Di altari e paramenti

Finisse questo post sotto gli occhi di Benedetto XVI!
A lui spetterebbe titare le orecchie agli “organi” competenti.
 
Io, che sono un appassionato cultore di paramenti sacri, inorridisco di fronte al menefreghismo con cui parroci e sagristi trattano gli altari della maggior parte delle chiese italiane.
Come tutti sanno, ogni giorno dell’anno è regolato da apposite norme liturgiche, fra esse è ineludibile il rispetto tassativo del colore liturgico.
Verde, rosso, bianco con la variante oro, viola con la variante rosa vengono rispettati, sulla base del santo del giorno, per la casula del sacerdote e per il telo dell’ambone, ma per l’altare l’incuria domina sovrana.
Per mesi e mesi una stessa tovaglia, rigorosamente bianca anche sul prospetto dell’altare, quello visibile ai fedeli, staziona per settimane e talvolta anche per mesi.
Quindi si mettono in scena veri e propri ossimori visivi: veste rossa del sacerdote, tovagliato bianco o incolore sul prospetto dell’altare, e così per gli altri colori.
Ormai, tranne per gli ordini religiosi femminili, ma non tutti, la figura del sagrestano/a è del tutto scomparsa, perciò costituisce un impegno gravoso per i parroci far curare l’altare con un gallone o un merletto adeguato alla liturgia del giorno.
Nelle chiese di recente fattura, si veda per tutte l’ abominio architettonico di San Giovanni Rotondo, si scelgono materiali pregiati e il medesimo altare è spesso provvisto di scultura sul frontespizio, tale che impedisca di stendervi sopra una tovaglia con frontale liturgico a tema; in caso contrario il merletto o il gallone oscurerebbero la fattura artistica della scultura o, nella migliore delle ipotesi, la contemplazione/fruizione del soggetto rappresentato.
Si deve però rilevare che per le casule c’è da parte di tutti una corsa all’accaparramento delle migliori.
Come si spiega tutto ciò?
Perché questa contraddizione?
Alcuni, come le sorelline di San Paolo, la punta diremmo del capitalismo commerciale cattolico, giustificano l’uso esclusivo del bianco per la tovaglia prospettica, adducendo come argomentazione che il sacrificio sull’altare debba necessariamente avvenire su un tovagliato bianco.
Giustissimo.
Ma io non parlo della superficie dell’altare, ma del prospetto.
Su questo glissano, e non solo loro.
Quali possono essere le ragioni di tale decadenza?
I costi?
Non è possibile.
Una casula può costare fino a 1.200 euro, confezionata a mano anche 2.000 euro.
Cosa sono 1.200 euro contro un merletto o un gallone a 120 euro al metro?
Quindi, facendo un conto superficiale, un merletto rosso di due metri costa 240 euro a fronte di 1.200 per una casula.
Da cosa allora si genera la noncuranza del tovagliato d’altare?
Crisi dei sagristi, imbarbarimento dei costumi, decadenza del ricamo, e mettiamoci pure i costi!
 
Nell’immagine un merletto per altare, così perché sia chiaro cosa intenda per tovaglia di prospetto. Il ricamo è stato fatto a mano su tulle, il tema è “eucaristico”, infatti sono rappresentati l’acrostico
IHS, dei  fiori a “stella” di colore rosa, delle spighe.

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4 thoughts on “Di altari e paramenti

  1. ma una bella tovaglia dell'IKEA? così, giusto per far finire l'8 per mille nelle tasche di chi davvero ha bisogno.
    (scusa la polemica, ma se penso che questi qui spendono 1200euro per una tovaglia e poi piangono miseria se si ipotizza di fargli pagare l'ICI…)

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  2. @ Lanoisette : mai visto a Roma qualche negozio di abbigliamento ecclesiastico ? 

    Comunque non volevo essere io ad aprire la polemica, dati i miei precedenti commenti sul ministro. Insomma, Melchisedec, non è per fare il bastian contrario, e pure io davanti a certe sciatterie o celebrazioni poco curate storco il naso. Tuttavia, scusami , ma credo che i problemi della Chiesa al momento  siano altri  e molto più gravi di una tovaglia d'altare…

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