Gli uccelli

uccelliDopo molti anni ho rivisto Gli uccelli, uno dei classici sempreverdi di Hitchcock, che trasse parte del soggetto da un racconto di Daphne du Maurier; credo di averlo visto, per la prima volta, da adolescente, quando RaiUno, il lunedì sera, dedicava la prima serata alla proiezione di un buon film. Allora i miei occhi furono catalizzati dalla ferocia degli uccelli, per lo più corvi e gabbiani, e impressionati dalle loro violente beccate sui corpi dei personaggi, pertanto passò in secondo piano  l’interpretazione generale del film, che ha dato, invece, vita a un conflitto di visioni, alcune delle quali, a dire il vero,  sono un po’ strampalate. In ogni caso vale la pena conoscerle e farsi poi un’idea.

Ieri sera ho continuato ad apprezzare la fotografia della pellicola, ma ho ignorato corvi, gabbiani, sangue e “paura” e mi sono deliziato nell’osservazione di due scene in particolare: una si svolge a Bodega Bay, presso il Tides Café, dove gli avventori, dapprima increduli di fronte a quanto di innaturale sta accadendo, tentano di spiegarsi la causa dell’attacco da parte dei “dolci uccelli”; l’altra è la scena finale, quando Mitch(Rod Taylor), insieme alla madre e alla sorellina Cathy, accompagna all’ospedale la bionda e algida Melania(Tippi Hedren).Le due scene offrono, a mio parere, più di uno spunto di riflessione e risultano, in qualche modo, dialoganti, se si considerano gli uccelli e la loro inaspettata e violenta ferocia una metafora del male che, con le stesse modalità di attacco dei volatili, piomba sugli esseri umani, nel film i personaggi, che si sbizzarriscono nel fornire, ciascuno secondo le proprie conoscenze ed esperienze, una spiegazione non sempre sostenuta da argomententazioni forti. Particolare, sempre nella scena del caffé, il ruolo di Melania che, come Mitch e a differenza degli altri, non esprime le sue ragioni, limitandosi tutt’al più a narrare quanto è accaduto. Al Tides, invece, tutti hanno qualcosa da dire sull’impazzimento degli uccelli: la vecchia esperta ornitologa, incarnando la visione naturalistico-catastrofista, tesse un elogio degli uccelli e ne amplifica la possibile quantità numerica, minacciosa per la stessa sopravvivenza degli esseri umani; il religioso, invasato di alcool ed esperto di scritture sacre, sciorina versetti di Ezechiele e Isaia, propendendo per una visione apocalittica del fenomeno; l’esperto di mare evidenzia la novità dell’attacco dei gabbiani al suo peschereccio; non manca, infine, una visione per così dire xenofoba, infatti un’avventrice del Tides accusa Melania, proveniente da San Francisco, di essere la causa del male, come se la giovane donna avesse condotto con sé dalla sua città il germe della follia e della catastrofe. 

Nessuna delle interpretazioni sembra però plausibile, se si analizza il prosieguo del film; il capolavoro di Hitchcock insiste, invece, sul silenzio esegetico, proponendo nella scena finale non uno svelamento delle cause del male, ma un attraversamento, fisico e insieme morale, della carica invasiva dello stesso. Mitch attraversa a sangue freddo, e quasi ieraticamente,  il male, limitandosi a scansarlo, e riesce a raggiungere il garage  per recuperare l’automobile. La quale condurrà lui e le tre donne(Melania delle tre è la più bisognevole di cure mediche)all’ospedale sotto lo sguardo minaccioso e “rumoroso” di corvi e gabbiani. Il male così resta lì battendo le sue ali.

Superato, ma non sconfitto. Quello che conta, sembra suggerire Hitchcock, è superarlo, anche attraversandolo. 

6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Billy Hunt (@BillyHunt69)
    Ago 18, 2013 @ 23:20:55

    Dalla stessa voce di Hitchcock ripresa in un documentario di alcuni anni fa che avevo visto in TV sapevo che la sue tecniche per allestire paura e terrore si miscelavano tra i ricordi visionari di chissà quali accidenti infantili, accentuati a dovere, e il susseguirsi di ipotesi nevrotiche o sconnesse nei comparenti, in questo caso i pseudo esperti della specie in rivolta. Come ci fai notare, lasciando il “male” libero di ripresentarsi alla prossima occasione, credo che il Maestro si garantisse la possibilità di tenere perennemente teso il filo della sua e delle nostre paure.

    Buona settimana caro Prof !
    Ray

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  2. melchisedec
    Ago 19, 2013 @ 07:57:07

    @Non conosco l’intervista, Billy. Quello che riporti fa capire che nelle opere d’arte, come sempre, c’è un substrato auto-bio-grafico che innesca lo scatto della narrazione e la messa in scena dei fantasmi dell’immaginario. Saperli condividere con l’espressione artistica è la sfida di ciascun Grande.
    Buona settimana a te! 🙂

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  3. Billy Hunt (@BillyHunt69)
    Ago 19, 2013 @ 12:35:51

    La mia personale opinione è che Hitchcock esternasse le sue occulte fobie anche al fine di esorcizzarle. Accumulava per poi sprigionare …
    Nella stessa intervista mi ricordo che gli chiesero quale fosse stato il momento della sua vita dove aveva provato maggior paura. Senza esitare rispose: quella volta che mio padre mi mandò alcune ore in prigione per punirmi di una banale ragazzata.

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  4. 'povna
    Ago 20, 2013 @ 19:04:12

    Mi pare che la tua interpretazione coincida anche, tra l’altro, con altre pellicole di Hitchcock, e dunque sia coerente con la sua costruzione metafisica del poliziesco come “risoluzione della vita”.
    Un film splendido e per me terribile. Ce l’ho in dvd, ma è tanto che non lo riguardo, devo dire.

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