Descrivere da paradiso

costa di falesia

“Il dipinto si poteva illuminare con un faretto fissato a una colonna vicina. Padre Martin sollevò il braccio e la scena tenebrosa e indecifrabile si illuminò di colpo. Avevano davanti una vivida raffigurazione del giorno del Giudizio, dipinta su un supporto ligneo a forma di mezzaluna con un diametro di circa quattro metri. Alla sommità la figura seduta del Cristo in cielo, che tende le mani ferite sopra il dramma che si svolge sotto di lui. La figura centrale era quella di San Michele: impugnava una pesante spada nella mano destra e, nella sinistra, una bilancia con la quale soppesava le anime dei giusti e dei malvagi. Alla sua sinistra, il diavolo con la coda squamosa e un ghigno sulla bocca lasciva, la personificazione dell’orrore, si preparava a reclamare il proprio bottino. I virtuosi alzavano mani candide in segno di preghiera, i dannati erano una massa di ermafroditi che si contorcevano con la bocca spalancata e il ventre enfio e nero. Accanto a loro alcuni diavoli minori armati di forconi e catene spingevano le loro vittime entro le fauci di un immenso pesce i cui denti parevano una fila di spade. Sulla sinistra, il Paradiso era raffigurato come un castello: sulla porta, un angelo accoglieva le anime nude. San Pietro, con manto e tripla tiara, riceveva i più importanti fra i beati. Tutti erano nudi, ma portavano i simboli del proprio rango: un cardinale con il cappello scarlatto, un vescovo con la mitra, un re e una regina entrambi con la corona. C’era poca democrazia in quella visione medievale del Paradiso, rifletté Dalgliesh. Inoltre, a suo parere, i beati avevano un’espressione pia, ma annoiata, mentre i dannati erano rappresentati con maggiore vivacità, più spavaldi che dolenti, mentre venivano spinti dentro la gola del pesce. Uno, anzi, più grande degli altri, si opponeva al proprio destino e si esibiva in un gesto di sprezzo nei confronti di San Michele, portandosi un dito alla punta del naso. Il giudizio universale, in origine esposto in un punto più visibile, avrebbe dovuto terrorizzare i fedeli medievali spingendoli alla virtù e all’ubbidienza sociale incutendo loro, letteralmente, una paura del diavolo. Ora veniva ammirato da studiosi e visitatori moderni sui quali la paura dell’Inferno non aveva più alcuna presa e che ricercavano il Paradiso in questo mondo”.(P. D. James, Morte in seminario, 2001)
Rogier_van_der_Weyden_001  
Più volte ho dichiarato di non apprezzare molto il giallo e il noir, però le eccezioni ci sono. Una delle poche è “Morte in seminario” di Phyllis Dorothy James, libro che ho ricevuto in dono durante un bookcrossing. L’ avevo inserito nella lista dei libri da non leggere, invece ho deciso di provarci.  E sta andando bene, devo dire. A lettura ultimata, ne parlerò. Intanto a mo’ di antologia scolastica, per mia memoria futura, ho trascritto un lacerto descrittivo particolarmente accattivante sul piano immaginifico. Il brano si presta agevolmente ad un’analisi sintattica per ragazzi del biennio e offre anche qualche spunto di riflessione sulla rappresentazione del Medioevo, ieri e oggi.
 
La prima immagine, pescata nella rete, ritrae una costa di falesia, elemento di non trascurabile importanza nella vicenda narrata dalla James; la seconda è il dipinto di Roger Van der Weyden, cui si è ispirata la scrittrice.

Sapeste!
Mi trovo in uno posto amenissimo della provincia di Agrigento, per l'esattezza a Ribera.
Mare verde-acqua che in queste ore ha vomitato sulla spiaggia un po' di posidonia, vento freschissimo da felpina di cotone.
Altra prova di campeggio.
Il livello culturale, a stagione alta inoltrata, è sceso miseramente e c'è da farsi risate a crepapelle.
Fra tutti un gruppo familiare dell'entroterra agrigentino, sul troglodita andante.
Le donne di casa hanno trascorso il pomeriggio ad agghindarsi per la serata danzante.
Salsa, tango, pezzi di commerciale misti a tarantelle e a balli latino-americani.
La più compassionevole una ragazzina di circa 18 anni, sul volto della quale la madre e un'amica hanno impiastricciato di tutto: ombretto bianco scintillante di stelline argentee con immancabile matita nera, rossetto fuoco dell'Etna.
Immancabile uno smalto bianco perlaceo sulle unghie stile strega bacheca.
I commenti dei presenti trasudanti di complimenti.
Anche quelli del papà.
A quanto pare la serata danzante è anche un modo per cercare di pescare un eventuale ballerino-marito.
Il dato che m'ha sconvolto è che il ruffiano più agguerrito è proprio il padre. 
Con più di una battuta scherzosa non ha fatto mistero del progetto.
E io come so tutte queste chicche?
I camper sono quasi tutti incollati come sardine, pertanto è inevitabile ascoltare.

Da un bel po' è passata la mezzanotte e dalla pista giungono le note di una assordante lambada.
Non c'è modo di farli tacere.
Poiché è sabato, un po' d'indulgenza è d'obbligo, ma in questo posto non ci metterò più piede. 

Prova tecnica

Il post "C'è da piangere" dimostra che, laddove c'è polemica, si partecipa alla discussione attivamente. L'ho notato in moltissimi blog. Confesso di avere voluto appositamente fare una prova tecnica di polemos, ammesso che nutrissi a priori qualche dubbio. Il partecipare solo e soltanto se nel post viene accesa una qualsiasi miccia è uno dei motivi per cui abbandonerei il blog. 
Ma non è questo il mio proposito.
Un po' di riflessione necessita però.

C'è da piangere

Sul web spopola un video in cui si irride e si fischia un ministro della Repubblica, prima ancora che questi abbia iniziato a parlare.
Sarebbe segno di civiltà e di democrazia ascoltare e soltanto alla fine del discorso esprimere la propria protesta.
Ho guardato il video e a me viene da piangere.
Non per il ministro, ma per i cretini che lo hanno boicottato.
Cr
etini.
Se lo sono proprio meritato il titolo.

A proposito.
Stamani un passaggio veloce nel mio liceo.
6, dico 6 impiegati ausiliari seduti a contemplare le mosche volteggianti nell'atrio.
A fare che?

C'è un "dopo"

Quando, qualche anno fa, abbiamo cominciato a digitare le prime battute sui nostri blog, a costruire, in una parola, la narrazione della nostra vita, incorniciandola o in un quadro epico degno di essere letto, nonostante le dichiarazioni di modestia da parte dei blogger, o in uno scenario di più o meno millantato realismo, abbiamo anche spesso dibattuto sul carattere virtuale della rappresentazione che proponevamo sul web, evidenziando che un conto è vivere nel reale, un altro è rappresentare, narrare, raccontare e descrivere nelle pagine dei blog e dei social network.
Ricordo che già dal 2007 molti blogger abbandonarono i loro spazi personali in preda a una crisi di virtualità che, a detta loro, li allontanava dalla realtà vera, quella in carne ed ossa; qualcuno, a quanto pare, aveva perso anche la sua forma fisica a furia di stare appiccicato allo schermo del computer, qualcun altro aveva trascurato le relazioni umane con amici e parenti, tessendo una falsa rete affettiva proprio tra le maglie del web.
Ipervirtualità, disorientamento nel reale, alienazione, tendenza al mascheramento, esaurimento delle scorte di argomenti da trattare, stanchezza e delusione hanno avuto ben presto il sopravvento sulla voglia di scrivere, provocando sparizioni improvvise o trasformando le case-blog in lande desolate.
Ben presto i delusi e gli sconsolati si sono rifugiati tra le braccia di FB, più veloce, meno mascherante, più funzionale dei blog nel saldare vita virtuale e reale e nell’amplificare il carattere narcisistico dell’io; si è scatenata una vera e propria gara nell’accumulare amici e contatti, come se esistesse un nesso diretto tra il numero degli amici che uno ha e la pienezza di significato della propria vita. FB si è rivelato un potente motore di massificazione dell’io attraverso la creazione di gruppi e di fan delle cose più strampalate, ma anche un rivoluzionario strumento di propaganda e di comunicazione tra individui e gruppi impegnati nel sociale e nel politico.
 
Siti, blog, social network, dopo la carneficina di Oslo, non possono essere più concepiti come luoghi della virtualità pura e assoluta: il processo di osmosi tra ciò che è reale e ciò che è virtuale è del tutto compiuto, quasi fosse in atto una mutazione antropologica, che ci costringe a soppesare con spirito analitico quel pezzo di noi che consideravamo virtuale e che tale non è.
Lo dimostrano quei corpi senza vita disseminati tra le gelide coste della Norvegia.
A nessuno venga in mente, tuttavia, di colpevolizzare il web, di additarlo come luogo della perdizione, laboratorio di carneficine, rivoluzioni e stragi.
In Italia corriamo questo rischio, mentre si farebbe bene a reagire, come ha evidenziato il Primo Ministro norvegese, con più democrazia.
Soltanto abituiamoci a convivere con uno strumento, il web, che ha anche il merito di portare in superficie quella parte oscura di noi, quell’angelo caduto, che, volenti o nolenti, ci accompagna come un’ombra.