Miserabile.
Fino a qualche anno fa gli ottantenni ne facevano largo uso, quando si trattava di manifestare disapprovazione, mista a disprezzo, per chi si fosse macchiato di una colpa considerata disonorevole.
Lo usavano altresì, sempre i cari vecchi, per tacciare qualcuno di taccagneria e grettezza d’animo.
Oggi leggeremmo l’aggettivo “miserabile” soltanto in qualche vecchia pagina antologica, perché di vecchio sono rimaste soltanto loro.
Tuttavia proprio oggi, mentre trattenevo dentro di me lo sdegno e l’ira cercando in un nanosecondo un aggettivo gravoso e che al contempo non costituisse occasione per un contenzioso civile, “miserabile” m’è scappato dalla bocca con una scansione sillabica da suscitare invidia al più bravo degli attori.
L’ho scandito con godimento, mentre l’interlocutore, muto e dubbioso se “miserabile” costituisse motivo di offesa per lui o esternazione moralistica di me che parlavo, se l’è assorbito come spugna su cui si versa dell’acqua.
L’ho scandito, e intercalato più volte al discorso razionale, con flemma e a tono basso.

Non sapendo opporre argomentazioni valide alla mia protesta, il giovanotto di un call center mi ha chiesto di attendere al telefono, ma dopo qualche secondo ha riagganciato.

Non solo miserabile, lui e la holding che gli dà pane da mangiare, ma anche vile.