Pur con molte riserve, pur riuscendo a mala voglia a contare fino a dieci per non stracciarli, cosa che una volta ho fatto davanti a una classe che rimase sbigottita(e divertita), uso i libri scolastici adottati; di fatto i libri scolastici esistono, gli studenti, o meglio le famiglie, li acquistano ed è corretto usarli, salvando il salvabile. Talvolta, per mancanza di tempo, non riuscendo a strutturarne di miei, assegno gli esercizi di comprensione e analisi, che corredano le pagine antologiche. Detto sinceramente, non verifico a priori la qualità dei quesiti, riservandomi di farlo durante la correzione in classe. Quasi puntualmente, in fase di correzione, ancora prima di raggiungere la seggiola, sedermi, chiamare l’appello e avviare il laboratorio, mani alzate fluttuano nell’aria in attesa di sottopormi all’interrogatorio sui quesiti canismentula, cui i primini non sono riusciti a rispondere adeguatamente. Nello specifico, a proposito di una macabra novella, si chiede agli studenti se la scelta ardimentosa della protagonista costituisca anche una sorta di riscatto delle donne, considerato che il Certaldese destina la sua opera alle donne afflitte dalle pene d’amore e relegate nel loro piccolo spazio domestico. Non è prematuro, cronologicamente e culturalmente, parlare di riscatto delle donne nel secolo XIV? E poi, alle donne di quale ceto sociale Boccaccio destinerebbe le sue novelle? Alle casalinghe del popolo minutissimo alle prese con la pulizia delle masserizie o alle gentili e tanto oneste, che impreziosiscono con la loro grazia spazi cortesi reali e virtuali, strappando sospiri e lamenti a giovani altrettanto adorni di gentilezza? Qual è lo statuto di cotali donne? Narratarie? Reali? Il quesito, in tal senso, è lacunoso. Sinceramente sono rimasto perplesso, però in classe s’è acceso un  dibattito moderatamente(da me)vivace, che ha fornito ai ragazzini un lume fiochissimo di ciò che può voler significare studiare i classici.