Ave Mary

ve Mary

ave mary

Titolo: Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna.

Autore: Michela Murgia

Einaudi 2011

***

Un pamphlet che sprizza intelligenza e ironia, a tratti brioso, com’è nello stile di Michela Murgia.

Se la sua scrittura nei romanzi è appassionante, nella saggistica è decisamente analitica e coinvolgente.

In Ave Mary, Einaudi 2011, la Murgia si propone di dimostrare come la tradizione cattolica, nel corso dei secoli, abbia de-umanizzato la figura di Maria fino a farne una figura interamente angelicata, assisa su una nuvola, una specie di bella addormentata nel cielo  lontana dalla realtà fisica e spirituale delle donne e altresì come tale archetipo abbia contribuito a relegarle in un ruolo passivo nella società maschilista: assistente, spirituale e fisica, di figli, mariti, e, nella versione nubilare, del prossimo in senso ampio. Maria da ragazza viva e irresponsabile(per quei tempi!) è stata trasformata dal cattolicesimo in statuina da nicchia, in eterna madre piangente, mai morta, mai seppellita.

Ciò ha contribuito alla  radicazione di un modello femminile eterno, senza tempo, tutto cura, accoglienza e maternità, che risulta endemico a tutti i livelli, perché la forza di tale prototipo è tale da avere pervaso anche chi si professa laico, ateo, miscredente. Si tratterebbe di un’imprinting culturale maggioritario che condiziona il nostro stare insieme di donne e uomini: anchi chi lo ha rifiutato, in realtà lo ha inconsapevolmente assorbito.

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, la scrittrice avvia il suo discorso proprio a partire dal mondo contemporaneo e tenta di dimostrare la fondatezza del suo assunto indagando sul denominatore comune alla rappresentazione della donna-madre-assistente-riparatrice-consolatrice, sia sul piano simbolico, sia su quello dell’immaginario individuale e collettivo.

Il punto di partenza è costituito dalla diversa rappresentazione che si dà della morte maschile e di quella femminile, la prima sottoposta a un processo di eroicizzazione, sia che si tratti di un maschio pio, buono e giusto, sia che si tratti del peggiore delinquente esistente sulla faccia della terra; l’altra, anche quando muore, invece non ha la stessa credibilità eroica del maschio. Sgozzata, violentata, picchiata, e chi più ne ha più ne metta, ma quasi mai morta. La donna è sempre un’ombra, una comparsa, un fantasma, che piange ai piedi della croce di qualcuno, che consola, che ripara un antico peccato. Almeno così è nella rappresentazione maggioritaria, che mutila la sua funzione anche sul piano simbolico.

Da questo vero e proprio zoccolo duro prende le mosse la trattazionedella Murgia, che intreccia insieme indagine teologica e analisi della odierna rappresentazione della donna, dimostrando come lo svuotamento dei tratti femminili umani, decisamente umani di Maria, converga con il tentativo, spesso blasfemo, di dissacrare l’immaginario religioso, perché il modello mariano, divenuto irraggiungibile,  possa essere riportato a un livello di accessibilità  più a portata di mano (Madonna/Ciccone, Godard, le immagini pubblicitarie e dell’arte contemporanea).

Anche le recenti figure femminili che il magistero cattolico ha decretato di porre come modello, da Madre Teresa di Calcutta a Gianna Beretta Molla, obbediscono al modello della funzione materna, che si espleta come amore verso il prossimo o verso i propri figli.

Michela Murgia costruisce le sue argomentazioni così su una doppia struttura, una di natura prettamente teologica, una storico-culturale e, com’è tipico del suo stile, le impreziosisce con un’ironia sagace e a tratti fustigante, ironia che si rivela già nei titoli dei paragrafi, oltre che nel corpo testuale. Rimarrebbe tuttavia deluso chi fosse tentato di ridurre il libro a mero tentativo anticlericale o volesse tacciare di eresia Michela Murgia.

Come afferma lei stessa, Ave Mary è un modo per “fare i conti con Maria, anche se questo non è un libro sulla Madonna. È un libro su di me, su mia madre, sulle mie amiche e le loro figlie, sulla mia panettiera, la mia maestra e la mia postina”.

Un particolare rilievo occupano, infatti, nel libro le esperienze biografiche della scrittrice, apparentemente bislacche, eppure sempre in sintonia con la trattazione; queste la alleggeriscono, proprio laddove si imboccano le più accidentate strade dell’esegesi biblica e magisteriale.

La scrittura di Michela Murgia, ancora una volta, è trascinante, sincera e appassionata; ci parla di religio, ma ci dice di fede. Consapevole e matura.

Informazioni su melchisedec

cultura
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4 risposte a Ave Mary

  1. altarf ha detto:

    Credo che comprerò il libro di Michela Murgia. La tua recensione è come sempre precisa ed esauriente, l'argomento trattato estremamente attuale, dal mio punto di vista. 
     Vorrei continuare, ma temo di dire sciocche banalità, legate all'emotività e alla "pancia" più che alla conoscenza dell'argomento.

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  2. cecilia2day ha detto:

    Non so cosa pensarne, nel merito: ho un passato di stimoli sia simbolici sia teologici troppo variato e non manchevole di corporeità; per capire quanto condivido la lettura che fai della lettura della Murgia – e quanto, magari, lo aggiusterei. Anche se tendenzialmente sento che la tesi di fondo mi torna.
    Che l'impostazione fosse anticlericale non l'ho pensato però neppure per un momento: chi si sprecherebbe a cercare la Madonna-donna di carne e restituirla all'immaginario se la disprezzasse?

    Interessante. Grazie.

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  3. povna ha detto:

    Non amo troppo la Murgia, e devo dire che Accabadora mi ha preso così poco che l'ho mollato lì, proprio per l'eccesso di stile che diventava stilismo. Però la tua recensione è talmente appassionata che, quasi quasi, mi fa venire voglia di una prova di appello…!

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  4. melchisedec ha detto:

    @Altarf, eppure ti dirò che in parte Ave Mary è anche un libro di pancia.

    @Povna, allora ti consiglio, prima che tu lo acquisti, di leggerne qualche pagina. Prove tecniche di lettura. 🙂

    @Ceciliady2, la mia è soltanto una lettura(possibile e discutibile). Grazie a te. Appena lo avrai letto(se lo leggerai), ne riparleremo.

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