17 maggio contro l’omofobia: Venerino Mentuccia


Con il breve racconto Venerino Mentuccia partecipo all’iniziativa “Giornata contro l’omofobia”; il testimone che mi ha raccontato questa storia è morto da qualche anno. Perciò le domande che avrei voluto rivolgergli(mi mancò allora la sfrontatezza)rimangono senza risposta.
Affido, perciò, ogni cosa alla scrittura.
Lei suggerisce, sana, risarcisce una memoria e restituisce un minimo di senso anche a quello che senso non ha.


Chi volgeva lo sguardo sulla terrazza che Venerino si era ricavato su una delle baracche del terremoto del ’68 abboccava come il pesce all’amo.
I vermi da pesca erano i vasi con le troffie di prezzemolo e menta, e di basilico nei mesi estivi, e i fili su cui il cuoco, terminate le faccende, stendeva i canovacci della cucina, la biancheria personale e i quatrati ricavati da lenzuola ormai logore, che la madre gli aveva lasciato in dote.
Agli operai, esperti di cemento, non sfuggivano però le macchie di sangue sbiadite che chiazzavano di tutto punto i quatrati.
Perché Venerino ci aveva le sue “cose”.
Mese per mese.

Le madri di famiglia di Montevago raccontavano che Venerino mensilmente si scugnava il naso, perché dal naso il sangue fuorisciva più fino e si stampava sulla stoffa bianca assumendo forme irregolari e perciò più naturali.
Ne riempiva la cesta della biancheria, attendeva qualche giorno che le fibre si imbevessero di rosso, li lavava e poi, spettacolo per paesani, li stendeva in bella mostra sul filo del balcone della casa buttata giù dal terremoto del ’68.
Perché Venerino ci aveva le “cose” e, pur non avendole, se le creava e le mostrava.
Venerino era rimasto solo già qualche anno prima delle crisi epilettiche della terra e si industriava come poteva accontentandosi del poco a tavola e del molto in igiene.
Lisciva e azzolato non mancavano mai nella dispensa.
Settimanalmente dedicava il venerdì alle pulizie di casa e porte, balconi e finestre venivano spalancati per fare entrare aria, scacciare la muffa e asciugare il pavimento.
Dopo l’attacco epilettico più violento Venerino non fece più ritorno a casa, perché il balcone se lo mangiò il salone crollando su se stesso e il cucinino, un parallelepipedo di pietre sul retro della casa, si macinò sotto il peso delle scosse insieme alla lisciva e all’azzolato.

A Montevago Venerino tornò qualche anno dopo.
Con i risparmi della madre aveva frequentato al Nord un corso per cucinieri e s’era preso il titolo.
E popolò e abbellì con il suo gusto la baracca che l’ingegnere della ricostruzione gli affidò durante i lavori del ’76.
La baracca di Venerino era il ricovero di tutti gli operai, il surrogato delle mogli che essi abbandonavano a casa per cinque giorni per buscarsi il pane; Venerino infatti aveva rubato alla madre l’arte del ricamo, il ferro dell’uncinetto e la tecnica del rammendo di calzini, pantaloni e quant’altro.
Anche il paffuto ingegnere ricorse un giorno alle mani veloci del cuoco-tuttofare, ché uno strappo improvviso gli aveva sfigurato la giacca.
Ago, filo, cotone e via, nuova come prima la giacca.
Il regno di Venerino era però la baracca-mensa per gli operai del cantiere.
La manteneva linda e ordinata meglio di una femmina e se un operaio si fosse azzardato ad entrare prima dell’ora della pancia, il cuoco non indugiava a cacciarlo minacciandolo con la scopa e con le mani sui fianchi.
Poi però si faceva perdonare con le pietanze della cena.
Gli operai raramente rimpiangevano i piatti di casa.
Venerino eccelleva nelle polpette con le sarde e la mentuccia.
L’economo del cantiere, infatti, gli consentiva, quelle rare volte in cui il pescivendolo saliva dalla costa, di acquistare le sarde ancora vive con l’argento addosso, che il cuoco svuotava delle argie e delle interiora, diliscava chirurgicamente e, fattele dissanguare, impastava con formaggio pecorino, mollica di pane, pinoli, uva passa e mentuccia. Dopo averle fritte, le immergeva nel sugo di pomodoro e ci faceva il primo e il secondo piatto, che gli operai si leccavano i baffi.
L’altra pietanza di Venerino era la canazza di peperoni, patate e melanzane, stufate, talvolta fino a sfarinarsi, con cipolla e basilico.
Il dopocena era tutto uno sdilinquirsi di complimenti e risate tra l’ammirazione e lo sfottò degli operai e le occhiatacce dell’ingegnere, che poco tollerava le arguzie e le battute piccanti a danno di Venerino, che si vendicava minacciando per il giorno dopo spaghetti in bianco con l’olio e il formaggio.
Qualche bicchiere di vino in più era il carburante dei doppi sensi che mastri e operai costruivano su ogni parola pronunciata da Venerino, che a sera diventava intrattenimento per le fatiche di un giorno.
I piatti della cena successiva distendevano però il muso di Venerino, le cui mani, ai fianchi per l’arrabbiatura, si industriavano in cucina più amorevolmente del solito.
Talvolta, dopo cena, il cuoco, mentre riassettava la baracca-mensa, raccontava di sé e delle sue qualità di cuciniere sopraffino e pulito, invitando nella sua baracca-alcova, profumata di mentuccia e lisciva, questo o quell’operaio per un bicchierino o una briscola.
Vi tornò sempre solo in baracca.
Tra i suoi quatrati e la mentuccia.
Il basilico e il prezzemolo.
L’odore di lisciva e l’azzolato per sbiancare.

Il testimone di questa storia giura che nessuno abbia mai accettato i bicchierini di Venerino, né si sia mai seduto con lui per una briscola.
Ma su ciò, se il testimone me lo consente, è lecito a tutti noi dubitare.

10 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. kappadue72
    Mag 17, 2012 @ 10:46:35

    Che bella storia!

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  2. Trackback: 17 maggio contro l’omofobia: “Io voglio che sia felice!” | Slumberland
  3. pensierini
    Mag 17, 2012 @ 15:32:30

    Spero che qualcuno degli avventori abbia avuto la gentilezza di fermarsi ad accettare la sua compagnia, senza per questo sentirsi “compromesso”.

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  4. 'povna
    Mag 17, 2012 @ 15:33:46

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  5. melchisedec
    Mag 17, 2012 @ 17:12:11

    Nella storia ci sono “cose” forti, ma mi auguro che la mia scrittura abbia in qualche modo reso digeribile il bolo.

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  6. ornella
    Mag 17, 2012 @ 19:25:00

    La scrittura è ottima. E le storie vere sono sempre forti.

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  7. Trackback: 17.05.2012 « Cazzeggio Libero
  8. Raymond
    Mag 18, 2012 @ 20:49:33

    E bravo Venerino ad “averci tutte queste cose” tra aromi e sapori! … sentore robusto, zaffo di mentuccia 🙂 mi sembra anche che la causa ben si sposi. Il buon racconto si “affilia” 🙂

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  9. ildiariodimurasaki
    Mag 18, 2012 @ 21:38:12

    Racconto davvero particolare su un personaggio ancora più particolare. E, meglio tardi che mai, sono arrivata anch’io:
    http://ildiariodimurasaki.blogspot.it/2012/05/17-maggio-giornata-mondiale-contro.html

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  10. Trackback: Passioni | Mamma oggi lavora

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