Vita, reale e fittizia

Punzecchiato dalle stramberie ascoltate alla radio proprio ieri e pronunciate dal sottosegretario all'(d’)Istruzione Rossi Doria, stamani ho provato a fare un’indagine informale e poco scientifica presso le mie tre classi; nello specifico ho chiesto ai miei liceali di I, II e III anno se ritengano che quanto proposto a scuola dagli insegnanti sia distante dalla vita reale(come se ne esistesse una fittizia!) e dal loro vissuto. Non sono in grado di stabilire se le risposte siano state dettate da sincerità e schiettezza o schermate da quella particolarissima e studiatissima tendenza degli alunni a compiacere il docente, pur di renderselo “amico”. La risposta, ripeto inattendibile come la domanda posta, è stata per lo più negativa: i miei studenti ritengono che la scuola debba trasmettere il sapere e la tradizione dei nostri “padri” e che sia a loro utile “per farsi una cultura generale”. Hanno glissato invece sul nesso scuola-vita reale. A parziale conferma che i ragazzi tendenzialmente separano la scuola dal vissuto, con tutto il carico di emozioni, giudizi e pregiudizi personali che popolano il loro immaginario, c’è il fatto che si mostrano particolarmente pudichi nel parlare di sé e dei loro fatti personali. Di ciò danno conferma i temi a carattere personale: raramente scrivono di vita reale e di vissuto personale, preferendo invece rifugiarsi nelle favolette dei luoghi comuni. Anzi, dirò di più: i tentativi miei di far slittare il discorso culturale dal piano diciamo generale a quello particolare, con inclusa la rappresentazione dell’immaginario individuale(e privato), spesso falliscono miseramente. I ragazzi insomma separano la vita dalla scuola. E ripensando ai miei trascorsi personali di studente, neanche a cannonate mi sarei esposto apertamente rivelando ai miei insegnanti ciò che pensavo davvero su certi argomenti di vita reale e all’aria aperta. Eppure posso affermare che la scuola mi ha formato e mi è servita ugualmente, anche senza dialogare con i docenti sulla vita reale e sul vissuto personale. Semmai erano i compagni e gli amici i miei interlocutori privilegiati.

8 pensieri su “Vita, reale e fittizia

  1. sono d’accordo con Povna. La mia figliola, liceale classica, ha un modo low profile di esprimersi con i suoi professori che a volte stupisce. Io ricordo invece bellissime e proficue discussioni in classe con i professori sulla vita reale che mi hanno arricchito molto e io, “difettosa” come ora, ho sempre espresso il mio parere “vero” su quello che accadeva

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  2. Ma infatti, però visto che i 2/3 di quegli stessi giovani non si scherma affatto, e cerca a scuola, se pure magari goffamente, risposte vere (e vere ne dà), e visto che quel terzo residuo poi di pomeriggio esce e dialoga con gli altri 2/3, forse io credo che le scuole cosiddette alte dovrebbero farsi qualche domanda. Perché è possibile che sia il contesto a determinare certi atteggiamenti. E dunque forse sarebbe proprio verso quel contesto che bisognerebbe rivolgere la tua (per me assai comprensibile) irritazione.
    Voglio dire, insomma, che la fiducia è sempre frutto di un atteggiamento reciproco, e che mi sembra difficile che solo i futuri liceali siano così geneticamente modificati in terza media da diventare poi tutti opachi una volta varcata la soglia della scuola di élite. (E viceversa, eh, ché le eccezioni – Pesci docunt – ci sono anche da noi!).

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