Stavan taciti, attenti e disïosi d’udir già tutti

…tirate le somme, la scuola e tutto quello che vi ruota attorno riserva quasi sempre delle belle sorprese. Sabato ho ricevuto una visita graditissima: una mia ex alunna, Emerenziana, in procinto di laurearsi in lettere moderne, ha allietato il mio pomeriggio, riassumendo in poco più di un’ora quattro anni di lontananza e di latitanza. Credevo di avere perso le sue tracce, ma ha funto da galeotta dell’incontro un’altra allieva, più costante nell’aggiornarmi sulla sua vicenda universitaria e che ha cucito l’incontro. Non è mia abitudine, dato il mio eccessivo essere schivo, intrecciare rapporti di amicizia con gli allievi, neanche dopo la maturità; voglio che sia la vita a farci re-incontrare, a far sì che s’incrocino le nostre strade. Sono convinto che il nostro compito di docenti si arresti alla maturità; presumere di trattenere affettivamente e culturalmente i nostri ex alunni è come voler fermare l’acqua corrente di un fiume. Tratterremmo acqua sì, ma diventerebbe stagnante. E morta. Puntualmente, però, gli studenti riappaiono nella nostra vita e narrano di sé, dei loro progressi, dei loro nuovi incontri culturali. E insieme ricordano il bel tempo che fu dei cinque anni trascorsi. I “bei tempi” sono una costante del ricordare insieme e mi è capitato proprio qualche giorno fa, quando nel corridoio ho scambiato quattro chiacchiere con tre miei ex allievi, che ho curato per due anni. Anche loro hanno esclamato “bei tempi, professore!”. Bei tempi anche stamattina, quando due classi hanno seguito la lezione magistrale di un mio ex prof. universitario. Bei tempi, ma stavolta sussurrato dentro di me, quando al termine, il prof, guardandomi fissamente, si è ricordato di me. Eppure con lui non ho sostenuto neanche mezzo esame, pur avendo seguito qualche sua lezione. Ascoltarlo è stato come rituffarmi nell’ideale mondo di vent’anni fa, ma oggi è stato ancora più piacevole di allora. Meno accademico, più umano. Ha parlato di letteratura, ma anche di vita, spogliandosi di quella tipica cortina degli accademici impolverata e ingessata. I ragazzi lo hanno ascoltato per due ore, prendendo appunti e tempestandolo poi di domande. Io mi sono rincantucciato in un angolo, ascoltando lui e loro. E beandomi di lui e di loro.

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