paguro

Si sfilacciano dolcemente le ultime ore che trascorro a scuola in questo, per me inedito, squarcio, e di stagione e di ruolo. Una commissione ha concluso frettolosamente i lavori con l’inevitabile conseguenza che i componenti devono ritornare tutti, anche soltanto per cinque minuti, per colmare omissioni d’inchiostro; qualche altra, invece, è in procinto di consegnare le carte. I volti dei ragazzi sono più rilassati rispetto agli esordi e anche le aule si vanno svuotando. Dai giri di ricognizione per le commissioni mi sono fatto un’idea di ciò che non funziona agli orali: molto spesso non si tratta di un colloquio, come previsto dalla normativa, ma di una vera e propria interrogazione orale sulle singole materie d’esame. E ciò potrebbe essere accettabile se il maturando parlasse rivolgendosi a tutti i commissari, invece no! I modelli dominanti sono l’interrogazione-confessione(commissario e candidato emettono sommessamente suoni di parole come dentro un confessionale)o l’interrogazione paguro-anemone(il commissario sta addosso al candidato circuendolo con i tentacoli delle domande); in tali casi, sin dall’inizio, il presidente dovrebbe richiamare i commissari, rammentando loro le modalità di conduzione di un colloquio appunto, e non di un’interrogazione modalità mitragliante. Invece i presidenti lasciano correre e ci si annoia mortalmente anche a volere ascoltare per curiosità o interesse affettivo. Fortunatamente non tutte le commissioni agiscono come su scritto, ma nel complesso dominano quei modelli. E una delle ragioni, a mio parere, è imputabile al dispregio verso la famigerata tesina: i commissari subiscono per circa 15 minuti l’aria fritta della tesina e poi si scatenano con domande specifiche attinenti ai programmi svolti. Così non va. Il colloquio dovrebbe accertare autonomia di pensiero, maturità umana e intellettiva del candidato, versatilità e trasversalità dei saperi, autonomia di giudizio, tant’è che già in sede di scrutinio finale di ammissione si dà per assodato che un allievo, avendo conseguito almeno sei in tutte le discipline, sia in grado di muoversi sui contenuti disciplinari. Quindi che senso ha accertarsi minuziosamente della preparazione contenutistica dell’allievo? I medesimi commissari esterni giungono nella scuola d’esame armati di tutto punto per scovare lacune e omissioni di cinque anni di curricolo, mentre gli interni, spesso molto creativamente, sollevano scudi di difesa a favore dei candidati, anche quando questi sono indifendibili. L’agone tra interni ed esterni dura però soltanto qualche giorno, giusto il tempo di addomesticarsi vicendevolmente e di nutrire la comune speranza che non ci siano ricorsi. Da qui discende un altro fattore negativo: la quasi assoluta prevedibilità dell’esito finale. Ai ragazzi noi adulti abbiamo tolto pure il gusto del rischio di una prova d’esame. Non dobbiamo stupirci perciò se quel “gusto”, talvolta, lo ricerchino “altrove”.