Do(e)cenza

Un’affascinante ricostruzione etimologica ascoltata alla radio; ne è autore il suadente professore Vallauri. Si può ascoltare qui. Io mi sono limitato a schematizzarla così di seguito, augurandomi di non avere bucato la rete dei significati.

Il cranio di Bonaviri


Qualche tempo fa ho parlato del medico e scrittore Giuseppe Bonaviri(1924-2009), che ho conosciuto indirettamente grazie alla trasmissione radiofonica Fahreneit di RadioTre; ho tentato di recuperare il post, un brano di Bonaviri sull’arrivo della primavera, ma invano. Sicuramente nel passaggio da una piattaforma all’altra il post è stato cancellato.

Finalmente ho letto uno dei suoi romanzi, pubblicato da Sellerio nel 2006, L’incredibile storia di un cranio. Non è un romanzo, ma una breve favola fantascientifica e teologica, che ha per protagonisti tre giovani ricercatori, la catanese Porporina, il cretese Jehova e l’egiziana Iside.
I tre scienziati, esperti rispettivamente in cosmologia, in transferasi antirigetto e biologia botanica, nella primavera del 2005, si ritrovano insieme a Cambridge, nello stato del Massachusetts, per partecipare a una ricerca che intende avvalersi del loro contributo scientifico. Il team è guidato da altri due stranissimi personaggi, Samuel Newton, il direttore del centro sperimentale, e l’ornitologo Osborne, esperto in biclonazione, nella fattispecie tra piante e uccelli, ma vorrebbe estendere il suo progetto scientifico applicandolo anche agli esseri umani, infatti a tre bambini, Lazzarillo, Ububu e Marcello, intenderebbe inoculare dei filamenti vegetali per creare degli uomini-alberi. Tuttavia, ben presto, sia gli esperimenti di clonazione(innestare prima su un’allodola e poi sui tre bambini dei fibroblasti vegetali) sia la collaborazione scientifica fra i tre giovani ricercatori prendono un’altra piega, infatti Iside ha portato con sé dalla sua terra il cranio di un soldato morto in battaglia(Toto), presumibilmente durante il secondo conflitto mondiale, verso il quale prova un’attrazione fisica irrefrenabile, a tal punto che “simula” un orgasmo con il teschio, affinchè possa far rivivere il giovane soldato. Del fatto Iside mette a conoscenza i colleghi Porporina e Jehova, con i quali, soprattutto per il condiviso amore per “il cielo e la terra”, consuma un amplesso in un triangolo carnale che Bonaviri descrive con candore angelico. L’affiatamento fra i tre imprime una svolta alla ricerca scientifica del direttore Newton e dell’ornitologo Osborne, che accettano la proposta “innovativa” dei giovani studiosi: effettuare una multiclonazione, per la quale sarà adoperato il grembo di Iside, che mescoli insieme elementi botanici(genzianella e imprecisati fiori funerei), animali(rondine), materia galattica(cristalli preziosi provenienti da Andromeda, dove si dice si rifletta il pensiero di Dio) e dna umano ricavato dall’unico ciuffo di capelli attaccati al teschio del soldato morto in battaglia. L’esperimento va a buon fine: Iride partorisce un nuovo Toto, i cui capelli tralucevano per minime particelle d’oro e di zaffiro che vi erano incluse. I ciuffetti di capelli sulla nuca e sulle tempie erano misti a genzianelle, ora di cinque ora di sette petali carnosi. Sulla fronte si vedevano, quasi staccati dal tessuto cutaneo, carnei steli di fiori funerei[…] la nerezza dei petali era evidente, in quelli presenti sulle ciglia, la tenebrosa lucidità rifulgeva per il sole che ora vi batteva dalle finestre.[…]Esaminando le spalle e i contorni del piccolo Toto, notarono, con grande sorpresa, che sulle parti laterali delle scapole c’erano due alucce di carne tenera, anzi tenerissima, con, verso l’apice, delle penne di un verde chiaro, come quelle delle ghiandaie, un po’ ruvide al tatto. All’approssimarsi del parto di Iside si consuma il dramma di Jehova, una sorta di compulsione ossessiva, che lo condurrà dapprima a vagare dilaniato dai sensi di colpa e poi a sparire nel nulla durante il viaggio di ritorno verso la terra del padre Gorgonio. Soltanto le due protagoniste, Porporina e Iside, faranno ritorno nella terra dei padri.

La favola è una tessitura di passione scientifica e di miti antichi e primordiali, dove dominano l’acqua, come principio della vita, e la madre-Terra, miti cristiani frammisti a quelli pagani.
Favola plurisensoriale, sinestetica, dal forte sapore simbolico, con una demonizzazione della figura maschile, il cui fallo è simbolo dello strazio fra cielo e terra.
Per la scelta oculata dei nomi dei personaggi c’è un continuo richiamo alla tradizione scientifica, all’antica religione egizia e alla tradizione giudaico-cristiana; vi confluisce pure la mole di immagini e movenze letterarie, italiane ed europee, di cui Bonaviri si dimostra esperto conoscitore. Echi danteschi e montaliani nella descrizione angelicata e al contempo ferina delle due protagoniste, visioni cavalcantiane miste a estasi di sensi, giochi di luce e di spiritelli nella rappresentazione delle emozioni dei protagonisti. La tradizione classica campeggia, invece, nell’epilogo: gli Ateniesi che attendono il ritorno di Jehova assistono a un prodigio ornitologico che sembrerebbe foriero di sventura, l’unica nota di dolcezza è la musica melodiosa di uno zufolo, suonato da un bambino di sette anni. Un novello puer preannunciante una palingenesi morale o la fine del mondo?
Bonaviri non fornisce alcuna risposta; soltanto nelle Conclusioni pare profilarsi l’ipotesi di uno sbrindellamento della terra intorno all’anno 2188.

Fra i temi portanti del libro di Bonaviri il dialogo fra religio, fede e scienza(vengono citati anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), la passione per la ricerca scientifica che può divenire parossistica e sfrenata tanto quanto la chiusura religiosa, l’amore entusiasmante per la natura e l’universo tutto, colto e rappresentato nelle sue innumerevoli pieghe e pulsioni, la possibilità di una connessione fra conoscenza scientifica e simbolismo teologico-filosofico, che sembra risemantizzare la migliore tradizione ermetica umanistico-rinascimentale.
Il pregio della favola mediterranea di Bonaviri è poi squisitamente letterario; penso che per L’incredibile storia di un cranio lo scrittore di Mineo possa enumerarsi tra i grandi che hanno permesso il dialogo tra scienza(e fanta)e letteratura. La sintassi è limpidissima ed elegante, le scelte lessicali il frutto di un lavoro di cesello che è insieme scientifico e altamente poetico, come se il panteismo filosofico, di cui l’autore è portavoce, si manifestasse nella scrittura stessa.
Mi pare degno di rilievo, anche sotto il profilo contenutistico, l’incipit della favola, quando Bonaviri, che è il narratore, introduce la figura di Porporina; c’è un’insistenza sulla descrizione del vento nel catanese che non è soltanto un omaggio alla terra siciliana, ma anche un richiamo allo pneuma universale di ascendenza biblica e pagana che in quei luoghi sembra scatenare la sua potenza: Tutto si infoglia, perfino i bambini che spensieratamente giocano, tanto da apparire buffi burattini color vinoso. Ma certe volte il vento, lamentandosi per i botri da cui nasce, oppure agglobandosi e chiudendosi a vortice, passando per la valle del Bove, aprendosi e quindi mugolando, arriva a Catania come largo fiume sospeso. Finito il suo impeto, il vento prende sonno puranche nei borghi solitari, nelle grotte e perfino in mezzo ai castagni.[…] Quando viene notte, fuoriuscendo da buchi interrati, o da grotte, o, puranche, da cavità di alberi, simili a peti, o flatulenze sfiatanti, dei piccolissimi demoni o streghe si diffondono ad apportare la paura pura, incontrollabile, inconsolabile, senza confini. Se Mongibello è in eruzione, trasporta lapilli o polvere nera sui giardini di aranci e mandarini che rosseggiano nell’aurora insieme ai campanili dei paesi su cui cadono polverulenze e lapilli.

I pensieri pensati


“Quasi tutti pensano che le cose non siano vere finché non sono state dette, che sia la comunicazione, non il pensiero a dargli legittimità.
È per questo che la gente vuole sempre gli si dica “Ti amo, ti voglio bene”.
Per me è il contrario: i pensieri sono più veri quando vengono pensati, esprimerli li distorce o li diluisce, la cosa migliore è che restino nell’hangar buio della mente, nel suo clima controllato, perché l’aria e la luce possono alterarli come una pellicola esposta accidentalmente”
(Peter Cameron, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”, Adelphi, 2007)

Il 2011 non è stato un anno fortunato sotto il profilo delle letture, non perché abbia letto meno rispetto agli altri anni, ma perché nessun libro mi ha davvero appassionato. Che vuol dire “appassionato”? Essere metaforicamente trascinato dal fluire della prosa, mentre tu lettore diventi, in qualche modo, protagonista della narrazione. Vuoi per una porzione della storia, vuoi per le affinità con un personaggio o anche per le suggestioni, che alimentano il tuo immaginario. Il prodigio di un libro bello bello s’è manifestato in questo gennaio così acre e lungo, che sembra non finire mai.
Si tratta di Un giorno questo dolore ti sarà utile di Peter Cameron, Adelphi 2007. Fino a qualche giorno fa ignoravo l’esistenza del libro e dell’autore, la cui ancora breve carriera letteraria merita di essere esplorata, pertanto ho già deciso di leggere una raccolta di racconti, Paura della matematica.
Per correttezza nei confronti di chi leggerà il post devo immediatamente esplicitare la causa prima che m’ha infiammato d’entusiasmo: da tempo non succedeva di leggere qualcosa di profondamente mio. Cameron l’ha saputo dire con parole semplicissime che io non ho mai trovato: “Io mi sento me stesso solamente quando sono solo”.
E ora parliamo del libro.
La trama del romanzo è semplice: in pochissimi mesi viene concentrata, sotto forma di narrazione autodiegetica, la vicenda del giovane James, appartenente alla media borghesia newyorkese alle prese con una madre pluridivorziata, proprietaria di una galleria d’arte, un padre rampante che si concede al figlio una tantum per una pausa-pranzo, una sorella, Gillian, dalla personalità esuberante e dalle abitudini strampalate, e Nanette, la nonna materna con cui James intrattiene un rapporto umano autentico, forse l’unico. Tutti i personaggi ricoprono un ruolo fondamentale nella storia e il pregio di Peter Cameron è di non trascurare alcuno di essi; ruolo non accessorio ricoprono poi altri due personaggi, John, direttore della galleria d’arte, e la psicoterapeuta Adler, cui controvoglia viene affidato James perché questa lo aiuti a superare il suo presunto disadattamento socio-relazionale. James, infatti, è un diciottenne atipico rispetto ai comuni modelli convenzionali: legge moltissimo, parla pochissimo o meglio ritiene che si debba parlare quando veramente si abbia qualcosa da dire, non s’è mai presentato con una ragazza al suo fianco, fatto che desta nei genitori il timore che il figlio sia gay, e, cosa gravissima, non ha alcuna intenzione di frequentare l’università perché mal tollera la compagnia dei suoi coetanei(non ha nulla da dire a loro, né loro hanno nulla da dirgli) e inoltre ritiene che si possa apprendere e conoscere dedicandosi autonomamente alla lettura. Il rifiuto del giovane di frequentare l’università è il motore che mette in funzione l’azione investigativa nei confronti di James, infatti quasi tutti i personaggi, con modalità affettive differenti, cercano di interpretare il suo disagio umano-relazionale, ma con scarsissimo successo. L’amara verità che Cameron fa emergere dalle pagine è l’interesse egoistico, anche inconsapevole, che muove tutti i personaggi interessati: per i genitori la frequenza dell’università è un modo per obbedire alle convenzioni sociali, per Gillian, la sorella, l’occasione per avere in regalo un’automobile nel caso in cui riesca nell’intento di convincere il fratello, per la Adler, la psicoterapeuta, un’ulteriore occasione per confermare le sue tesi e corroborare la sua fama. Su tali personaggi passa la lama dell’ironia dell’autore, alla quale dà voce simpaticamente James e in qualche modo Nanette, la nonna materna. La critica di Cameron alla società americana(solo quella?), alla sua capacità di stritolare l’essere umano nella gabbia di un’interpretazione, che possa essere utilitaristica, economica, antropologica, psicologica, non assume mai i toni dell’invettiva moralistica, né dello sdegno, è invece affidata alle pagine del diario di James, alla sua spietata ricerca di capirci qualcosa del mondo in cui vive.
Con tutte le difficoltà e gli errori del caso.
James, infatti, non è eroe eccezionale, infallibile nelle sue analisi e sicuro delle scelte da compiere, infatti, proprio a causa della sua inesperienza, che dagli altri viene letta come disadattamento, rovina forse l’unica relazione umana “positiva”, quella con il direttore John, di cui pare innamorato, soprattutto perché con lui è in grado di parlare autenticamente e di “cose” interessanti.
Lascio ai lettori eventuali la gioia di apprendere il finale della storia, per nulla banale; un timore che m’è stato compagno durante la lettura era quello di trovarsi sull’ultima pagina davanti a qualche scena finale scontata e banale, invece Cameron è profondamente rispettoso dell’intelligenza del lettore.
Solitamente non è mio costume consigliare a chicchessia la lettura di un libro, ma per “Un giorno questo dolore ti sarà utile” ho l’ardire di farlo. Anzi i colleghi-lettori non solo dovrebbero leggerlo(ma sono sicuro che l’hanno già fatto), ma proporlo ai loro allievi. E anche le mamme e i papà, soprattutto quelli che ritengono di conoscere profondamente i loro figlioli, mentre in realtà ne ignorano quasi tutto.

Aggiornamento del 4 maggio 2012
Ho visto l’omonimo film di Faenza. Insipido.

Code

L’ultima è che stamane, alle 07.07, ho chiamato il 112 per potere uscire dal mio paesello e avviarmi in città. Mi ha stupito la risposta di un carabiniere: “Abbiamo tutte le pattuglie impegnate”. Alle 07 e 07? Ma se l’unica emergenza era l’intasamento della via che porta alla provinciale! Rimane il fatto che sono rimasto in coda fino alle 08.35. Finalmente vigili urbani e CC si sono dati da fare. Sono arrivato pertanto a scuola con un’ora di ritardo. A scuola è stato, tutto sommato, riposante, se è vero che il ritorno è stato un’odissea per via delle code ai distributori. Auto e contenitori di tutti i tipi per raccattare carburante, quindi traffico in tilt. Non è vietato dalla legge trasportare idrocarburi senza autorizzazione? Come mai le forze dell’ordine non sono intervenute? O è lecito riempire di benzina bidoni di plastica e taniche e portarseli in giro come se fossero buste per la spesa? Il risultato finale è che sono senza carburante, l’autonomia è di 30 km, cioè zero. Pare che la protesta dei forconi ora si stia spostando a Roma, da quanto ho letto sul giornale. Quindi intelligentibus pauca. Fate rifornimento!

Brucia


Da qualche giorno, per via della protesta degli autotrasportatori, il traffico cittadino ha allentato la sua morsa; anche per chi, come me, è pendolare e si precipita quotidianamente giù dai monti, ai primi rosei bagliori dell’aurora, la strada provinciale è meno intasata e chi guida quasi dimentica di scavare con gli pneumatici il letto serpentino di un fiume d’asfalto un po’ pericoloso. Domani sarà l’ultimo giorno in cui potrò usare l’automobile, il diesel sta per terminare e la spia è lì, in agguato, pronta a sfoderare il suo grido d’arancio e poi rosso-fuoco. Qualche giorno fa non sono riuscito a fare rifornimento, mi sono incolonnato, come tanti, lungo una fila interminabile di mezzi ma, mentre ero sul punto di arrivare alla meta, un benzinaio, con la faccia da ebete compiaciuto, ha segnato con le mani l’esaurimento del diesel. Se si protrarrà la protesta, userò l’automobile di mio padre o la corriera. Stamani, poi, la sorpresa: la scuola era un deserto, sono entrati pochissimi alunni, mentre il grosso si dice abbia affiancato i manifestanti, dando loro un sostegno. Non ho considerazioni da fare, né ultimamente mi piace attentare alla libertà dei miei allievi con omelie decontestualizzate dalle lezioni, ma mi ha infastidito alquanto apprendere dai media che gli studenti palermitani hanno bruciato la bandiera italiana.
Questo sì, mi brucia assai.