Non solo quote

Una giornata densa oggi, campale, ricca di riflessioni e di scoperte. Chiudo la giornata con lo stesso passo con cui l’ho aperta nel corso di un seminario. A scrivere è Plutarco, il brano da Questioni conviviali 719 a-b. In sintesi i pensatori greci non ritenevano che la giustizia sociale fosse il risultato di una ripartizione aritmetica, come invece si è abituati superficialmente a ritenere, ma geometrica. E qui c’entra il merito. Incommensurabile.

Candore e nobiltà

Prima di impugnare la matita rosso-blu per correggere i compiti d’italiano, è mia abitudine leggerli tutti, anche più di una volta, perché ciò mi consente di stabilire un’immaginaria graduatoria di merito, dal peggiore al migliore, e di verificare quanto ci sia da bocciare o promuovere in me circa la capacità di strutturare in modo chiaro le domande di un’analisi testuale o il titolo della traccia di un tema o di vagliare i documenti utili allo svolgimento di un saggio breve.
C’è poi una ragione squisitamente umana: a me interessa conoscere il pensiero degli allievi.
Non appartengo alla schiera di quei docenti snob che credono di avere tutta per sé la scienza infusa dello scibile umano e che, in nome di tale elezione, vogliono avere l’ultima parola su ogni argomento.
Risulta ancora più interessante leggere i temi dei ragazzi se questi sono anche studiosi(non secchioni, che detesto), critici, intellettualmente vivaci, umili, aperti al confronto.
Bene, io ne ho un nutrito gruppo in una delle classi in cui insegno.
Perciò stamattina, ma già ne avevo avuto sentore durante la lettura pre-correzione, ho preso atto che uno dei miei migliori alunni, lungo tutto il tessuto dell’elaborato, non ha mai esplicitato con parole dirette e circostanziate il cuore del testo poetico: “il poeta-bambino, per punire la madre, avrebbe voluto scaraventarsi giù dalla finestra e, facendosi male, farle del male, inferirle insomma un colpo mortale”.
Durante la pre-lettura ci sono rimasto male, ero infatti intenzionato a penalizzarlo in termini di voto.
Stamani, e sono contento, ho cambiato idea.
L’elaborato è scritto molto bene linguisticamente parlando, ma mi sono convinto in positivo per un’altra ragione: il candore e la nobiltà del pensiero del quindicenne in questione è tale che egli ha ignorato del tutto l’eventualità che un figlio possa far soffrire la madre gettandosi a capofitto da una finestra.
Dirò di più: la sua interpretazione va oltre il dato eminentemente evenemenziale della poesia proposta.

L’indugio nella correzione e la ponderazione di parametri non numerici perciò sono stati favorevoli a me e a lui.

Spine, non spighe

Dopo ben sei giorni di vacanza, in qualche modo ingiustificati, dacché i ragazzi detestano il Carnevale, ma ancora ci ostiniamo nelle scuole a concedere giorni a minchia(certamente dipende anche dalle singole realtà locali, per esempio nel capoluogo siciliano il Carnevale non viene festeggiato), il rientro ha avuto su di me un effetto di sconquassamento, come se mi fosse caduto addosso un masso che precipita da una montagna.
La sensazione di ameba liquefatta si dilegua nel giro di un giorno, ma con uno strascico di nervosismo che m’ha fatto, per esempio, alterare assai con un giovanotto di circa ventanni, con mammina al seguito, arrogantemente curioso di sapere come mai la pargoletta sorella continui a collezionare un bel tre fermo in latino scritto.
Ciò però che m’ha fatto imbestialire è stato il tono perentoriamente indagatorio delle domande sulla mia didattica e ancora la difesa strenua della ragazzina che, pur sgobbando da mane a sera, non miete spighe, ma si becca spine.
Ad arroganza ho risposto con doppia dose di arroganza e gli ho mostrato i capolavori di traduzione della consanguinea; durante la scena la mamma è rimasta muta, alquanto turbata.
Per quella donna silenziosa non ho cacciato via il giovanotto.
Per lei ho nuovamente abbassato la voce, mi sono ricomposto e insieme si è discusso su come “aiutare” la ragazzina.

Per istinto però sento che sono parole come foglie caduche al vento.

“Celebro me stesso e ciò che immagino tu immaginerai”

Ieri pomeriggio ha fatto un salto in libreria, per acquistare un romanzo prestatomi da una collega e appena letto, ma di cui parlerò fra qualche giorno. Quando un libro piace, diventa urgente possederlo, perché uno possa rileggerlo, manducarlo, apporre una qualche chiosa con un post it, ripescarlo chissà fra quale momento in base agli impulsi emotivi e alle sollecitazioni intellettive del momento che il lettore vive.
Com’è mio costume però, non esco mai dalla libreria senza avere acquistato una raccolta o un’antologia poetica; di solito la scelta si orienta o su poeti che conosco, ma di cui ho poco nella mia misera biblioteca, o su quelli di cui non ho letto nulla e che vorrei conoscere.
Ieri, per istinto, la mano ha ghermito “Foglie d’erba” di Walt Whitman e me lo sono sciroppato prima del sonno notturno.
L’ho letto, riletto, l’ho chiuso, l’ho riaperto.
Niente.
Tra me e Whitman non corre buon sangue.
L’ho trovato estremamente magniloquente, verboso, prolisso, autoreferenziale, fintamente filosofico, presuntuoso e arrogante.
A me spiace per i suoi estimatori, ma non riesco a reggerlo.
E non mi si dica che in lingua originale lo si apprezza di più e meglio.

Proviamoci ancora!


Per la profonda simpatia che m’ispira Veronica Pivetti ho seguito, ieri sera, “Provaci ancora Prof 4”, la serie televisiva ispirata ai racconti di Margherita Oggero, di cui non ho letto alcunchè.
Sono quasi due ore di brio e di leggerezza e ciò è possibile grazie all’espressività che caratterizza la comicità della Pivetti e al buonismo del personaggio interpretato da Enzo Decaro.
Detto ciò, è naturale che uno confronti la professoressa Baudino con le centinaia di colleghe, e di colleghi, che ha incontrato e incontra nel corso della carriera scolastica.
Dalla serie emerge una visione positiva del personaggio Baudino: intelligenza brillante e vivace, curiosità filologica, ai limiti però del ficcanasismo, (iper)attivismo, concretezza, consapevolezza di sé.
Tali pregi, a ben guardare, sono riferibili più all’attività investigativa della Baudino che al suo primo e unico lavoro: insegnare.
Quale modello d’insegnante e di scuola ci vengono propinati da questa serie tv?
Un insegnante che non esiste in una scuola che non esiste.
E cominciamo con gli spazi.
Le nostre scuole non hanno spazi così accoglienti, la sala-docenti è un porto di mare, dove ci si saluta a stento o al massimo si fa gruppo(quelli contro il ds e quelli a favore)fra pari, gli alunni in genere vivono nel loro mondo, mentre giunge attutito ai loro orecchi, per via anche delle cuffiette, il rumore fastidioso dell’esterno(compresi i prof.), le relazioni fra docenti e alunni non sono amicali, certamente umane sì, ma sinceramente è atipico invitare a cena due alunni, e a casa delll’insegnante per giunta; l’altro dato, irreale, è l’assenza di conflittualità fra docente e alunno e, se essa si manifesta, o viene edulcorata o si risolve in tarallucci e vino.
Con ciò non voglio affermare che non possa esistere uno spazio di incontro fra alunno e professore dai contorni “grigi”, sfumati, indefiniti, ben di là dal modello didattico “vaso da riempire” e da svuotare durante le verifiche; quale docente, degno di questo nome, non è disposto, per esempio, a farsi carico di un problema serio dell’allievo di turno? Di fronte all’abbandono scolastico di un ragazzo con la media del sette(ma anche del quattro) chi non si sentirebbe chiamato a investigare?
Ma l’indagine sarà sempre e soltanto da docente professionista.
Infine un’ultima chiosa su quale spazio sia riservato alla cultura nella serie.
Sembra si faccia scuola soltanto quando viene citato il passo o recitato il verso di un classico.
Per il resto la Baudino è impegnata in altro: investigare, quando le resta tempo fare la mamma, litigare bonariamente con l’ex marito e amoreggiare.
Voi direte che “Provaci ancora prof” non è una serie sulla scuola.
Indiscutibile.
Il dato che fa riflettere però, comune a molte serie televisive, è l’effetto scolorimento delle professioni: insegnanti che investigano e non insegnano, preti che indagano e mettono in secondo piano il loro ministero, investigatori che necessitano dell’aiuto di figure non professioniste per risolvere un delitto, investigatori medium-stregoni, medici sadici e senza cuore e così via.
O io ho una concezione troppo granitica della realtà o la realtà è più variegata di quanto il mio comprendonio possa concepire.
Ci sarebbe anche una terza via: il mondo sta cambiando ed è in atto una mutazione antropologica.
E probabilmente non me ne sono ancora reso conto o le mie categorie interpretative sono inadeguate rispetto ai tempi che viviamo.