Bellissimi proprio non sono.
Hanno un’effigie buffa, un miscuglio tra un orsetto del miele e, azzardo, un pipistrello.
Si tratta di due vivacissimi gattini color miele, partoriti da una gatta nera e bianca.
Fino a qualche giorno fa erano tre; il terzo, dal pelo materno, è morto non capisco come. L’ho ritrovato stecchito sul marciapiede, probabilmente è stato investito da un’automobile.
Sono iperattivi dal pomeriggio inoltrato.
Di giorno stazionano pigramente sotto una tettoia di metallo, distesi sul tufo del muro di cinta di una vecchia casa; sonnecchiano e talvolta, all’improvviso, alzano la coda, quasi a scrollarsi di dosso l’afa di questi giorni.
Quando il sole s’è abbassato a tal punto da non dardeggiare impietosamente come a mezzogiorno, gattini e madre entrano in azione; attraversano un canneto e giù a rovistare tra e sotto i cassonetti della spazzatura.
E a lottare con gli altri gatti che al tramonto sostano per la spesa quotidiana.
I piccoli si sanno difendere e non permettono ai gatti extraterritoriali di raccogliere nemmeno un brandello di cibo.
Si capisce che i piccoli patiscono la fame.
Così, per farla breve, li ho adottati.
Non sono ancora corso al supermercato ad acquistare scatolame per gatti, né intendo farlo.
Ho usato gli avanzi o gli scarti del pranzo oppure ho fatto piazza pulita di würstel prossimi a scadere; per stasera ho messo da parte dei pezzetti di carne bovina, ma ancora non si sono fatti vedere.
L’altro giorno, invece, interiora e teste di merluzzo.
I gattini sembrano gradire assai il cibo casalingo.
La madre di un caro amico addirittura costringeva la sua gatta a mangiare quotidianamente una piccola porzione di pasta, altrimenti la teneva a stecchetto fino al giorno successivo. A piccoli passi la vecchia signora ha raggiunto il suo intento. Morta lei, il figlio ha viziato la gatta con fegatelli e poltiglie varie.
Per la gioia del supermercato e delle industrie conserviere.