Zie

  Ho due zie che mi stanno alle calcagna. Di due alunni, non mie. Le zie seguono i virgulti da quando hanno varcato le soglie del liceo. E fin qui non c’è nulla di strano. C’è, invece, che con le zie ci si conosce per rapporti di cordialità paesana del tutto aliena dall’universo scolastico, perciò ritrovarsi faccia a faccia a uno dei ricevimenti mattutini o pomeridiani, riconoscersi e immancabilmente esplodere in “Ah, tu sei…!” ti costringe a ingoiare una bestemmia contro il caso-giocherellone e a fare la danza dei convenevoli di rito.
Le due donne, zie di due adolescenti diversissimi per temperamento, preparazione e appartenenza sociale, sono molto presenti(invadenti?)nella vita dei nipoti(che palle!).
Una di esse, pensate, se l’è temporaneamente affiliato a casa pur di sostenerlo nel percorso liceale e si materializza ad ogni ricevimento in compagnia della madre del giovanotto; l’altra, invece, lo segue da lontano, impicciandosi però delle attività che svolgo in classe, ma senza avere il coraggio di chiedermi direttamente in che cosa consista la “strana” attività di grammatica fissata un’ora a settimana per il nipotino e i suoi compagni. Qualche giorno fa, nel corso di un fugace incontro casuale, la mal pensante ha sfoderato un bel sorriso da carosello anni ’60 e ha tentato di estorcermi con perifrasi serpentine qualche notizia sulla “strana” attività. La zia è rimasta delusa, perché mefistofelicamente non ho illustrato alcunché, infarinandola invece generaliter sul perché dell’attività, ossia carenza nelle abilità di scrittura, cosa che, tradotta in termini numerici e con lingua senza peli, se pronunciata, sarebbe suonata così:”Il tuo protetto scrive con i piedi, quindi ha 4 e continuerà a collezionarlo, fino a quando non avrà deciso di scrivere dignitosamente”.
Ma la cordialità diplomatica preVALEtTE.
Almeno per il momento.

Alba di fuoco con verde


La bellezza ferrigna dell’alba, riportata dalla foto, è soltanto un buon pretesto per animare il blog, che da giorni s’è ridotto a una landa desolata; gli impegni scolastici, è vero, sottraggono tempo a uno dei miei otia preferiti, ossia bloggare, ma la radice della latitanza è più profonda di quanto io stesso possa ammettere: nella mia testa s’è raggrumato un concentrato di demotivazione alla scrittura e di accidia paralizzante che mi distrae dalla parola, e dal dialogo, e mi trascina verso l’azione e la concretezza. Al contrario in classe, pur tra gli impegni extra, le mie lezioni sono vive e partecipate, tant’è che vorrei tendere le ore di lezione come fossero elastici. Devo ringraziare quindi l’alba di stamani, che m’ha fatto piantare i freni dell’auto, accostare, scattare la foto e postare, perché altrimenti non avrei scritto neanche queste quattro parole. A fine giornata, pur esausto, mentre fumavo una sigaretta nell’atrio, la verde creatura, tra il ferro e la polvere, ha carpito la mia attenzione.

Il distico più sacro


In principio la Terra era una pianura sconfinata e tenebrosa, separata dal cielo e dal grigio mare salato, avvolta in un crepuscolo indistinto. Non c’erano né Sole né Luna né Stelle. Tuttavia, molto lontano, vivevano gli Abitanti del Cielo: esseri spensierati e indifferenti, dalle fattezze umane ma con zampe da emù, e capelli dorati lucenti come ragnatele al tramonto; erano senza età e perennemente giovani, poiché esistevano da sempre nel loro verde Paradiso lussureggiante al di là delle Nuvole occidentali.
Sulla superficie della Terra si vedevano soltanto le buche che un giorno sarebbero diventate i pozzi. Non c’erano né animali né piante, ma molli masse di materia concentrate intorno alle buche: grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro né veglia né sonno: ciascuno aveva in sé l’essenza della vita o la possibilità di diventare umano.
Ma sotto la crosta della Terra brillavano le costellazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto di un pisello del deserto, l’iridescenza di un’ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro – assopiti come i semi del deserto che devono aspettare un acquazzone di passaggio.
Il mattino del Primo Giorno, al Sole venne una gran voglia di nascere. (Quella sera le Stelle e la Luna lo avrebbero imitato). Il Sole squarciò improvvisamente la superficie e inondò la Terra di luce dorata, riscaldando le buche in cui dormiva ogni Antenato.
Questi Uomini dei Tempi Antichi, diversamente dagli Abitanti del Cielo, non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati dalla barba grigia e le membra nodose, e per tutti i secoli avevano dormito in solitudine.
Accadde così che quel primo mattino ogni Antenato dormiente sentisse il calore del Sole premere sulle proprie palpebre e il proprio corpo che generava dei figli. L’Uomo Serpente sentì i serpenti strisciargli fuori dall’ombelico. L’Uomo Cacatua sentì le piume. L’Uomo Bruco senti una contorsione, la Formica del Miele un prurito, il Caprifoglio sentì schiudersi foglie e fiori. L’Uomo Bandicoot senti piccoli bandicoot che fremevano sotto le sue ascelle. Ogni «essere vivente» ciascuno nel suo diverso luogo di nascita, salì a raggiungere la luce del giorno.
In fondo alle loro buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero una gamba, poi l’altra. Scrollarono le spalle e piegarono le braccia. Si alzarono facendo forza contro il fango. Le loro palpebre si aprirono di schianto: videro i figli che giocavano al sole.
Il fango si staccò dalle loro cosce, come la placenta da un neonato. Poi, come fosse il primo vagito, ogni Antenato aprì la bocca e gridò: « Io sono! ». « Sono il Serpente … il Cacatua … la Formica del Miele … il Caprifoglio … ». E questo primo « Iosono! », questo primordiale « dare nome», fu considerato, da allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’ Antenato.
Ogni Uomo del Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti: si volse a destra e a sinistra, chiamò tutte le cose della vita e coi loro nomi intessè dei versi.
Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia.Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica.
Avvolsero il mondo intero in una rete di canto; e infine, quando ebbero cantato la Terra, si sentirono stanchi. Di nuovo sentirono nelle membra la gelida immobilità dei secoli. Alcuni sprofondarono nel terreno, lì dov’erano. Altri strisciarono dentro le grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle loro « Dimore Eterne», ai pozzi ancestrali che li avevano generati.
Tutti tornarono « dentro».
(Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, 1988 Adelphi)

Le Vie dei Canti di Bruce Chatwin è romanzo ibrido e si inscrive a pieno titolo nel filone della narrativa che racconta, spiega e descrive un viaggio, nella fattispecie quello compiuto dall’autore in Australia. Il romanzo presenta una struttura bivalve, poiché, mentre la prima parte descrive, raccontando, il percorso di Bruce(autore e narratore) con il più esperto esploratore Arkady alla ricerca investigativa dei miti degli Aborigeni, la seconda rompe bruscamente con la narrazione e, attraverso un procedere frammentario, diventa terreno argomentativo alla tesi sottesa al libro, ossia il nomadismo dell’uomo come condizione storica e metafisica. Chatwin così, saccheggiando qua e là tra i miti più svariati per provenienza culturale e per posizione diacronica, riporta, a mo’ di taccuino, una congerie di citazioni decontestualizzate che nelle sue intenzioni dovrebbero dimostrare la trasversalità dell’istinto umano volto perennemente a vagare da un posto all’altro, sia in senso geografico, sia in senso spirituale. La sezione più interessante è perciò la prima: gli Aborigeni avrebbero creato il loro mondo di miti e perché no di terre, di alberi e d’animali percorrendo, in lungo e in largo, le terre d’Australia accompagnati dai  Canti intonati nel loro girovagare da Nord a Sud e da Est a Ovest. La seconda, proprio per il suo andamento frammentario, risulta ostica per l’impossibilità di connettere alcune citazioni al contesto di riferimento e per le forzature che Chatwin opera pur di dimostrare la sua tesi. La narrazione di Chatwin cattura soltanto se la sua penna si lascia guidare dalla vis poetica(come nel lacerto riportato)o dalla delicatezza con cui descrive costumi e credenze degli Aborigeni. Ma queste isole sono sparpagliate nell’oceano prolisso di dialoghi prosastici tra sé, Arkady e i personaggi incontrati lungo il percorso.

Mi fa schifo appartenere alla categoria-docenti

…quando, dopo 5 minuti che l’Enel ha interrotto la corrente elettrica, mi precipito dal responsabile di plesso e, simulando di tremare, amplifico l’impossibilità di resistere a causa del freddo.

…quando, dopo 5 minuti che l’Enel ha interrotto la corrente elettrica, esacerbando l’igienismo patologico che il destino mi ha riservato, lamento la difficoltà di adagiare le chiappe sulla tazza del water.

…quando, dopo cinque minuti che l’Enel ha interrotto la corrente elettrica, sperando di scappare da scuola, fomento gli alunni e li sobillo, perché escano dalle aule a chiedere conto e ragione delle tenebre e dei cessi gialli d’urina.

Ecco in questi casi mi fa schifo appartenere alla categoria-docenti. Qualcuno potrebbe obiettare che tutto ciò non sia una questione di categoria. Passi pure! Ma un educatore non può comportarsi come descritto nei quadretti di cui sopra.

 

Geopesce

Pur fluttuante nell’oceano dell’indifferenziato curricolare, tant’è che, se si dovessero tirare su le reti, si rimarrebbe imbarazzati per la ricchezza caotica del pescato e incerti su cosa agguantare e porre sulla mensa didattica, la geografia rimane una materia di tutto rispetto. Quest’anno sto dedicando molto tempo alla geografia regionale e, memore della scarsa considerazione che il cittadino medio siciliano ha per il patrimonio culturale geografico in senso ampio, ho preteso dai miei allievi il massimo; inizialmente i virgulti contavano di farmi fesso, elencando propaggini appenniniche, fiumare, vulcani e micro-isole, percentuali e dati, province e attività economiche, ma, appena ho calcato la mano su alcuni aspetti specifici dell’isola(rete stradale e autostradale, ferrovie e porti, cucina e tradizioni locali, storia e tradizioni popolari), s’è aperta la voragine del “non so”. Pur avendo viaggiato in lungo e in largo per l’isola, i ragazzi non sanno quante autostrade ci siano e quali province colleghino, quali siano le linee ferroviarie a doppio binario e quelle a un binario, quanto si impieghi, in normali condizioni di traffico, da capo Peloro a capo Passero con l’auto o con il treno, quali siano i piatti tipici, almeno quelli regionali, e come si preparino, quali le tradizioni di Trapani o di Messina. Hanno annaspato, poi farfugliato qualche parola, ma nel complesso il vuoto. Chiaramente non ho tenuto conto di ciò in termini di voto, anche perché i ragazzi avrebbero potuto obiettare che sul libro quanto io ho chiesto non c’è scritto. D’altro canto, avendo assegnato di svolgere a casa una ricerca analitica, mi sarei aspettato di più. Il versante più accidentato s’è rivelato quello culinario. In ultima analisi, una delusione. Tuttavia non l’ho dato a vedere, mimetizzando il mio disappunto e ritenendo più formativo descrivere nei minimi dettagli una ricetta tipica siciliana(pasta con le sarde e i finocchi) ,di cui ho illustrato ragioni geografiche e culturali. Cosa ho notato in molti sguardi e smorfie? Che non solo i giovanotti e le ragazzine non l’hanno mai assaggiata, ma che il pesce non è cibo loro gradito. Anche perché, diciamocelo, nessuno li ha educati ad assaggiarlo. Non dico ad apprezzarlo.