La settimana degli ultimi ricevimenti è cominciata; da qualche tempo nel mio liceo, a causa della distinzione in fasce orarie tra biennio e triennio, chi dei docenti sta a cavallo tra i due mondi viene penalizzato, poiché inizia alle 15 o alle 16.30 e può terminare anche alle 19.30. Non è il mio caso, dal momento che staziono da due anni, magno cum gaudio, al biennio, però trovandomi straziato tra due corsi sto a scuola due pomeriggi.
Il ricevimento è sempre un’esperienza ricca umanamente, infatti perché le ore passino velocemente mi concentro non sull’orologio, ma sulle persone che incontro.
Mi piace squadrare i padri e le madri: osservare come vestono, ascoltarli parlare in italiano, chiedermi(e rispondermi con smentite o conferme) come rappresentino i figli nel loro immaginario e cosa pensino dei docenti.
Oggi, però, una mamma piangente mi ha destato profonda compassione e tenerezza.
Il figlio è una frana in tutte le materie, per giunta è vivacissimo e infantile, infatti disturba qualche compagno con monellerie idiote, che urtano comunque la sensibilità(talvolta finta) dei perfettini.
A me viene da ridere, ma mi trattengo.
La stranezza è nella diversità tra madre e figlio: lei è una donna semplice, dai modi gentili, con un buon italiano, il ragazzo è semi-selvaggio, due occhi profondissimi da cucciolo, in movimento perpetuo, caotico nell’esposizione e stentato nell’espressione linguistica.
Nelle mie ore sta composto, perché nutre del timore, tuttavia è una pentola in ebollizione, di cui non mi sfuggono gli sbuffi di vapore.
Per farmi il quadro, sempre parziale s’intende, mi manca un tassello: il padre.
Vedremo il da farsi.