Iblea

Santa Croce Camarina(RG)

kamarina
Chi vi giunge dall'entroterra montano dubita, durante il percorso, di potere giungere al mare; le statali e le provinciali che si intersecano salgono e scendono tra campi, tavolati e vallate, non di rado precedute da robusti canyon scavati dal tempo. Il paesaggio agricolo ora biondeggia di stoppie, ora si chiude in serre, dalle cui reti protettive si intravede un verde lussureggiante; per lo più si tratta di vitigni. Mentre si scivola verso la costa, i rilievi si arrotondano e le coltivazioni a serra, specialmente di ortaggi e frutti da pianta, diventano più frequenti, ma il mare non si vede.
Ad un tratto le strade si addolciscono sempre più, ma c'è sempre un limite che gli occhi non possono varcare.
Il mare non c'è.
Poi quasi per prodigio, terminata la corsa come su un lungo scivolo, ne senti la fragranza e il suono.
Nel primissimo meriggio l'azzurro è brillante, vivido, appena increspato dal vento.
La battigia, di finissima sabbia di fattura africana, si stende per più di due metri, schiumando e prosciugandosi in un baleno.
La luce del sole è in un parossismo di energia e rende indefiniti i contorni di ogni cosa.
La vista fluttua spaesata.
Soltanto al tramonto gli occhi ritrovano le forme, i colori, le ombre.

Su questa fresca notte estiva sferza nerboruto il mare e le compagne onde.

Gli alberi a vento

.
Io e i miei amici camperisti abbiamo lasciato Tindari e ci siamo diretti verso Agrigento, ma un intoppo al motore ci ha costretti ad una lunga sosta presso Cammarata.
Tira un vento afoso, ma piacevole.
Il paesaggio dell'entroterra è molto brullo, le colline sono del tutto gialle e il verde è stato già arso dalla calura di giugno.
Mentre si percorre la statale, non può sfuggire all'osservatore la presenza di "alberi stranissimi", la cui chioma è costituita da tre lunghi rami.
Sono i pali e le eliche mossi dal vento.
Nessuno si scandalizzi!
A mio parere non deturpano il paesaggio, anzi se fossero colorati sarebbero ancora più belli.
E certamente sono meno pericolosi delle centrali nucleari, nonostante qualche uccello migratore spesso vi abbia lasciato le penne, battendo violentemente sulle eliche.

Il vero bene è la virtù. Analisi sintattica

scansione0003C’è già chi, più autorevole di me, ha tradotto e commentato, sul piano contenutistico, la versione di latino, tratta dalle Epistulae morales ad Lucilium del mio adorato Seneca.
A mio parere la traduzione proposta dal Corriere è eccessivamente “libera” e, conoscendo un po’ l’animus accademico dei colleghi di lettere, arriccerebbero un po’ il naso di fronte a certe “libertà”. Ritengo sia più proficuo tradurre rispettando il più possibile la sintassi del testo; laddove ciò non sia possibile, allora è necessario “scatenarsi”. Tuttavia non è questo lo scopo del post, pertanto, ponendomi dal punto di vista dei ragazzi, mi limiterò a fornire qualche indicazione di carattere sintattico e stilistico.
 
Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de  providentia iudicat, quia multa incommoda
iustis viris accidunt, et quia  quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares
mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla  felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus.  Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides; multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex  iis quae mala vocantur, multa inpendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus. 
(Seneca)
 
Il testo, nel complesso, è estremamente piano e presuppone che gli allievi abbiano familiarizzato, nel corso del triennio,  con aggettivi e pronomi relativi- indefiniti-interrogativi e aggettivi pronominali.
A livello sintattico il primo periodo consta di una principale in posizione mediana(unum esse bonum putet) con un congiuntivo indipendente di natura esortativa, com’è tipico dello stile predicatorio di Seneca; essa è chiusa tra due proposizioni relative, la prima introdotta da quicumque, che fornisce il soggetto a constituet e putet, l’altra introdotta da quod, il cui antecedente è unum bonum. Il verbo “constituo” è seguito, come da regola, dall’infinito esse, ma c’è anche una costruzione alternativa, ossia con ut e il congiuntivo con valenza di proposizione completiva.
Il secondo periodo, connesso attraverso il nam al concetto espresso precedentemente, è costituito da una protasi reale(si…), cui segue un’apodosi in forma di principale, da cui si diramano due subordinate di natura causale(introdotte dal quia); la prima causale è semplice, la seconda può generare qualche dubbio in allievi deconcentrati, poiché il soggetto di breve et exiguum est è la relativa introdotta quidquid. Non contento di ciò, Seneca fa dipendere dalla seconda causale una protasi di I grado(si…).
Per buon tratto il corpo centrale del testo prosegue con strutture per nulla difficili, una principale e una completiva con funzione soggettiva, dichiarativa, oggettiva; di particolare rilievo sul piano stilistico è la struttura chiastica in vitae(A genitivo) nos odium(B nominativo) tenet, timor(B nominativo) mortis(A genitivo), arricchita dall’antitesi vita-morte in posizione enfatica. Ispirata al preziosismo stilistico è anche la struttura Praesentibus(A) gaudet(B), non concupiscit(B) absentia(A)con l’opposizione praesentibus/absentia.
Sul piano lessicale non può sfuggire l’uso di natat, che esprime il tipico ondeggiamento degli uomini sempre in sospeso tra bene e male, giusto e ingiusto, scelta e necessità.
Il periodare diviene più complesso(sempre nell’ambito del “facile”) a partire dalla scheletrica principale causa autem est, cui segue una completiva dichiarativa di I grado(quod non pervenimus), che si dipana in una subordinata relativa-locativa di II grado(ubi necesse est) con incastonata una completiva soggettiva di III grado(resistat voluntas); chiude l’ennesima causale introdotta da quia.
Seguono strutture abbastanza facili, per lo più principali, mentre particolare attenzione va prestata al periodo che si apre con multa, soprattutto per la presenza del participio presente “cupienti” con funzione di dativo d’agente delle perifrastiche passive personali patienda sunt e inpendenda e contestualmente reggente di prestare.
L’epilogo del brano è abbastanza piano sintatticamente; di rilievo il trittico finale delle protasi in climax ascendente e la concordanza a senso (il predicato è concordato al singolare, ma i nominativi sono due) presente nell’apodosi.
Mi fermo qui.

Tracce 2

Ancora uno sguardo sulle tracce.
L’ultimo, penso.
E dal punto di vista dei ragazzi.
A parte quella su “Lucca” di Ungaretti,  le altre sono caratterizzate da un’impronta fortemente mimetica, nel senso che esse si limitano a modellarsi sul reale, quasi a riprodurlo nelle forme dell’esistente, ma non vi si scorge alcuna possibilità di dibattito critico e problematico.
Forse sarebbe più esatto dire che il modello di riferimento per la stesura delle tracce è l’attuale panorama televisivo italiano, o meglio i redattori si sono arrampicati sull’idea che i ragazzi possono farsi del mondo attraverso la somministrazione dei pasti televisivi giornalieri.
In tal senso è eclatante “Siamo quel che mangiamo?”, spogliata di ogni fondamento filosofico illustre(mi pare) e ammannita sottoforma di emergenza socio-economica-sanitaria; sicuramente i ragazzi l’hanno scelta in massa, scrivendo tutti(o quasi)le stesse cose.
 
Ma il vero cavallo di Troia per sfondare agli esami è il tema di ordine generale.
La frase di Andy Warhol non si sa da dove sia stata tratta, per esempio.
In sé la traccia non è male, ma perché non inserirla nel contesto di un saggio artistico-letterario, che delineasse le diverse attribuzioni di significato, attraverso almeno gli ultimi due secoli, alla “fama”?
 
Enrico Fermi, o meglio il ruolo della scienza e il valore della ricerca. Ambigua la traccia. Soltanto gli anni ’50? E oggi come sta la ricerca scientifica in Italia?
 
Fumoso, ma affrontabile il tema su Destra e Sinistra: i documenti forniti avrebbero potuto consentire agli allievi di affrontare serenamente la parabola storico-politica delle due “anime” attraverso cui respira la bestia politica, ma soltanto se dotati di una buona preparazione sul piano delle dottrine politiche.
 
Il tema di storia proprio out: conosco soltanto un collega che affronta gli anni ’70.
Al massimo si arriva alla Seconda Guerra Mondiale.
 
E ora aspettiamo la versione di latino.

Sulle tracce: "Lucca" di Ungaretti

SerchioQualche parola su “Lucca” di Giuseppe Ungaretti, proposto per l’ennesima volta ai maturandi.
 
Il testo fa parte della quinta sezione dell’Allegria dal titolo Prime, databile al 1919, dopo l’esperienza della guerra.
È una prosa poetica di tristezza e disicanto, di accettazione serena della ferrea legge della vita, almeno secondo la prospettiva soggettiva del poeta, che dopo le esperienze sofferte e godute ha in vista come ultimo orizzonte la morte.
Il poeta, tuttavia, parte da lontano, precisamente dall’infanzia, quando la madre, a sera, snocciolava grani di rosario e immagini di Lucca; proprio in quella fase dovette costituirsi nell’immaginario del poeta il mito della città dei padri, di quella gente campagnola curva da duemila anni sulle sponde del Serchio ad attingere acqua e speranze.
Il nostos a Lucca, poetico innanzitutto, consumato dall’io lirico nell’attualità del presente, è insieme un approdo di conferma dei racconti materni, ma anche e soprattutto una presa di coscienza dell’inevitabilità della partenza, del viaggio, al contempo spaziale e umano che attende lui e la gente di Lucca, nei cui connotati scopre, non senza terrore, la sua origine e il suo destino.
Non si tratta di esplorare nuove terre, di intraprendere un inedito itinerario alla ricerca di chissà quale nuovo senso da attribuire alla vita.
Il senso è già tutto nel “qui” e può svelarsi soltanto nel farsi carico di una parabola che è insieme storica, umana e antropologica.
La vicinanza diremmo “etnica”di Ungaretti alla città in carne e ossa è confermata nel testo dalla triplice ripetizione del deittico “questo”, cui fa ecco l’avverbio di luogo “qui”.
Lucca è perciò il sangue dei suoi antenati, è la fatica della zappa e della zolla, è la decisiva conferma di un passato che si spoglia di ogni valenza mitica e significativa e non apre alcuna prospettiva consolatoria sul futuro, che non sia quella della rassegnazione alla morte, seppure destata dai vagiti di un’indistinta prole, frutto non di un amore mortale, passionale, effimero, ma garantita ciecamente dall’appartenza alla specie animale.

***
Ometto le notazioni di carattere stlistico e storico-letterario.
Appena avrò visionato i quesiti ministeriali, non mancherà l'occasione di aggiungere qualche postilla.
***
L'immagine ritrae il Serchio ed è tratta da qui.
***

AGGIORNAMENTO

Ho ascoltato sul sito di LaRepubblica(qui) l'audiointervista di Loredana Lipperini sulla prima traccia. Premetto che stimo e seguo da tempo la conduttrice-scrittrice.
Mi spiace, ma devo rilevare delle inesattezze.
Punto primo: Ungaretti è poeta abbastanza frequentato a scuola, proprio per via del legame del poeta con la Prima Guerra Mondiale.
Punto secondo: La prosa-poesia proposta dal Ministero poco c'azzecca con la Guerra, fa parte, invece, di quel filone autobiografico che corre parallelo all'altro pilastro portante dell'Allegria, appunto la Guerra, ma qui, in "Lucca", i temi rimangono scissi. Cosa che, per esempio, non si verifica ne "I fiumi".

***
Altresì mi ha messo in crisi il commento dell'illustre Giorgio De Rienzo(qui) a Lucca; probabilmente non ho capito un tubo io della poesia in questione.

***
Stendiamo un velo pietoso sui quesiti ministeriali, che non intendo commentare, essendo essi incommentabili.
Lo ridistendo per il saggio artistico-letterario. Per la serie "Dammi tre parole, sole, cuore, amore…"