Sfere

I giorni si sono mineralizzati

nelle sferette lucenti di verde acquamare

che mani di agognata fatica sfiorano timide

per sgranare

gli incessanti rosari delle ore.

Baluginano al sole di mezzogiorno

nelle concrezioni argentee

dei ghirigori del destino.

Le dita stremano

l’esserci, incantando il tempo del mondo.

Karmicamente

Tanti anni fa, ai tempi della mia pratica buddista, ho studiato molti testi della filosofia omonima; ho tentato di capire e mettere in pratica allora molti concetti e principi del buddismo, ma uno, in particolare, non l’ho mai digerito. Né lo digerisco. La tendenza karmica. Con tale espressione ci si riferisce alla tendenza, difficile da sradicare, che ci fa commettere sempre gli stessi errori, sebbene mutino persone, contesti, spazio e tempo. Si tratta di una sorta di schematismo psicologico-mentale, non assimilabile al concetto cristiano di “peccato”, né a quello di vizio sul versante etico, che ci fa girare film diversi, ma sempre con lo stesso finale. Perché tutto ciò è inaccettabile per l’essere umano? Perché si fatica a capirla, eppure, osservando poi gli epiloghi delle vicende di vita, la tendenza karmica emerge prepotente? E si impone? Perché, pur essendo consapevoli, si va incontro ad essa a braccia aperte? I maestri ci insegnavano a imprimere una causa opposta a quella esercitata dal karma, perché si spezzasse la catena(deterministica)costituita da cause ed effetti infiniti, indeterminati e non sempre consapevoli. Si può arguire facilmente quanto fosse indigesto per me sottostare a un concetto condizionato di libertà, fino quasi alla negazione di essa. Perciò, a un certo punto, me ne sono tirato fuori. Dalla pratica, intendo. La tendenza karmica, la mia, è però sempre riemersa e, anche se vogliamo cambiare ad essa il nome o fissarne un’origine diversa da quella indicata dal buddismo, so che c’è ed è la stessa che stasera sta per condurmi per mano a recitare una parte di vita, di cui già conosco l’epilogo. Voglio sorriderne, però.

Sabato di fine maggio

Un sabato tranquillo. Di silenzio a scuola. Sebbene siano state autorizzate soltanto due classi a partecipare al rito di beatificazione di don Pino Puglisi, tuttavia le aule erano per lo più deserte. Alcune erano addirittura vuote. Non ho chiaramente dati certi per stabilire se i ragazzi si siano recati al Foro Italico o abbiano approfittato dell’occasione di festa per prendersi una vacanza. Una sezione in particolare, dove insegna un collega di religione che fa abbastanza presa sui ragazzi, ha partecipato quasi in massa. È anche vero che molti hanno rinunciato a spostarsi a causa di inevitabili problemi di traffico, giacché alcune strade sono state chiuse. Il silenzio di questo sabato è stato rotto soltanto dagli elicotteri in volo sul cielo di Palermo e dal suono della campanella del cambio d’ora. Un po’ più di vita s’è sentita a ricreazione, ma poi è ripiombato il silenzio. Le mie due ore in classe sono trascorse in un baleno; i ragazzi credevano che avrei interrogato, ma ho optato per la spiegazione di un canto di Dante, che solitamente ha la capacità di azzerare la stessa nozione di tempo per la ricchezza delle implicazioni contenutistiche, formali e “cinematografiche” dell’espressione poetica. All’uscita temevo che lo snodo stradale, che sono costretto ad attraversare, fosse intasato, invece il traffico era abbastanza snello, nonostante la presenza di molti pullman stracolmi di pellegrini.

Le sorelline nere

Dopo più di un mese mi sono incontrato con Gaudenziana, la mia amica monaca che, più di ogni altra volta, s’è sbottonata sulle missioni e sulle monache extra-europee, non sempre, a quanto pare, “ferme” nella scelta della vita religiosa. L’argomento è scaturito dalla recente permanenza temporanea in convento di una giovanissima sorella africana, di passaggio in Sicilia. Gaudenziana nutre dei pregiudizi sulle vocazioni africane, essendo oltre tutto rimasta in quel continente per più di dieci anni. Pregiudizi spesso che hanno varcato la soglia del sospetto personale e che si sono materializzati in atti abbastanza chiari: fughe fisiche e spirituali dalla vita claustrale, rapine e furti a danno della comunità, clamoroso il caso di un’economa che ha svuotato il conto corrente ed è fuggita via, millantata verginità, smentita poi dalla scoperta di un “marito” e di un figlio, ricerca del benessere e riscatto da una condizione di povertà spacciati per afflato religioso. Il giudizio, per lo più negativo, è stato poi esteso agli uomini africani, anche loro incapaci di mettere radici, mutevoli, sfuggenti e vendicativi. E la scure è calata anche sui preti neri, spesso in cerca di fortuna attraverso la carriera ecclesiastica. Niente di nuovo sotto il sole per le terre europee, se consideriamo la storia moderna soprattutto. Ma, sinceramente, non credevo che questo potesse verificarsi anche in Africa, dove molto ingenuamente si potrebbe ipotizzare un’autenticità religiosa più a stretto contatto con la povertà evangelica. Gaudenziana è stata molto diplomatica nelle modalità del racconto e parca di particolari, ma l’impressione ricevuta è che, in molti casi, la scelta della vita religiosa per gli Africani costituisca un buon affare economico e/o socio-culturale. Per arginare il fenomeno delle vocazioni facili, la comunità di Gaudenziana è corsa ai ripari; per esempio, il permesso di soggiorno delle sorelle straniere in Italia ha una scadenza brevissima e viene pertanto rinnovato semestralmente o annualmente. Più fruttuoso, invece, il compito di una “commissione” interna, che saggia, caso per caso, l’autenticità delle vocazioni. Anche se frutto di una mia deduzione, ipotizzo che nelle comunità extra-europee ci siano delle suore poliziotte, che scrutano atteggiamenti, parole e lapsus delle sorelline nere alla ricerca di quel minimo particolare diciamo epifanico, che possa smascherare le scelte di comodo.

Furti di tempo e di vita

A causa(e grazie)ai miei impegni familiari mi sono tirato fuori da quasi tutte le riunioni scolastiche pomeridiane. Ho così evitato la peste del collegio di maggio, quello in cui, tra l’altro, si deliberano le adozioni. Non sempre tutti i consigli di classe arrivano pronti all’appuntamento, anche a causa di un modulo-lenzuolo in A3 che soltanto un burocrate bizantino è in grado di capire e che i docenti siamo costretti a compilare. Tra codici, conferme, uso, adozione e sforamento del tetto di spesa c’è da perdere il lume della ragione. Personalmente curo soltanto la parte relativa al codice del libro, il resto lo lascio al personale di segreteria, perché ritengo che a noi docenti spetti il versante didattico del libro, non quello economico. Ho evitato pure l’altra pantomina, il consiglio di classe che precede il collegione, quindi niente verbale, né minchiate varie sui libri in uso. Oggi pomeriggio ho disertato una riunione conclusiva su un malaugurato progetto, di cui mi sono pentito amaramente, mentre mi restano l’ultimo consiglio(scrutinio)e l’ultimo collegio. Al primo non potrò sottrarmi, ma per l’altro confido nella buona sorte. Mi sono stancato di farmi rubare un pezzo della mia vita quotidiana. Un’ora o due di riunione pomeridiana in realtà comportano la perdita di mezza giornata, pertanto ho deciso che, d’ora in poi, difenderò il mio tempo con le unghie e coi denti.