Lingua dal “paradiso”

A spizzica e mozzica mi sono trascinato in queste vacanze la lettura di Angelus Novus, una raccolta antologica di saggi e frammenti di Walter Benjamin, curata da Renato Solmi per la Einaudi. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, sia per la difficoltà dell’impianto critico-filosofico benjaminiano, che strizza l’occhio a movimenti di pensiero eterogenei(da alcune proposizioni romantico-visionarie alla Fenomenologia con frequenti incursioni nella Scuola di Francoforte), sia per la frammentarietà strutturale di alcune sue posizioni; a ciò si somma il carattere appassionato della sua prosa, che ora assume il rigore apodittico di un profeta, ora il carattere ludico di uno che sa dominare la parola ornata, il cui fiorire sboccia nell’accumulatio, nel rovesciamento/capovolgimento logico dei sintagmi, nell’allegorico. L’antologia in questione raccoglie argomenti di critica storica e filosofica, tra cui di rilievo “Destino e carattere”, “Il compito del traduttore”, “Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo”, interventi critici su Baudelaire e Parigi, su Goethe, Leskov e Kafka tra gli altri. Ho trovato particolarmente piacevole la disquisizione di Benjamin sulla lingua in generale e su quella dell’uomo. Il critico-filosofo sembra propendere per una visione teo-naturalistica dell’origine della lingua; di là dall’opinabilità della sua tesi, mi pare interessante, e assai suggestiva, la distinzione che egli opera tra lingua conoscente e lingua giudicante. L’essenza della lingua conoscente è costituita dal nome, quella della lingua giudicante, invece, dal giudizio che l’uomo dà sulle cose; in tale contesto il primigenio peccato originale dell’uomo consisterebbe nel fatto che la conoscenza a cui seduce il serpente, il sapere di ciò che è bene e male, è senza nome. Il sapere del bene e del male abbandona il nome, è una conoscenza estrinseca, l’imitazione improduttiva del verbo creatore. La conoscenza delle cose è fondata nel nome, quella del bene e del male è “ciarla”, giudizio. Con esso l’uomo esce dallo stato paradisiaco, avendo offeso la purezza eterna del nome, e fa della lingua il mezzo di una conoscenza inadeguata(bene e male) e anche un segno senza cose.

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4 risposte a Lingua dal “paradiso”

  1. Ilaria ha detto:

    Hai ragione, è una distinzione davvero suggestiva e mi ci ritrovo molto. Anch’io ho letto quell’antologia alcuni anni fa, ogni tanto mi è capitato anche di rileggerne qualche passo. I miei saggi preferiti o almeno che mi sono rimasti più impressi sono quello su Leskov (per tutte le riflessioni sulla figura del narratore e sulla sorte della narrazione, alcune delle quali particolarmente acute pensando all’oggi) e quello su Kafka, per la lettura complessiva che dà di questo autore; ma anche le riflessioni sulla città, la folla, la modernità.

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  2. 'povna ha detto:

    Benjamin è uno di quei critici/filosofi (un po’ come, nell’ambito delle teorie della mimesi Auerbach) che costituiisce il bagaglio minimo necessario di qualunque studioso di critica letteraria. I saggi di Angelus Novus, poi, con la loro decisa propensione allegorica costituiscono un bello sguardo interpretativo sulla modernità (e anche in chiave allegorica si legge il saggio sulla lingua, considerata, à la Baudelaire, elemento essenziale per la rappresentazione onirico-flaneuristica del rapporto individuo (osservatore)-mondo). Forse alla fine preferisco alcuni passi dei Passages, e L’opera d’arte nel’epoca della sua riproducibilità tecnica, proprio per l’impianto più organico, la trovo sempre un saggio splendido. Ma, detto questo, alcuni saggi di Angelus Novus sono stati davvero fondamentali per la scrittura di alcuni miei lavori!

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  3. melchisedec ha detto:

    @La trattazione su Kafka, Ilaria, è sublime. Ben trovata!

    @Povna, “L’opera d’arte…” è una pietra miliare, come giustamente Auerbach per la mimesi.

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  4. Ilaria ha detto:

    Grazie caro Mel 🙂

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