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Ho terminato la lettura di Morte in seminario di P.D. James, un giallo accattivante, ma definirlo tale è fortemente riduttivo.
C’è un papiro misterioso, una pala d’altare dinanzi alla quale si consumerà l’assassinio più efferato, i segreti dei protagonisti, il sacrilegio, l’incesto, un investigatore con le sue indagini rigorose, ma non ossessive, però Morte in seminario è qualcosa di più di un giallo, anzi costituisce un microcosmo attraverso cui l’autrice rappresenta allegoricamente la società di oggi, ciò che gli uomini sono o, forse, sono sempre stati.
Alla luce della sensibilità attuale può essere riscritto un nuovo codice di interpretazione dei rapporti sociali e individuali tra le persone?
Cos’è davvero sacrilego? Incestuoso? In una parola privo di etica? Quali i tratti distintivi di ciò che è morale e ciò che non lo è?
 
L’ispettore Adam Dalgliesh si ritrova, dopo anni di assenza, al seminario St. Anselm per indagare sulla morte sospetta di Ronald, un giovane seminarista, la cui testa, durante il ritrovamento del corpo, giace sepolta dentro un cumulo di sabbia di falesia.
Nulla fa scartare l’idea di un omicidio, ma neanche di un suicidio o di una morte accidentale.
Come Dalgliesh, anche altri visitatori, per ragioni diverse, chi per studiare, chi per insegnare, chi per far visita ai giovani ordinandi, animano la monotona vita del seminario, gestita dal severissimo padre Sebastian e insieme a lui da padre John e Martin.
Ciascuno con il peso o la leggerezza delle proprie scelte, con segreti da custodire e ricordi incancellabili: vicende personali si intrecciano alla storia del seminario, alla sua fondatrice e al destino che attende l’istituzione.
Come tutte le chiese, anche l’anglicana ha le sue ragioni economiche, incarnate dall’arcidiacono Crampton, il visitatore più inviso alla comunità di preti, ordinandi e ospiti temporanei.
Crampton, portavoce degli interessi economici del clero inglese, non fa mistero ai seminaristi dell’imminente chiusura di St. Anselm.
Una notte l’arcidiacono viene assassinato proprio in chiesa, davanti alla pala del Giudizio Universale di Van Der Weyden.
Su chi orientare i sospetti?
Sui seminaristi? Sui padri, alcuni dei quali nutrono per il prelato uno storico rancore?
Se ad ucciderlo è una mano interna, non si affretterebbe il declino dell’istituzione?
E che dire degli ospiti? Chi di loro nutre interesse per la chiusura di St. Anselm? O perché possa essere tenuto in vita?
A rendere complicate le indagini contribuiscono le morti accidentali di due donne, anch’esse in pianta stabile al seminario.
Ma sono veramente fortuite? Un disturbo cardiaco e una scala ripida?
Soltanto nelle pagine finali la scrittrice, attraverso un trucco letterario, ricostruisce e svela le ragioni delle morti, eppure non sfugge al lettore avveduto che la James durante la narrazione va oltre i fatti, le indagini, i sospetti, le ricostruzioni, partecipandoci una visione realistica quanto disincantata della vita.
Potrebbe anche apparire eccessivamente classificatoria, tassonomica.
Bianco o nero.
In queste parole, che riporto traendole da una lettera, ce n’è il condensato: “ Le persone che, come noi, vivono in una società in decadenza hanno tre scelte. Possiamo tentare di evitare il declino come un bambino costruisce un castello di sabbia sulla linea della marea che avanza. Possiamo ignorare la morte della bellezza, del sapere, dell’arte, dell’integrità intellettuale, cercando sollievo nelle nostre consolazioni. È quello che io ho cercato di fare per anni. In ultimo, possiamo unirci ai barbari e prendere la nostra parte di bottino. È la scelta più frequente…”
 
Il grigio lo si sfoglia tra le pagine.