“Di lassù fossimo il fondo”

 
 
Vi  incontrai tutti domani
come la mia morte
con i suoi baffi appiccicati al cuore
ce ne andremo ieri
nel fresco deserto dove germogliano le sue orme

Adagiammo il passo dentro antiche tracce
invisibili e profonde
trascolorammo tra vigneti sognati
tenerissime rocce ferite a ruscelli
da qualche era inquieta

Tra le rovine di un tempio
appena edificato
da qualche millennio
andammo
a mormorarci parole
che non potremo mai aver detto

Lungo la notte
da una sorgente prosciugata
attingeremo veleni per spezzare la sete
che all’alba non avemmo più

E domani ci affacciammo
all’orlo di un pozzo
per scrutare sotto
in basso
un altro cielo
mentre da quel laggiù
i volti imploranti
di tutti noi bambini
scongiuravano muti
che di lassù
noi fossimo il fondo

Sarebbe sufficiente la poesia su riportata per designare la fattura del romanzo “La notte dei due silenzi” di Ruggero Cappuccio, Sellerio 2007. O forse basterebbe per esprimere la difficoltà del lettore nel sostenerne la statura filosofica, linguistica e teatrale. Si tratta, infatti, di un romanzo polifonico e stratificato, cui fa da garante della comprensione un filo di narrazione oggettiva, affidata a più di un personaggio, ma che sfugge ugualmente all’intendimento del lettore. A un intreccio tutto sommato semplice, la storia d’amore, nel cuore del secolo XIX , tra Chiara e Alessandro, appartenenti alla nobiltà del Regno delle Due Sicilie, il loro brevissimo matrimonio, la morte di lei per vaiolo, non fa riscontro una struttura narrativa compatta, poiché nel romanzo si intrecciano in maniera comunque equilibrata più generi letterari e diversi registri linguistici: l’epistola, la registrazione oggettiva di qualche fatto, il discorso filosofico, il diario, la mimesi e il monologo teatrali. Allo stesso modo la lingua obbedisce flessibilmente agli statuti dei personaggi e agli eventi narrati, facendosi poesia, prosa filosofica, sfogo letterario autobiografico, discorso politico, battuta teatrale e giallo. Il lettore comunque riesce a padroneggiare la struttura prismatica del romanzo e di gran parte dell’intreccio riesce a tenerne il filo, poi però, già estenuato da una lingua tesissima, di cui Cappuccio dimostra di conoscere tutte le valenze espressive, si smarrisce insieme ai personaggi nella ricerca, inconclusa, della verità, ammesso che possa svelarsi.
Quale verità? Quale ricerca?
Proprio nell’incipit del romanzo è presente la chiave investigativa: Eugenio(fratello minore di Alessandro, che dopo la scomparsa/morte della moglie Chiara, s’è imbozzolato in un silenzio assoluto)si mette in contatto epistolare con un vecchio amico scienziato e filosofo francese, Descuret, perché questi possa in qualche modo aiutarlo a capire e a rompere il silenzio di Alessandro. La situazione “patologica” del giovanissimo vedovo, descritta minuziosamente da Eugenio nelle epistole,  è tale che Descuret si reca in viaggio ad Amalfi, dove è ambientato gran parte dell’intreccio, per seguire da vicino, rigorosamente in silenzio, la fenomenologia del pathos di Alessandro. Mentre Eugenio e Descuret avviano la loro investigazione sulla solitudine silenziosa di Alessandro, il libello di un Anonimo, finito addirittura tra le mani del re delle Due Sicilie, non solo desta il fantasma dello scandalo nobiliare, inammissibile per sua maestà borbonica, ma fa crescere il sospetto che Chiara non sia morta a causa del vaiolo e sia ancora viva, nascosta nel chiostro monastico, dove si era recata per guarire dalla malattia, sotto le spoglie della sua governante, la d’Albret; il libello dell’Anonimo, oltretutto, non solo instilla il dubbio su Chiara, ma racconta per filo e per segno la particolarissima relazione sentimentale tra i due giovani sposi.
Per ordine di sua maestà, sarà una messinscena teatrale con protagonisti Alessandro, che finalmente scioglie la sua lingua, e Chiara/d’Albret, a tentare di risolvere l’enigma.
Ma c’è soluzione per gli enigmi della coscienza?
Il lettore, a fine romanzo, rimane ancora una volta, come già nel corso della narrazione, del tutto spiazzato, perciò deve più volte tornare indietro e tessere, insieme ai personaggi e ai narratori, il filo sottile che conduce ad un labirinto disorientante, dove s’acquattano sfingiaci i mostri della doppiezza umana, scanditi dallo scorrere della sabbia del tempo nelle clessidre umane.
La medesima operazione deve effettuare il lettore per muoversi tra i significati di una lingua che è insieme narrativa e metaletteraria, teatrale e poetica.
Una lingua “tensiva”, nodosa, a volte espressionistica, quasi un palcoscenico dove a recitare sono tropi e figure retoriche della migliore, o peggiore, tradizione barocca.

 

5 pensieri su ““Di lassù fossimo il fondo”

  1. Caro Mel, che combinazione… scusa se non c’entra col post ma te lo devo dire.
    sto leggendo la biografia di Maria Carolina d’Austria, regina di Napoli, e l’immagine che hai postato è il ritratto della sua grande amica Lady Emma Hamilton…… nel mio libro si parla molto anche di lei, fece la storia, come altre escort prima e dopo. Bellissimo e dolcissimo ritratto!
    sai, anche a Fiume (Rijeka in Croazia, città che ho spesso nominato nei miei blog perchè ci passo per andare nella mia isoletta) c’è stata una famosa bellezza, Carolina Bilinich, che fu mandata a supplicare un capitano di navi mandate dall’ammiraglio Nelson a cannoneggiare la città…. lei passò la notte col capitano e lo “supplicò” così bene che egli sospese i bombardamenti. Ancora adesso fanno biscotti e cioccolatini con il ritratto di questa proto-escort, e ci sono locali e negozi col nome “la bella carolina” o “carolina fiumana”…
    potere della donna!!!!

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  2. ehm, se lo sai scusami ma se non lo sai te lo dico: emma hamilton influenzò parecchio le decisioni di Nelson, e se Maria Carolina e Francesco di Borbone riconquistarono Napoli dopo essersi rifugiati nella tua città, a Palermo, fu grazie alla Hamilton che spinse Nelson ad aiutare i regnanti ed a fare grandi combattimenti nel golfo di Napoli….. ripresa la città, la regina donò ad Emma una magnifica collana di diamanti.

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