"Ho voluto la perfezione e ho rovinato quello che andava bene*"

Uno dei fronti caldi dell'insegnamento della lingua italiana è costituito dalla regolarità, con la quale gli alunni eludono la legge ferrea dell'uso dei modi participio, infinito e gerundio nelle proposizioni subordinate, il cui soggetto non è il medesimo della proposizione che le regge.
Eppure, mentre leggo le amenissime pagine del libro di Serena Dandini, Dai diamanti non nasce niente, m'imbatto in costruzioni che, se fossero scritte o pronunciate dai miei allievi, segnerei con la matita blu.
A pagina 68 "Questo dovrebbe essere il tempo giusto per dare modo alle piante di crescere…" presenta due soggetti differenti, "questo" e un soggetto sottinteso non ben precisato, ma si arguisce che si tratta di un "noi". Meglio sarebbe "perché si dia modo alle piante di crescere".
A pagina 69 si legge "Ci serve un succedaneo veloce per catalogare la nostra esperienza visiva": qui cozzano "succedaneo" e "noi". Meglio sarebbe "affinché cataloghiamo la nostra esperienza visiva".
Sicuramente le implicite rendono più fluido il discorso e servono alla scrittrice perché il tono della narrazione possa essere il più colloquiale possibile.
Detto ciò, il libro della Dandini è briosamente saggio, una corona di perle filosofiche, di citazioni e di consigli per il giardinaggio non di poco valore.

*Citazione attribuita a Monet riportata dalla Dandini.

27 thoughts on “"Ho voluto la perfezione e ho rovinato quello che andava bene*"

  1. Mel, premettendo che pochi di noi si sarebbero accorti di tali lievi imperfezioni, apprezzo molto la corretta forma che tu rispieghi. Forse la Dandini risente delle inflessioni dovute al suo "parlato" televisivo, che tra l'altro non è nemmeno male. Quindi mi fa piacere che tu possa "perdonarla"  

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  2. Mel, premettendo che pochi di noi si sarebbero accorti di tali lievi imperfezioni, apprezzo molto la corretta forma che tu rispieghi. Forse la Dandini risente delle inflessioni dovute al suo "parlato" televisivo, che tra l'altro non è nemmeno male. Quindi mi fa piacere che tu possa "perdonarla"  

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  3. Forse Raymond ha ragione.
    La lingua della televisione prevede, tra i tanti, il requisito di agilità e facile fruibilità. Può essere che questo abbia modificato anche la scrittura della Dandini.
    Non che tu faccia male a metterne in evidenza le irregolarità, intendiamoci.
    Io, ad esempio, detesto quando nelle mail le persone usano il minuscolo per tutto: nomi propri, di città, saluti, sempre!
    Poi, però, mi rendo conto che "si fa e basta", è comodo. πŸ™‚

    Amedeo – Mente miscellanea

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  4. Forse Raymond ha ragione.
    La lingua della televisione prevede, tra i tanti, il requisito di agilità e facile fruibilità. Può essere che questo abbia modificato anche la scrittura della Dandini.
    Non che tu faccia male a metterne in evidenza le irregolarità, intendiamoci.
    Io, ad esempio, detesto quando nelle mail le persone usano il minuscolo per tutto: nomi propri, di città, saluti, sempre!
    Poi, però, mi rendo conto che "si fa e basta", è comodo. πŸ™‚

    Amedeo – Mente miscellanea

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  5. Peccati quanto mai veniali, direi, che comunque possono essere consideratti una scelta stilistica. Sinceramente mi pare che, se avesse scritto in modo più "corretto", ne sarebbe uscito un testo tropppo accademico e meno scorrevole alla lettura (mi riferisco solo alle due frasi citate, non avendo letto il libro).

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  6. mah, Mel, controllerò su Serianni e Dardano-trifone, ma mi pare che la scelta della Dandini sia più che giustificata dall'uso e dalla concordatio ad sensum col soggetto "logico" della reggente (anche se forse è più una questione di tema/rema)
    tu dici
    mi serve tempo per finire questo lavoro
    o
    mi serve tempo affinché io finisca questo lavoro
    ???
    sicuramente la prima, che però non risponde alla regola di cui parli…

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  7. Anche io ho controllato su un paio di grammatiche della lingua (Patota – e un paio di articoli di Alfredo Stussi), e confermo quanto dice Noise: quanto meno stando a loro, si tratta di costrutti non solo più che giustificati ma anzi (Patota) oramai preferibili a quelli non ad sensum di cui hanno progressivamente preso il posto…

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  8. la questione è però appunto che linguisti e storici della lingua del calibro di Alfredo Stussi (oramai da anni) o Patota non lo considerano, per una serie di ragioni sia di grammatica storica sia evolutiva, un errore! 

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  9. Povna, non metto in dubbio l'autorevolezza degli studiosi, me ne guarderei bene dal farlo, tuttavia la lingua, se è vero che è sottoposta al panta rei dell'evoluzione, trova una sua configurazione anche nei contesti d'uso. In un saggio breve, un'analisi testuale, un tema argomentativo, il rispetto della regola è indice di chiarezza espressiva e di rispetto per l'interlocutore. L'uso reiterato della subordinata implicita potrebbe altresì contribuire all'estinzione del congiuntivo, della soggettività dell'espressione in nome di un appiattimento che, apparentemente democratico, elimina sfumature di pensiero e di stile.
    Nel caso del testo della Dandini l'infrazione è giustificata dal tono colloquiale, modellato sul parlato.

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  10. Naaa, "affinché" è un mostro che andrebbe lasciato alle traduzioni farraginose delle vesioni dal latino e a pochissimi altri casi. "affinché io finisca questo lavoro" è orrendo a sentirsi e quasi altrettanto a leggersi.
    Senza se e senza ma.

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  11. @Murasaki, quindi per te il periodo "Secondo me il vocabolario serve per conoscere il significato delle parole…"(l'espressione è di un mio allievo) è corretto? Chi vuole conoscere? Il vocabolario?

    @Altarf, non uso "acciocché", non è frequente. Nulla osta.

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  12. Certo che è corretta!
    Chi vuole conoscere il significato delle parole?
    Io, tu, loro, il gatto dei miei vicini. Il vocabolario è a disposizione di tutti, mica solo del tuo scolaro. E, giustamente,  la frase è impersonale, acciochhé sia possibile capire che il vocabolario è lì per l'umanità intera, non solo per me ^__^

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  13. Mel, il paradosso è ben scelto, e divertente. Però è appunto uno di quegli esempi fatti da Patota sulle subordinate implicite con soggetto diverso da quello della reggente in cui l'usum del parlato si è sostituito alla forma canonica dello scritto fino a a essere recepito prima come variante accettata e poi come norma preferibile in nome di quella chiarezza comunicativa cui tu stesso fai riferimento e che, là dove non fa perdere sfumature, diventa appunto la forma di uso comune. E' un po' come la famosa questione del "gli" = [a] loro, che è stata recepita definitivamente dalla Crusca quattro o cinque anni fa come variante non solo corretta ma anche preferibile pure allo scritto. Può non piacere (io ancora "loro" allo scritto lo uso, consapevole di fare sfoggio volontario di arcaismo), ma è così. E sappiamo bene che è così perché la lingua si evolve, e, per quanti sforzi facciamo, alla fine sarà sempre il parlato (corretto e nel rispetto dell'IS) a fare da lepre.
    Concordo sulla questione delle sfumature del congiuntivo (del resto la presenza o meno di sfumature da salvaguardare è criterio vincolante per l'assunzione di nuove forme a regola nell'uso comune), che però secondo non si gioca in questo caso, quanto piuttosto in tutti quei casi in cui alla forma al congiuntivo si sostituisce iun semplificatorio indicativo (in casi dunque sempre di proposizioni esplicite).
    Altro discorso sarebbe quello sull'autorità data dalla comunità linguistica a una comunità scientifica che registra le varianti e progressivamente deriva, dall'uso, l'eventuale aggiornamento della norma. Ma poi andiamo fuori tema!

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  14. @Povna, Murasaki, non mi rassegno. Lo posso accettare nel parlato, non nello scritto "ufficiale". Quindi continuerò a segnarlo nei compiti. 

    Il riferimento al congiuntivo è a titolo di esempio. Lo so,  non c'entra nulla con la questione.

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  15. Mel, sia chiaro, ti capisco: io il "gli/loro" ci ho messo tanto per convincermi, pur sapendo di sbagliare, a non contarlo nemmeno errore piccolo piccolo (con il collega che nell'altro mondo mi domandava tutte le volte: "allora, l'hai segnato ancora, poveretti 'sti tuoi alunni, ora li contatto e GLI dico che la loro prof non è aggiornata!"). Ora lo segno ma non lo conto, una sorta di compromesso tra l'occhio (della 'povna) e la regola (della Crusca)… πŸ˜‰

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  16. Scusate, ma indipendentemente da quel che dice la Crusca non lo SENTITE che l'affinché è orrendo? Era già orrendo quarant'anni fa, quando mi fecero per la prima volta la finale in latino, alle medie. Anzi, credo sia sempre stato orrendo.
    Tra l'altro andrebbe guardato nel LUI, ma io rurri questi turilanti affinché negli scritti dei nostri padri e nei maestri dell'italica lingua proprio non li ricordo. Magari li ho rimossi, non so.

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  17. @Murasaki, "affinché" è un connettivo come un altro, non vedo/sento nulla di orrendo; usarlo con parsimonia è indice di buon senso, come ogni altro connettivo. Certamente se in uno scritto sovrabbonda, è cacofonico, non c'è dubbio.

    @Povna, "gli", "loro"… anche qui dipende dal contesto.

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  18. Affinché la mia frase acquisti un senso, magari non condivisibile ma comunque un senso, riscrivo:
    "tutti questi rutilanti affinché proprio non li ricordo".
    Chiedo scusa e prometto che d'ora in poi rileggerà SEMPRE prima di inviare ^__^

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  19. @Non devi chiedere scusa, Murasaki! Ci stiamo confrontando e, di questi tempi, è sempre più raro che dei docenti si misurino su argomenti, che non siano le solite(e legittime) lamentele sulla "Stella" del firmamento scolastico o sull'ottavo Nano.
    πŸ™‚

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  20. Mi piace questo tuo amore per la lingua scritta.
    Lingua scritta qualche volta "maltrattata" dagli scrittori.
    Vero è che le scelte stilistiche si rendono necessarie per la scorrevolezza del testo, ma tante volte queste scelte finiscono per penalizzare la lettura.

    E se avese scritto "affinchè possiamo catalogare la nostra esperienza visiva"? poteva andar bene?
    E se fosse stata una scelta del correttore di bozze?

    Sempre più spesso mi rendo conto che il parlato influenzi molto lo scritto…non trovi?

    Blue

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