Le due statue

Non so se avete saputo del premio Nobel 2011 per la letteratura, assegnato allo svedese  Tomas Tranströmer. Viene chiamato il poeta dei "silenzi nordici" o "boreali".
Di fatto, occorre ammetterlo, non lo conosciamo quasi nessuno fuori dalla Svezia.
Si dice sia stata una sorpresa e già qualche critico italiano ha arricciato il naso, di fronte a versi che parlano di profumo verde e che si arrampicano su metafore ardite, ma già sentite.
Mi sarebbe piaciuto vedere assegnato il premio a Titos Patrikios, da molti considerato il maggiore poeta greco contemporaneo.

“Nato ad Atene nel 1928, Titos Patrikios è figlio di celebri attori. Giovanissimo prese parte alla resistenza greca al tempo dell'occupazione, e in seguito visse la tragedia della guerra civile. Negli anni ‘50 fu detenuto in un campo di tortura nell'isola di Macronissos, e poi fu deportato al campo dell'isola di Saint-Stratis. Terminati gli studi in Legge all'Università di Atene ha studiato sociologia e filosofia alla Sorbona e all'Ecole Pratique des Hautes Etudes a Parigi. Dopo il colpo di stato del 1967 ha vissuto tra Parigi e Roma sino al 1975. Ha pubblicato la prima raccolta Strada sterrata nel 1954, seguita da Apprendistato (1963), Fermata a richiesta (Ermes, 1975), Poiemata I, II e III (Temelio 1977, 1988), Il piacere delle proroghe (Diatton, 1992). Ha tradotto molti poeti stranieri tra cui Saint John Perse, Neruda e Valery. Tra le opere in prosa si ricordano, La banda dei tredici (Atene, Diatton, 1990) e Linea di galleggiamento (Afegeseis, 1997). Per la raccolta La resistenza dei fatti ha ricevuto il premio internazionale di poesia a Salerno nel 1992 e per la sua opera ha ottenuto il Gran premio nazionale greco nel 1994. Le sue opere sono tradotte in francese, tedesco e italiano”(fonte fahreneit radiotre).
 
Ecco una sua recente poesia, Le due statue
 
La poesia,
bronzi parlando della vita,
l’avvolgeva con parole,
la legava,
voleva immobilizzarla
come una statua per secoli infiniti
nella sua metrica.
 
La vita,
ascoltando la poesia,
l’avvolgeva con sabbia fosforescente,
la pietrificava,
le spezzava le membra
fino a trasformarla in una statua
mobile nel tempo.
 
(Titos Patrikios, 2007)

11 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. povna
    Ott 09, 2011 @ 08:01:00

    Confesso di non riuscire a provare mai un interesse reale per il nobel alla letteratura (né ad appassionarmi al relativo toto-nomi), mentre viceversa per le altre categorie – specie medicina, fisica e pace – provo un interesse più marcato.
    A me il nobel fa venire in mente, sostanzialmente, questo film geniale (che vidi da piccola e da lì in poi più volte).
    Tranströmer, per quel poco che lo conosco (e considerato che ovviamente la questione della lingua originale diventa quanto più essenziale in poesia, tanto che noi leggiamo, mi sembra, soprattutto l'abilità poetica di un bravo traduttore), è interessante. Lo stesso dicasi di Patrikios (del quale la somiglianza tra greco antico e moderno mi ha permesso di seguire meglio qualcosa, anche se sempre con traduzione alla mano). La poesia che hai postato è bella. Anche se – se il problema per alcuni è che Tranströmer non ha nulla fuori dal repertorio più classico – la contrapposizione tra parole e cose sicuramente pone lo stesso problema anche con questo componimento qui.

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  2. melchisedec
    Ott 09, 2011 @ 18:04:00

    In un certo senso sono orientato come dici tu, Povna, sui Nobel, ma gli Italiani non li voglio "toccati", anche Carducci. 

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  3. anto561
    Ott 11, 2011 @ 06:45:00

    Francamente il Nobel per la letteratura mi sembra molto poco obbiettivo.
    Mi è capitato di leggere libri di Nobel e buttarli nella spazzatura (come si chiamava quella austriaca di qualche anno fa ? Fecero anche un film del suo libro + famoso). Da vomito, per me.
    Comunque, anche sui Nobel x le scienze c'è "mafia", ovvero ci sono stati fior di scienziati che avrebbero meritato il premio sempre messi da parte, il cui contributo nel tempo si è sempre ingigantito (vedi quella volta dei duei fisici giapponesi che hanno applicato la teoria dell'italiano, e lui niente premio), mentre a volte è stato dato a scienziati che hanno fatto solo qualcosa diventato di moda, e poco o null'altro (avete presente per esempio i fullereni e Kroto ?). E gente che ha fatto robe su cui si lavora ancora a distanza di 50 anni (tipo Chatt), dei veri giganti,  non è mai stata toccata.
    Insomma, a volte il sospetto che siano come gli Oscar a volte ti viene (il Padrino docet).

    Anonimo SQ

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  4. povna
    Ott 11, 2011 @ 09:25:00

    @AnonimoSQ: ovviamente sui settori che non mi competono non mi pronuncio, ma per la letteratura (posto che come dicevo il nobel è un rituale che lascia anche me 'fredda') ricordiamoci comunque che il premio, secondo il testamento di Nobel, deve andare: "a chi, nell’ambito della letteratura, abbia prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole”. Questo di per sé limita molto il campo e taglia via parecchio, in ogni caso. 

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  5. utente anonimo
    Ott 11, 2011 @ 13:19:00

    Effettivamente, per la Elfriede Jelinek si attaglia indubitabilmente indubitabilmente la frase:
     "a chi, nell’ambito della letteratura, abbia prodotto il lavoro di tendenza idealistica più notevole”

    Anonimo SQ

    PS traspare l'ironia, spero!  Almeno Vargas Llosa è piacevole da leggere. Lei  fa vom…

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  6. povna
    Ott 11, 2011 @ 13:28:00

    AnonimoSQ: non sono sicura che la piacevolezza e il vomito siano, onestamente, gli unici criteri. Mi rendo conto che è difficile perché noi letterati ci occupiamo di una cosa che praticate tutti ma – come Mel (altro grande amante della tecnica del signifcante e non solo del significato) ti potrà dire meglio di me – si può parlare a buon diritto di "scienze letterarie" (della quale esiste una conoscenza specifica né più, né meno che per le altre materie di voi scienziati!). Nello specifico: non amo particolarmente la Jelinek, ma è indubbiamente interessante e, beh sì, il suo è uno di quei casi (penso che Mel concordi) al quale la definizione di Nobel, tecnicamente, si attaglia particolarmente a puntino!

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  7. melchisedec
    Ott 11, 2011 @ 14:25:00

    Non ho letto nulla di Elfriede Jelinek.

    Concordo con Povna: scienze letterarie, è proprio così. C'è una specificità letteraria, come c'è una specificità chimica, medica, etc.., che il lettore, a mio parere, non può avere.

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  8. utente anonimo
    Ott 11, 2011 @ 17:33:00

    @ 'povna
    @ melchisedec

    Capisco di essere sicuramente grossolano nei miei giudizi. Diciamo che un' opera d'arte potrebbe aver più livelli di fruizione. 

    Se ascolto il Requiem di Mozart, superficialmente da non musicista resto colpito dalla profondità delle emozioni e dalla bellezza dell'"armonia". Il mio amico musicista osserverà invece  (parlo a vanvera di un  discorso che mi fece) la struttura dell' orchestrazione e ci vedrà particolari simmetrie e tecniche raffinate. Il mio amico ingegnere del suono ci vedrà un suono di un certo tipo, con alcuni pregi ed alcuni difetti sonori da me inavvertibili, etc.
    Capisco.
    Capisco anche, però, che anche un cretino come me ascoltando il Requiem o l'Ave Verum capisce che si tratta dell'opera di un genio, che sa farsi capire anche da un analfabeta, perchè "comunica".
    Allora dico che uno scrittore che non sa rendere gradevole la scrittura, o un musicista piacevole l'ascolto, forse saranno dei grandi a dei metalivelli superiori, ma se le persone normali non riescono a percepire, forse hanno perso di vista che loro obbiettivo è quello di comunicare qualcosa. Il più grande musicista di tutti, se non riesce a comunicare ad alcuno, perchè nessuno oltre a lui stesso ne sopporta l'ascolto, è davvero un grande ?
    Ma forse sono io a sbagliare. Probabilmente non riuscirò mai a leggere l'Ulisse di Joice o a preferire Stockhausen a Bach.
    Comunque il libro della Jelinek è finito nel cassonetto della carta, quelli di Vargas Llosa o Primo Levi no :  vuol dire qualcosa ?

    Anonimo SQ

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  9. melchisedec
    Ott 11, 2011 @ 19:11:00

    @SQ, cominciamo col dire che i tuoi giudizi non sono grossolani. E' interessante confrontarci.
    Il giudizio estetico, a mio parere, per quello che riguarda la mia formazione, va distinto dalla letterarietà, che è cifra specifica dell'oggetto letteratura, quella cifra, fra le altre, che ci fa parlare di scienze letterarie.
    Che un'opera mi piaccia o incontri il gusto di molti non significa automaticamente che l'opera possa essere ascritta a capolavoro. Di questo aspetto si occupa il lettore, ma lo studioso di letteratura si guarderà bene dall'esprimere un giudizio di carattere prevalentemente estetico nell'attività di studio e analisi dell'opera. Semmai evidenzierà altri aspetti, tra cui gli elementi che concorrono a definire "letterario" un testo nella globalità di forma e contenuto.

    Ricorrerò a un esempio.

    Personalmente mi ripugna a livello estetico e di gusto l'opera per eccellenza di Francesco Guicciardini, "I Ricordi"; ciò non mi impedisce, in quanto studioso di letteratura, di evidenziare la potenza letteraria dello stile e del contenuto dei "ricordi" guicciardiniani. L'asciuttezza del dettato testuale, l'ellissi, l'anacoluto, la sentenziosità verbale sono tutti segni del temperamento di un uomo e di un'epoca intera, quella che apre l'età moderna in Italia, nel suo essere insieme vecchia e nuova, chiusa in strutture medievali, eppure pulsante di novità, di nuovo humus filosofico, storico, sociale. Un'epoca e un uomo(Guicciardini e i suoi contemporanei) vivono la contraddizione di una cosa che non è più e che ancora non è. E che per molto tempo non sarà. Che Italia? Quali equilibri nello scacchiere europeo? E il letterato? Qual è il suo posizionamento sociale, la sua credibilità? E così via…

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  10. povna
    Ott 11, 2011 @ 19:17:00

    AnonimoSQ: certo chevuol dire qualcosa! il diritto del lettore è sovrano ben prima di Pennac. (E mi scuso se sembrava che volessi dire altro: il mio era solo un discorso che rivendicava la presenza di altro, e quindi la consapevolezza di poter dire altro al di là del livello che pure io frequento stabilmente, quello del lettore). Il Nobel, appunto, forse (almeno in parte) segue anche altre linee, che non sono necessariamente (solo) quelle di  scegliere un autore perché parla a tutti, ma anche per altri motivi. Se dovessi parlare dal punto di vista cinematografico, direi che si colloca esattamente a metà strada tra gli Oscar e la Berlinale. (e questo spiega perché nell'ottica degli Oscar forse no, ma in quella di Berlino la Jelinek ci sta (perché Stockausen non è che non parla a nessuno, parla a meno). Compito di quel tipo di riconoscimento è (anche) portare alla luce ciò che è letto da alcuni, non (solo) acclamare il già acclamato… 
    Per esempio, Pilgrimage di Dorothy Richardson (il romanzo fiume che fu modello anche di Joyce che tu citavi per certe tecniche) è assai più pesante, verboso e brutto dell'Ulisse. Ma non è pesante , verboso e brutto in sé. E senza quell'opera la storia della letteratura sarebbe andata anche parzialmente altrove. Anche se magari poi alcune copie di quell'opera sono finite (legittimamente, lo ripeto) nel cestino.

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  11. anto561
    Ott 11, 2011 @ 19:44:00

    @mel
    @povna

    Ricevuto : forte e chiaro.
    Diciamo che, se fossi fresco di liceo, con insegnanti come voi, probabilmente avrei già saputo quel che mi avete detto. 

    Purtroppo : 1. son passati troppi anni, ed i ricordi si affievoliscono; 2. non ho certo avuto docenti del vs livello (o semplicemente non me ne sono accorto perchè ancora da maturare, malgrado la Maturità), oppure, se Dio vuole, è cambiato ed approfondito anche il modo ed i contenuti dell'insegnamento.

    In fondo, a me quel poco di chimica fu insegnata con le valenze, gli ossidi, le anidridi (cose buone e giuste, si intende), ora si usano classificazioni e concetti + profondi, come stato di ossidazione etc. Ci siamo evoluti.

    Bene, amche oggi ho imparato qualcosa.
    Unico neo, e vi chiedo scusa : Stockhausen, dodecafonici etc, ci ho provato, ma non riesco proprio ad ascoltarli, preferisco sempre Bach, Mozart ed Handel. Che ci posso fare ? mi donano la pace dell'anima….

    Anonimo SQ 

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