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Con frequenza sempre più virulenta, e per me inquietante, da qualche settimana sono ricomparsi sui tg nazionali, attraverso la modalità dell’intervista brevissima, sovrabbondante fino alla nausea di slogan elettorali, i rappresentanti politici del governo pre-Monti.
Sono gli stessi, capeggiati dal Triumvirato A B C, che in Parlamento offrono il loro incondizionato appoggio all’attuale esecutivo, al quale hanno affidato, dopo il naufragio del 2011, i compiti più difficili, come rimettere in sesto il Titanic del debito pubblico italiano, resettare il welfare, scardinare con fare marchionnesco i contratti nazionali di lavoro e via discorrendo.
Compiti che i governi precedenti(per incompetenza, per miopia culturale, per cameratismo politico e corporativo, per il timore di perdere consenso e quindi poltrone sicure e vantaggiose)non hanno saputo e, molto più spesso, voluto affrontare.
Compiti che la compagine politica europea e la Massoneria delle Banche, attraverso le eminenze grigie delle agenzie di rating, pretendono siano svolti.

Hanno fatto eccezione i provvedimenti impopolari dei ministri Gelmini e Brunetta, che uno scossone hanno dato al Paese soprattutto in relazione al pubblico impiego e allo smantellamento dell’istruzione pubblica e statale.
Dell’abilità dei due ex ministri sono prove empiriche la diminuizione dei giorni di malattia, il sovraffollamento nelle aule italiane, il congelamento della retribuzione dei docenti e il loro ibernamento nelle scuole sotto il profilo della mobilità annuale, la battaglia, non del tutto ideologica, contro i docenti italiani(e siciliani), accusati di essere ignoranti, incompetenti, fancazzisti, inadeguati.
A ulteriore riprova dell’effetto Gelmini, sulla scia della Moratti, sia sufficiente scorrere l’elenco della mobilità ’12-’13: quasi tutte le classi di concorso presentano docenti soprannumerari e trasferimenti in uscita dal comune.

Il tempo per l’esecuzione dei compiti da parte di Monti, novello Zeus fulminante, e del suo olimpo di super-tecnici sta però per scadere e questo autorizza i due vecchi schieramenti politici a rinfrescare la memoria al popolo italiano attraverso una sempre più invasiva comparsa sugli schermi televisivi; ne è pretesto la revisione del porcellum, ma lo scopo è tutt’altro: prepararsi la strada del ritorno.
Che poi non sono andati mai via.
Hanno soltanto premuto il tasto dello stand-by, lasciando all’attuale Presidente del Consiglio il carico oneroso di riportare in rotta il Titanic Italia, in attesa sempre più fremente di riprendere il comando ancora per qualche anno.
In attesa, per noi poveri cittadini, del prossimo naufragio.
E di un nuovo padre autorevole, di un Altro Super che sculacci i monelli avidi, infingardi e gaudenti di un paese che si chiama Italia.

Gatti randagi

Bellissimi proprio non sono.
Hanno un’effigie buffa, un miscuglio tra un orsetto del miele e, azzardo, un pipistrello.
Si tratta di due vivacissimi gattini color miele, partoriti da una gatta nera e bianca.
Fino a qualche giorno fa erano tre; il terzo, dal pelo materno, è morto non capisco come. L’ho ritrovato stecchito sul marciapiede, probabilmente è stato investito da un’automobile.
Sono iperattivi dal pomeriggio inoltrato.
Di giorno stazionano pigramente sotto una tettoia di metallo, distesi sul tufo del muro di cinta di una vecchia casa; sonnecchiano e talvolta, all’improvviso, alzano la coda, quasi a scrollarsi di dosso l’afa di questi giorni.
Quando il sole s’è abbassato a tal punto da non dardeggiare impietosamente come a mezzogiorno, gattini e madre entrano in azione; attraversano un canneto e giù a rovistare tra e sotto i cassonetti della spazzatura.
E a lottare con gli altri gatti che al tramonto sostano per la spesa quotidiana.
I piccoli si sanno difendere e non permettono ai gatti extraterritoriali di raccogliere nemmeno un brandello di cibo.
Si capisce che i piccoli patiscono la fame.
Così, per farla breve, li ho adottati.
Non sono ancora corso al supermercato ad acquistare scatolame per gatti, né intendo farlo.
Ho usato gli avanzi o gli scarti del pranzo oppure ho fatto piazza pulita di würstel prossimi a scadere; per stasera ho messo da parte dei pezzetti di carne bovina, ma ancora non si sono fatti vedere.
L’altro giorno, invece, interiora e teste di merluzzo.
I gattini sembrano gradire assai il cibo casalingo.
La madre di un caro amico addirittura costringeva la sua gatta a mangiare quotidianamente una piccola porzione di pasta, altrimenti la teneva a stecchetto fino al giorno successivo. A piccoli passi la vecchia signora ha raggiunto il suo intento. Morta lei, il figlio ha viziato la gatta con fegatelli e poltiglie varie.
Per la gioia del supermercato e delle industrie conserviere.

La Santuzza a dieta

Finalmente ho potuto fotografare la Santuzza e il carro del Festino di Palermo 2012. So che molti ci sono rimasti male per l’eccessiva modernità della statua. La rappresentazione della Santuzza è lontanissima dall’iconografia classica: ad alcuni la statua sembra una modella dalla coscia sensuale, ad altri una fanciulla o una dea romana, ad altri ancora un misto fra antico e moderno. Sono spariti alcuni simboli, come il teschio e il crocifisso, mentre la corona di rose, che di solito sormonta il capo della Santuzza, è diventata un’unica rosa tra le sue mani. Si tratta di critiche ingiuste e infondate, se si pensa che il Festino del 14 luglio è una festa più popolare che religiosa, la quale invece si celebra il 15 luglio e il 4 settembre. Attraverso il Festino del 14 si celebra infatti la memoria dei prodigi legati alla santa e alla storia di Palermo e spesso gli artisti che realizzano il carro e la Santuzza proiettano sul passato mitico significati e problematiche moderne. Quest’anno penso che si sia puntato sull’essenzialità in concomitanza con una stagnazione economica che fa paura.
Un’essenzialità quasi eterea e metafisica. Come le tasche di tutti noi.

(Purtroppo la qualità delle immagini non è tra le migliori, nonostante i numerosi tentativi. La qual cosa mi fa adirare assai. Prima o poi la digitale che uso finirà sotto un pesante martello. Giuro.)

L’incontro

L’incontro è il brevissimo romanzo, o forse sarebbe meglio definirlo racconto, che la scrittrice Michela Murgia ha pubblicato di recente con Einaudi. Semplice e piacevole la trama: sono descritte e narrate le estati trascorse a Cabras dal piccolo Maurizio, che annualmente attende la fine della scuola per lasciare la città, liberarsi dalle maglie troppe strette di padre e madre e scorazzare liberamente con i coetanei cabraresi lungo lo Stagno Mari Pontis e le viuzze del piccolo centro marinaro. Cronologicamente gli avvenimenti si svolgono durante gli anni ’80, spartiacque e confine di un mondo culturale non ancora del tutto evolutosi verso il selvaggio libero mercato di merci, idee, comportamenti massificanti e per certi versi paradossali di oggi, se consideriamo anche le mostruosità che gli anni ’00 sono stati in grado di produrre. Il riferimento cronologico è uno dei dati che permette al lettore di ravvisare nel racconto, seppure in filigrana, fole autobiografiche murgiane, che fortunatamente non divengono mai fuoco della narrazione, la Murgia, infatti, non è scrittrice abituata a contemplarsi egoicamente l’ombelico, anzi è abbastanza combattiva e rivolta all’analisi delle dinamiche socio-culturali del nostro tempo. Ma cos’è l’incontro? Non è certamente il confronto tra la cultura cittadina di Maurizio e il fervido e ricco immaginario di Cabras, nè si parla di una sua conversione al mondo selvaggio dei pescatori di múggini o dei pastori sardi.  L’incontro allude alla fase finale della processione religiosa cristiana, che si celebra in alcuni comuni a conclusione della Pasqua: solitamente dalla chiesa matrice sfilano due processioni di fedeli, una con in testa Maria addolorata, ammantata di nero, l’altra con il Cristo risorto con i primi tre diti in segno di vittoria. La specificità di questa tradizione popolare è che Maria addolorata, ignara della resurrezione del Figlio, appunto si trascina con il suo dolore lungo le strade, seguita dal corteo dei fedeli; ad un certo punto, di solito nella piazza principale, le statue si fronteggiano: Maria, scorto Gesù, in segno d’esultanza lascia scivolare il manto nero, allarga le braccia e gli va incontro. Chi partecipa  come fedele o soltanto come semplice spettatore all’evento non può che ammettere di provare un certo sommovimento del cuore nel momento cruciale dell’Incontro. Ma il racconto della Murgia non è neanche questo, anzi l’epilogo  della processione per il suo carattere paradossale e rocambolesco viene narrato con magistrale ironia nei confronti dell’ottusità dei preti che guidano la comunità e i cabraresi stessi che sembrano rinunciare, in nome di un campanilismo egoistico, ad essere comunità compatta e solidale. Il pomo della discordia, che divide ad un certo momento i cabraresi, è infatti la costituzione di una nuova parrocchia che mette in moto una guerra di protagonismo fra gli abitanti stessi di Cabras.  Abituati a vivere lo stare insieme come un “noi”, per la smania di potere essere “qualcuno” e contro ogni fondamento della fede che professano, i cabraresi della nuova parrocchia cominciano a pensarsi “separati” dalla comunità primitiva. Il “noi” cede il posto all’opposizione “noi/loro” e la celebrazione dei riti pasquali esacerba fino al paradosso il sentimento dell’esclusività della comunità ormai scissa. Saranno i piccoli, tra cui il protagonista  Maurizio, a ristabilire con un colpo di genio l’equilibrio civile e religioso nella comunità di Cabras. Da qui è possibile farsi un quadro dei temi che percorrono il racconto della Murgia: una storia di formazione, che vede protagonisti Maurizio e i suoi amici, il valore dell’amicizia, che supera barriere e pregiudizi di ogni tipo, la tendenza di chi esercita un qualsivoglia potere(religioso, politico, culturale)a creare divisioni e discordie  in una “comunità” con l’unico scopo di salvaguardare se stesso e la consorteria di cui fa parte. Sullo sfondo è possibile intravedere il mondo valoriale proposto dalla scrittrice: un cristianesimo di sorgente, il cui messaggio è affidato ai piccoli e alla loro spontaneità intelligente e creativa, poco disposto a compromettersi con l’istituzione storica della Chiesa e delle chiese di ogni tempo.

Cevusi & Co

Una parente campagnola mi ha fatto dono di un frutto, che non mangiavo da secoli.
I gelsi. In siciliano cevusi.

Pere, melette e susine non trattate con schifezze varie.

Questa me la sono ritrovata insieme alle altre pesche. Me l’ha venduta il fruttivendolo.

Sotto un’altra prospettiva.