Strutture perverse

Sto seguendo come muto osservatore lo scenario dell’occupazione e dell’agitazione nella mia scuola, registrando, senza assumere però l’ottica del cronista, scene, dialoghi, fraseggi e comportamenti di studenti, docenti e genitori, che quest’anno, a differenza dei precedenti, vuoi anche per insistente sollecitazione dei colleghi stessi, hanno partecipato più imponentemente, per timbro di voce e per numero, alle concitate assemblee congiunte. Le condizioni logistiche delle adunanze, alcune programmate, altre spontaneamente sorte, non sono mai state delle migliori a detrimento soprattutto dell’acustica e della comprensione dei messaggi.
Palestre, atrii, portinerie, succursali e anche bar sono stati scenografia, non ideale, per pronunciare arringhe pro o contro l’occupazione, stracciarsi le vesti per violato diritto allo studio, minacciare denunce, piegare la volontà dei riottosi, ammansirla o accenderla a egregie cose; in una parola tutto ciò si può definire un caos democratico, dove è stato detto tutto e il contrario di tutto.
E fatto anche.
Ciosa dai calzini variopinti, ad esempio, rispetta tutto il suo orario di servizio, dimidiandosi e ubiquandosi fra i plessi sulla base della marcia del giorno: ad ogni inizio d’ora, come se suonasse la campana, si presenta al picchetto degli studenti, chiedendo loro di informarsi se anche uno soltanto dei suoi allievi abbia intenzione di fare lezione; poiché la risposta è sempre negativa, Ciosa s’allontana dall’ingresso, disbriga qualche faccenda nei dintorni della scuola e, suonata la campana che non suona, ripete al picchetto l’antifona di rito. E così fino alla quinta ora. Lo scopo, se si dà credito alle malelingue di raffinati esaminatori dell’animo umano formatisi alla scuola dell’Ipponate, è quello di spingere gli okkupanti ad aggredirlo fisicamente, di modo che egli possa sporgere denuncia e creare il caso del docente impedito nella funzione pubblica e per giunta mal menato.
Il gruppetto degli ansiosi, invece, ha come unica ragione di vita la fissa della firma della presenza che, a causa del seppellimento delle carte burocratiche nei recessi più inaccessibili della scuola, viene apposta ovunque: foglietti volanti, fazzolettini di carta, quaderni e materiale vario su cui è possibile scrivere. Anche sulla morbistente carta igienica.
Tra le boiate linguistiche è da segnalare una frase, pronunciata ben due volte ahimè da adulti a scopo pieti(leccaculi)stico, che suona così: “Noi docenti senza di voi(pronome riferito a un uditorio di studenti okkupanti)non esistiamo”.
Che è come intonare il de profundis della professionalità docente.
Il peggio della retorica di quel sottoinsieme di docenti, che si fregiano del titolo di “amici” degli studenti.

27 novembre 2012

Dirigersi a ovest e in campagna e al vespro ha i suoi vantaggi.

Albero con nuvole sospeso nel tempo

Pecorelle a colori

V di fuoco

Docenti indocili

Non so esattamente cosa mi stia succedendo, ma non riesco più a sentirmi offeso per i continui attacchi, verbali e pragmatici, cui vengono sottoposti i docenti italiani; non ultimo quello del premier, ieri sera, durante la trasmissione di Fazio. Posso anche essere d’accordo sul fatto che in linea di massima gli insegnanti italiani tendiamo a chiuderci nel bozzolo della nostra corporazione(una collega mi esorta a difendere la categoria sempre e in ogni caso)e a conservare dorata un’aureola che nella mentalità collettiva presenta i segni evidenti di un’ossidazione cronicizzata, ma non si può accettare, a titolo individuale e collettivo, di essere tacciati di ingenerosità; non lo si può a titolo individuale per svolgere al meglio il mio/nostro lavoro, sacrificando anche una parte del tempo libero, mai contabilizzato, e a titolo collettivo per l’inconsistenza stessa dell’argomentazione del premier, che furbescamente ha operato una sorta di metonimia concettuale, spostando l’asse del discorso dal piano dei diritti del lavoratore a quello del padre di famiglia che, dovendo stringere la cinghia, rimprovera ai figli, oziosi e spendaccioni, la caparbietà nel restare abbarbicati alle vecchie abitudini di scialacquio di tempo e denaro. Insomma lui parrebbe il padre probo e parsimonioso, noi, i docenti, saremmo i figli indocili, abitudinari e prodighi,  ai quali tutt’al più possono essere destinate vacche magre, non certo vitelli grassi. Nel caso, s’intende, i degeneri optino, pentiti, per la casa del Padre.

Giallo-verde

Stamani ho ripulito la Scindapsus, togliendo le foglie gialle; di esse non mi ero accorto, poiché, come natura vuole, ingialliscono prima quelle interne, poi le esterne. Un giallo-verde da fotografare.