al 2010.
La prima di esse è nazione, l’ultima social network.
Il curatore ha ricostruito l’itabolario con pregevole taglio filologico e capillare attenzione al contesto storico-culturale: non c’è parola, di cui non venga ricomposto l’humus storico, culturale, politico, economico, che in qualche modo l’ha fatta germinare, crescere, sbocciare, fiorire e, talvolta, appassire. Numerosi anche i rimandi bibliografici, tant’è che, a mio parere, l’itabolario può rivelarsi uno strumento fecondo per ulteriori ricerche di carattere storico e linguistico.
Ai pregi su elencati si aggiunge l’abilità narrativa del curatore Arcangeli, infatti la divulgazione è chiara e accattivante, filologica e giornalistica, storica e scientifica. Chi sfoglia e legge l’itabolario può farlo inoltre agevolmente e con molta libertà di movimento: si può scegliere il criterio annalistico, l’indice delle forme lessicali o ci si può far guidare dall’estro personale.
In tal senso la mia lettura ha privilegiato quelle parole che, entrate in punta di piedi nelle pagine dei grandi scrittori, sono diventate poi patrimonio di tutti gli Italiani, e non solo.
Esemplare è il caso di ciao(1874) e dell’apporto di Verga, quello pre-verista, che la scuola spesso trascura; e poi come trascurare il paradosso di un siciliano che gioca con il veneziano scia(v)o?
Ma, forse, a quei tempi non era un paradosso.