Gladioli e lilia

Probabilmente la fioraia, presso cui compro solitamente i fiori, ha fatto un discorso economicamente a suo sfavore, parlandomi del suo bouquet matrimoniale, ossia un mazzo di garofani rossi. Erano gli anni ’70, perciò il massimo che poteva ottenere una donna siciliana di condizione non agiata  per il suo mazzetto erano le rose, ma di frequente  i garofani o i gladioli erano i fiori più gettonati per comporre i mazzetti delle spose. Oggi il mercato ha relegato garofani e gladioli, ancora più di una volta, nelle retrovie dei fiorai, quindi soltanto un occhio esercitato può scovarli in una nicchia del frigorifero o dietro i vasi di lilium e rose, che nelle bancarelle dei fiorai occupano il posto di riguardo per eccellenza. A prescindere dai ricordi della fioraia, ho acquistato anche dei gladioli color salmone. Devo dire che non sfigurano in confronto al profumatissimo e perciò nauseabondo lilium-orchidea.

Ecco il lilium, invece!

Usibilia

Rispetto alla prima parte dell’estate la seconda è stata più sedentaria, ma non per questo meno piacevole; ridotte al minimo le serate da trascorrere fuori in compagnia degli amici di una vita, ho per lo più poltrito a casa, limitandomi a uscite diciamo di servizio, quali la spesa al mattino e il pane nel tardissimo pomeriggio, quando il sole si fa clemente. Mi sono dedicato pochissimo alla lettura, anche a causa di una mancata correzione alle lenti che rimando di giorno in giorno e che m’impedisce di prolungare la lettura secondo le mie abitudini; di contro ho faticato fisicamente tanto, riducendomi, talvolta, a una formetta di burro ficcata di botto dentro un forno a 250°. Mi hanno sfiancato le conserve di pomodoro e la spolveratura degli scaffali della libreria, mentre mi sono divertito in cucina, negli addobbi floreali commissionati una tantum dalle amiche monache(finalmente ho perfezionato la tecnica!) e nella cura delle piante. In cucina ho sperimentato la straordinaria perfezione di pentole e tegami di terracotta nella cucinatura dei cibi. In modo particolare di legumi e sughi. La terracotta necessita di  fiamme basse, rispetta il naturale tempo di cottura dell’alimento, dà coesione agli intingoli, non sfarina i cibi. Di questa cosa mi sono accorto oggi a proposito di un pugno di fave, surgelate a suo tempo, che, pur essendo state mescolate insieme ad altri ortaggi per un succulento minestrone, sono rimaste integre. Inoltre ho l’impressione che con la terracotta sia avvertibile distintamente il sapore di ciascun cibo; il difetto, però, è in chi pulisce le pentole, infatti basta una bottarella di distrazione per frantumarle o fiaccarne una parte. Quindi massima attenzione nella pulizia! Gli urti della terracotta con altre stoviglie sono estremamente deleteri.

Liquidi estivi

Come anticipato in questo post, è giunto, oggi, il momento delle conserve. La mia giornata è cominciata alle sei del mattino, dopo una nottata non certo serena. Alle una, per ben tre volte, è suonato il citofono. Era il mio vicino di casa che, memore dell’alluvione di circa tre anni fa, quando la sua automobile fu rapita dalla piena e trascinata, galleggiando, a circa 200 km da casa, mi esortava a mettere al sicuro la mia auto, data l’imminenza di un brutto temporale. Il trillo del citofono s’è epifanizzato proprio nel momento in cui il sonno, accarezzando i miei lumi, mi conduceva nel mondo muto e silente dell’oblio notturno, dopo che le smanie dell’insonnia tipicamente estiva mi avevano sprimacciato ben bene la pazienza, i tuoni bubbolato lontano e i fulmini tracciato le prime spezzate di bianco elettrico nel cielo. Ho chiaramente ringraziato il premuroso vicino, odiandolo profondamente per avermi spezzato il sonno, ma non ho smosso di un centimetro l’auto, conscio che si trattava di un temporale estivo, non certamente di un nubifragio o di pioggia tropicale. Così è stato, perciò me lo sono goduto dalla veranda della mia casa, indietreggiando, di tanto in tanto, quando montagne e cielo s’illuminavano a giorno per l’intensità delle scariche elettriche.  Anche i gatti randagi, una famiglia di quattro neri arzillissimi e monelli, con atteggiamento curioso sono rimasti in osservazione, rifugiandosi sotto la tettoia della dependance del dirimpettaio. La pioggia ha immediatamente formato dei torrentelli schiumosi sull’asfalto, dilavandolo con impeto man mano che l’acqua aumentava. Dopo circa un’ora è tornata la quiete, così mi sono rimesso a letto cullato dal venticello pregno di umido. Ho ripreso sonno, ma il riposo percepito è stato breve a causa della levataccia di stamani. Le conserve, ora, giacciono vicine vicine ammantate dentro scatoloni di cartone; bisognerà attendere due giorni prima di allocarle negli stipetti. Il poco sonno con l’inevitabile intontimento e la fatica mi hanno tirato uno scherzetto, infatti mi sono rovesciato addosso mezza canada di salsa bollente, ma mi hanno preservato gli stivali in gomma. Per gli schizzi ho qualche leggera macchiolina di ustione sulla coscia, però nulla di grave, se immagino l’ustione che avrei potuto arrecare ai dorsi dei piedi. Purtroppo sono incidenti che si possono verificare, quindi per evitarli è necessario lavorare con calma e concentrazione, proteggendosi il più possibile. 

Lingua dal “paradiso”

A spizzica e mozzica mi sono trascinato in queste vacanze la lettura di Angelus Novus, una raccolta antologica di saggi e frammenti di Walter Benjamin, curata da Renato Solmi per la Einaudi. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, sia per la difficoltà dell’impianto critico-filosofico benjaminiano, che strizza l’occhio a movimenti di pensiero eterogenei(da alcune proposizioni romantico-visionarie alla Fenomenologia con frequenti incursioni nella Scuola di Francoforte), sia per la frammentarietà strutturale di alcune sue posizioni; a ciò si somma il carattere appassionato della sua prosa, che ora assume il rigore apodittico di un profeta, ora il carattere ludico di uno che sa dominare la parola ornata, il cui fiorire sboccia nell’accumulatio, nel rovesciamento/capovolgimento logico dei sintagmi, nell’allegorico. L’antologia in questione raccoglie argomenti di critica storica e filosofica, tra cui di rilievo “Destino e carattere”, “Il compito del traduttore”, “Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo”, interventi critici su Baudelaire e Parigi, su Goethe, Leskov e Kafka tra gli altri. Ho trovato particolarmente piacevole la disquisizione di Benjamin sulla lingua in generale e su quella dell’uomo. Il critico-filosofo sembra propendere per una visione teo-naturalistica dell’origine della lingua; di là dall’opinabilità della sua tesi, mi pare interessante, e assai suggestiva, la distinzione che egli opera tra lingua conoscente e lingua giudicante. L’essenza della lingua conoscente è costituita dal nome, quella della lingua giudicante, invece, dal giudizio che l’uomo dà sulle cose; in tale contesto il primigenio peccato originale dell’uomo consisterebbe nel fatto che la conoscenza a cui seduce il serpente, il sapere di ciò che è bene e male, è senza nome. Il sapere del bene e del male abbandona il nome, è una conoscenza estrinseca, l’imitazione improduttiva del verbo creatore. La conoscenza delle cose è fondata nel nome, quella del bene e del male è “ciarla”, giudizio. Con esso l’uomo esce dallo stato paradisiaco, avendo offeso la purezza eterna del nome, e fa della lingua il mezzo di una conoscenza inadeguata(bene e male) e anche un segno senza cose.

Gli uccelli

uccelliDopo molti anni ho rivisto Gli uccelli, uno dei classici sempreverdi di Hitchcock, che trasse parte del soggetto da un racconto di Daphne du Maurier; credo di averlo visto, per la prima volta, da adolescente, quando RaiUno, il lunedì sera, dedicava la prima serata alla proiezione di un buon film. Allora i miei occhi furono catalizzati dalla ferocia degli uccelli, per lo più corvi e gabbiani, e impressionati dalle loro violente beccate sui corpi dei personaggi, pertanto passò in secondo piano  l’interpretazione generale del film, che ha dato, invece, vita a un conflitto di visioni, alcune delle quali, a dire il vero,  sono un po’ strampalate. In ogni caso vale la pena conoscerle e farsi poi un’idea.

Ieri sera ho continuato ad apprezzare la fotografia della pellicola, ma ho ignorato corvi, gabbiani, sangue e “paura” e mi sono deliziato nell’osservazione di due scene in particolare: una si svolge a Bodega Bay, presso il Tides Café, dove gli avventori, dapprima increduli di fronte a quanto di innaturale sta accadendo, tentano di spiegarsi la causa dell’attacco da parte dei “dolci uccelli”; l’altra è la scena finale, quando Mitch(Rod Taylor), insieme alla madre e alla sorellina Cathy, accompagna all’ospedale la bionda e algida Melania(Tippi Hedren).Le due scene offrono, a mio parere, più di uno spunto di riflessione e risultano, in qualche modo, dialoganti, se si considerano gli uccelli e la loro inaspettata e violenta ferocia una metafora del male che, con le stesse modalità di attacco dei volatili, piomba sugli esseri umani, nel film i personaggi, che si sbizzarriscono nel fornire, ciascuno secondo le proprie conoscenze ed esperienze, una spiegazione non sempre sostenuta da argomententazioni forti. Particolare, sempre nella scena del caffé, il ruolo di Melania che, come Mitch e a differenza degli altri, non esprime le sue ragioni, limitandosi tutt’al più a narrare quanto è accaduto. Al Tides, invece, tutti hanno qualcosa da dire sull’impazzimento degli uccelli: la vecchia esperta ornitologa, incarnando la visione naturalistico-catastrofista, tesse un elogio degli uccelli e ne amplifica la possibile quantità numerica, minacciosa per la stessa sopravvivenza degli esseri umani; il religioso, invasato di alcool ed esperto di scritture sacre, sciorina versetti di Ezechiele e Isaia, propendendo per una visione apocalittica del fenomeno; l’esperto di mare evidenzia la novità dell’attacco dei gabbiani al suo peschereccio; non manca, infine, una visione per così dire xenofoba, infatti un’avventrice del Tides accusa Melania, proveniente da San Francisco, di essere la causa del male, come se la giovane donna avesse condotto con sé dalla sua città il germe della follia e della catastrofe. 

Nessuna delle interpretazioni sembra però plausibile, se si analizza il prosieguo del film; il capolavoro di Hitchcock insiste, invece, sul silenzio esegetico, proponendo nella scena finale non uno svelamento delle cause del male, ma un attraversamento, fisico e insieme morale, della carica invasiva dello stesso. Mitch attraversa a sangue freddo, e quasi ieraticamente,  il male, limitandosi a scansarlo, e riesce a raggiungere il garage  per recuperare l’automobile. La quale condurrà lui e le tre donne(Melania delle tre è la più bisognevole di cure mediche)all’ospedale sotto lo sguardo minaccioso e “rumoroso” di corvi e gabbiani. Il male così resta lì battendo le sue ali.

Superato, ma non sconfitto. Quello che conta, sembra suggerire Hitchcock, è superarlo, anche attraversandolo.