Il vero bene è la virtù. Analisi sintattica

scansione0003C’è già chi, più autorevole di me, ha tradotto e commentato, sul piano contenutistico, la versione di latino, tratta dalle Epistulae morales ad Lucilium del mio adorato Seneca.
A mio parere la traduzione proposta dal Corriere è eccessivamente “libera” e, conoscendo un po’ l’animus accademico dei colleghi di lettere, arriccerebbero un po’ il naso di fronte a certe “libertà”. Ritengo sia più proficuo tradurre rispettando il più possibile la sintassi del testo; laddove ciò non sia possibile, allora è necessario “scatenarsi”. Tuttavia non è questo lo scopo del post, pertanto, ponendomi dal punto di vista dei ragazzi, mi limiterò a fornire qualche indicazione di carattere sintattico e stilistico.
 
Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de  providentia iudicat, quia multa incommoda
iustis viris accidunt, et quia  quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares
mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla  felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus.  Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides; multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex  iis quae mala vocantur, multa inpendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus. 
(Seneca)
 
Il testo, nel complesso, è estremamente piano e presuppone che gli allievi abbiano familiarizzato, nel corso del triennio,  con aggettivi e pronomi relativi- indefiniti-interrogativi e aggettivi pronominali.
A livello sintattico il primo periodo consta di una principale in posizione mediana(unum esse bonum putet) con un congiuntivo indipendente di natura esortativa, com’è tipico dello stile predicatorio di Seneca; essa è chiusa tra due proposizioni relative, la prima introdotta da quicumque, che fornisce il soggetto a constituet e putet, l’altra introdotta da quod, il cui antecedente è unum bonum. Il verbo “constituo” è seguito, come da regola, dall’infinito esse, ma c’è anche una costruzione alternativa, ossia con ut e il congiuntivo con valenza di proposizione completiva.
Il secondo periodo, connesso attraverso il nam al concetto espresso precedentemente, è costituito da una protasi reale(si…), cui segue un’apodosi in forma di principale, da cui si diramano due subordinate di natura causale(introdotte dal quia); la prima causale è semplice, la seconda può generare qualche dubbio in allievi deconcentrati, poiché il soggetto di breve et exiguum est è la relativa introdotta quidquid. Non contento di ciò, Seneca fa dipendere dalla seconda causale una protasi di I grado(si…).
Per buon tratto il corpo centrale del testo prosegue con strutture per nulla difficili, una principale e una completiva con funzione soggettiva, dichiarativa, oggettiva; di particolare rilievo sul piano stilistico è la struttura chiastica in vitae(A genitivo) nos odium(B nominativo) tenet, timor(B nominativo) mortis(A genitivo), arricchita dall’antitesi vita-morte in posizione enfatica. Ispirata al preziosismo stilistico è anche la struttura Praesentibus(A) gaudet(B), non concupiscit(B) absentia(A)con l’opposizione praesentibus/absentia.
Sul piano lessicale non può sfuggire l’uso di natat, che esprime il tipico ondeggiamento degli uomini sempre in sospeso tra bene e male, giusto e ingiusto, scelta e necessità.
Il periodare diviene più complesso(sempre nell’ambito del “facile”) a partire dalla scheletrica principale causa autem est, cui segue una completiva dichiarativa di I grado(quod non pervenimus), che si dipana in una subordinata relativa-locativa di II grado(ubi necesse est) con incastonata una completiva soggettiva di III grado(resistat voluntas); chiude l’ennesima causale introdotta da quia.
Seguono strutture abbastanza facili, per lo più principali, mentre particolare attenzione va prestata al periodo che si apre con multa, soprattutto per la presenza del participio presente “cupienti” con funzione di dativo d’agente delle perifrastiche passive personali patienda sunt e inpendenda e contestualmente reggente di prestare.
L’epilogo del brano è abbastanza piano sintatticamente; di rilievo il trittico finale delle protasi in climax ascendente e la concordanza a senso (il predicato è concordato al singolare, ma i nominativi sono due) presente nell’apodosi.
Mi fermo qui.

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