Con il passare degli anni sono diventato più mansueto nei confronti dei ragazzi; detto in soldoni mi incazzo sempre più raramente, ma un dato rimane granitico: se confronto i miei voti con quelli dei colleghi, risulta che lo stitico di voti oltre il 6 sono sempre io. Per non parlare di una vera e propria diarrea di voti fra il 3½ e il 4. I gentilissimi colleghi distribuiscono, invece, voti sostanziosi a pioggia. Me ne cruccio e vado in crisi. Con una collega, invece, si è in sintonia di voti. Che pensare? O sono eccessivamente analitico io, o sono eccessivamente munifici e superficiali loro. Ai miei tempi, circa trent’anni fa, riuscire a strappare un sette, o un otto, a un professore equivaleva al conseguimento di un titolo, non dico onorifico, ma certamente di buona fama di studente nell’immaginario di un intero liceo. Con ciò non voglio affermare che la scuola di trent’anni fa fosse migliore di quella di oggi, perché storture allora ce n’erano tante, ma non ricordo una mano così prodiga di sette e otto. E non mi si dica che i tempi sono cambiati! Se non sono più quelli di una volta, si deve ipotizzare che anche il buon senso si sia evoluto. O, più probabilmente, involuto. Ne risente pure il linguaggio usato dai professori durante i colloqui con i genitori: è raro sentir parlare di maturazione, crescita, consapevolezza, responsabilità, mentre verdeggia all’inverosimile una chioma di parole, che afferiscono al campo semantico della gara e del talent scout: corsa ad ostacoli, battaglia, meta, bersaglio, step, prestazione(meglio se con ansia), gratificazione, premio, vittoria, successo/insuccesso. E la cosa grave è che i genitori amano sentirsele dire.