"Il linguaggio segreto dei fiori" di Vanessa Diffenbaugh.

Orange_gerberaUna lettura.

Ancor prima che fosse pubblicato, le case editrici hanno fatto a gara per acquistarne i diritti: si tratta di The language of flowers, ribattezzato in Italia con il più allettante titolo Il linguaggio segreto dei fiori, autrice Vanessa Diffenbaugh, edizione Garzanti.
Lungi da me l’essermi fatto guidare nell’acquisto dalla fascia gialla con su scritto un fenomeno senza precedenti in uscita contemporanea in tutto il mondo.
I fenomeni senza precedenti, soprattutto se sponsorizzati, li ho sempre trovati estremamente deludenti.
Mi ha allettato il titolo invece: linguaggio e fiori sono tra i miei interessi, pur convinto che i fiori, ammesso abbiano un linguaggio, non lo vanno certamente a condividere proprio con noi esseri umani.
I fiori possono semmai parlare tra loro e noi umani, estranei al loro linguaggio, cerchiamo di interpretarne segni, tecniche di comunicazione, modalità di propagazione, ambienti prediletti.
Rimarrà tuttavia sempre un abisso tra noi e i fiori, tra l’infinità dei messaggi racchiusi nelle loro forme e colori e la nostra presunta capacità interpretativa.
Pertanto è meglio sgomberare il campo da un approccio romantico al contenuto del libro.
Eppure la romanticheria, già a tutto tondo nella copertina*, serpeggia per tutta la trama fino al finale.
Il tema affrontato dalla Diffenbach è antico: il topos dell’orfana, nella fattispecie Victoria, che non ha ricevuto amore e che crede di non saperne dare, mentre pian piano scopre in sé, grazie all’incontro con Grant, il nipote della donna(Elisabeth) che avrebbe dovuto adottarla, e soprattutto a una maternità, che non si è capito se voluta o no, di potere amare ed essere amata.
Centrale in questa storia di formazione sono i fiori e il linguaggio che parlano, le figure per così dire adiuvanti.
Il linguaggio segreto dei fiori è infatti  una lunga ricostruzione autodiegetica, in cui la protagonista parla di sé su una doppia dimensione temporale: il romanzo parte da quando Victoria, a diciotto anni, deve lasciare il centro sociale cui è stata affidata, dopo che durante l’infanzia e l’adolescenza è stata sballottata da una famiglia a un’altra in attesa di essere adottata, per poi trascinare il lettore in un tira e molla tra passato e presente a volte stancante; i capitoli, infatti, com’è moda contemporanea, seguono una struttura a tempi alterni, eccetto nell’ultima parte del romanzo, quando finalmente le due dimensioni si saldano armonicamente in tuttuno contenutistico comunque maturo e responsabile.
Cosa c’è di nuovo nel libro?
Sicuramente l’aggancio al problema delle adozioni e alle cicatrici perenni che rimangono impresse sui bambini con il bollino dell’adottabilità: la tragedia del non sapere chi tu sia realmente, l’essere messo all’asta al bancone di chi vuole essere mamma e papà a tutti costi, le storture della legislazione, la lotta con chi crede di fare il tuo bene, ma il tuo bene è altrove,  la mancanza di un linguaggio, diciamo delle radici di appartenza, attraverso cui costruire la propria visione del mondo, esprimere i propri bisogni e gridare di esistere.
Ed è qui appunto che subentrano i fiori; dopo tanti rifiuti, e della protagonista e delle famiglie, Victoria viene accolta da una donna, Elisabeth, che tra momenti di estrema durezza educativa e al contempo di affettuosa cura introduce la bimba Victoria al linguaggio segreto dei fiori, o meglio ai significati che Elisabeth ha appioppato ai cardi, alle rose, alle giunchiglie e così via.
La donna però, pur nello slancio affettivo verso Victoria, a causa dei suoi drammatici trascorsi familiari, non si mostra decisa sulla scelta di adottare la bambina.
A causa di ciò si scatena in Victoria un fortissimo senso di frustrazione, che la conduce a fare e a farsi del male.
Saranno i fiori, proprio quelli che Elisabeth ha fatto conoscere a Victoria bambina, a costituire la chiave di lettura perché Victoria, ormai donna e madre, possa appropriarsi del segreto che essi hanno tentato di svelare nel loro essere venduti e donati, coltivati e curati, recisi ed essiccati.
Grazie ai fiori Victoria conoscerà Grant, sbarcherà il lunario, assaporerà la gratuità dell’amicizia, impegnandosi a costruire una vita piena.
Il libro, a mio parere, è diretto a un pubblico ben definito, a mamme e papà adottivi e a quelli che sono sul punto di diventarlo.
La medesima autrice, la Diffenbaugh, è anche madre adottiva; la sintesi della sua vicenda personale si trova nelle pagine finali a mo’ d’appendice, che completa con un dizionario dei fiori di Victoria e un’intervista la comprensione globale del romanzo da parte del lettore.
Alla donna Diffenbaugh va tutto il mio apprezzamento.
Soprattutto come essere umano.
Un po’ meno come lettore, amante di un minimo di preziosità stilistico-letteraria.
 
*Esistono ben quattro copertine del libro; ciascuna contiene un fiore dal significato diverso: la rosa per l’eleganza, la camomilla per la forza nelle difficoltà, la gerbera per l’allegria e la buganvillea per la passione.
A me è toccata la gerbera.
Esiste pure un sito, www.illinguaggiosegretodeifiori.com

10 pensieri su “"Il linguaggio segreto dei fiori" di Vanessa Diffenbaugh.

  1. Blue, grazie a te per l'attenzione; non si tratta di una vera e propria recensione, ma di impressioni post lettura. Penso che la trama possa prestarsi per la sceneggiatura di un film americano, magari già ci stanno pensando. 

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  2. Io apprezzo moltissimo le recensioni dei lettori, sono le più vere.
    Molto spesso i critici si dilungano in tortuose elucubrazioni che non consentono di capire la reale trama del libro.

    Conosci anobii ??

    Io ci ho trovato moltissime recensioni di lettori preparati e competenti…recensioni che mi hanno spinto ad acquistare libri che mai avrei pensato…

    …ed ho trovato anche numerosi amici di blog…

    e poi lo uso come strumento per tenere traccia delle mie letture – passate, presenti e future -….

    ti lascio il mio link   se vuoi curiosare 🙂

    Blue

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  3. E' vero alcuni sono silenziosissimi…eppure stare nelle pagine silenziose a me piace, si possono cogliere suoni inaspettati

    [secondo te perchè i blog sono più spopolati di un antico borgo?]

    Blue

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  4. Blue, ci sono forme più individualistiche di comunicazione, che hanno surclassato i blog, che costringono invece a fermarsi, a far riflettere, discutere, argomentare; è anche vero che esse hanno permesso di far pulizia tra i bloggers meno motivati e più inclini alla contemplazione autocentrata. E' un dato di fatto. Anche FB e simili subiranno la stessa sorte, perché l'evoluzione repentina delle forme di comunicazione è insita nella loro struttura. Il web è inoltre l'ulteriore conferma della liquidità del nostro sentire, dei nostri rapporti umani, è lo specchio della mutazione antropologica in atto. Il deserto dei blog, infine, ha dimostrato e dimostra quanto fossero false certe dichiarazioni di amicizia, di stima, di "affetto". C'è chi è sparito senza dire una parola, un saluto.
    Sconfortante.

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  5. Mel, questa tua riflessione mi trova concorde. Troppo spesso dichiarazioni di amicizia mi apparivano "false" e ne ho avuto conferma. Il blog è una dimensione che reca in sè l'amore per la riflessione profonda e questo non è da tutti. Rimane per me, come ho già detto, la dimensione che più mi è congeniale.
    FB – che peraltro ho provato senza però appassionarmi – è troppo evanescente se mi è permesso dire.

    blue

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