Aria di carnevale

Oggi un giorno di frenesia. Ho corretto compiti dalle 4.45 alle 6.30 del mattino, 5 ore su 6 a scuola, di cui tre passate a spiegare, e, nel pomeriggio, sono stato catapultato in una festa di carnevale per bambini. Ho scattato qualche foto, ma l’ho modificata con effetti. 50 diavoletti circa, che si sono scatenati, o quasi. Fortuna che c’era un animatore! Nelle due foto, tra i vari giochi, i piccoli, a turno, tentano di ghermire con un braccio meccanico(da far stizzire pure un santo!)dei tappi di plastica, operazione non agevole anche per la baraonda delle due squadre. Si sono divertiti due ore con “niente”, tra l’altro con materiale da riciclare.

E, infine, la calma di questo giaggiolo nel giardino pubblico del mio centro.

 

Confusi, ma solidali

scansione0015Ai virgulti di prima ho assegnato un testo arduo da analizzare, come ardua, d’altro canto, l’architettura dei quesiti posti. Il cuore della storia è nel delitto commesso da un ragazzo, di imprecisata età, si può desumere sia adolescente, con uno strumento trovato per caso sulla strada. Nessuna intenzionalità nel commettere il misfatto, ma molto caso, congiunture, irrazionalità. Ne paga lo scotto una piccola bambina, verso la quale, dopo il delitto, pare che il giovanotto nutra uno smisurato amore. Ho proposto una siffatta storia, perché, nonostante sia stata scritta nel secolo scorso, tuttavia emana un profumo d’attualità, che richiama la cronaca nera. Speravo che la gratuità(banalità)del male facesse sgorgare dai crani dei ragazzi qualche riflessione da sviluppare in classe dopo la correzione del compito, ma gli unici segnali di attualità sono stati una caserma e degli agenti(di quale forza dell’ordine?), che animano immotivatamente i loro compiti. Nel testo proposto non si fa alcun riferimento a una caserma, dove i giovanotti hanno ipotizzato sia stato trattenuto il reo per l’interrogatorio, né tanto meno a degli agenti; si parla, invece, di giudici e si inferisce che sia in atto un processo.

Il quadro dei voti fa piangere, mi fa piangere davvero. E me ne assumo la responsabilità. Devo imparare, invece, a porre domandine idiote, come fa la maggior parte dei colleghi, stile “Come si chiama il protagonista?”, “Com’è vestito?”, “In quale luogo si svolge la storia?” e così via(volutamente sto banalizzando). E giovedì farò tremare i vetri delle finestre, non prima di avere dato conto e ragione, in modo circostanziato, degli errori commessi e delle strade, che avrebbero potuto imboccare per rispondere alle domande.

In questo quadro tragico c’è posto per un sorriso. La maggior parte dei ragazzi, sebbene confonda agenti con giudici e caserma con tribunale, ha solidarizzato tutta quanta con la bimba assassinata, dimostrando un certo senso civico: hanno fatto intendere al lettore(me)che, se si fossero trovati casualmente di fronte alla scena, avrebbero impedito con tutte le loro forze che un’innocente stramazzasse per terra, giacendo esanime in un lago di sangue. Qualcuno ha liquidato l’assassino affibbiandogli il bollino di pazzo, ma ciò non è bastato per la sufficienza. Soltanto due alunni, di cui un insospettabile(pare che sonnecchi in aula), sono riusciti a entrare nella profondità del non senso razionale della storia proposta. 

Datti un voto, un volto + Stromae

Per chiudere sul 64° Festival della canzone italiana, trovo brioso, intelligente e orecchiabile il brano di Renzo Rubino. Prima di questo Sanremo neanche sapevo dell’esistenza di questo straordinario cantautore. Insomma “Ora” è il mio pezzo preferito. E ho deciso di acquistare il suo cd.

L’altro splendore di Sanremo. A D O R A B I L E!

Lanxremo

Ho letto, qua e là, del calo di ascolti di Sanremo, di cui, premetto, ho visto piccoli squarci, non avendo la forza di sopportare le frequenti interruzioni pubblicitarie e la prolissità del programma in sé. Come sono mutati i miei costumi! Da adolescente non mi perdevo neanche una puntata e con i compagni di scuola si gareggiava a indovinare le prime tre posizioni, assegnando dei punti ai cantanti, che si esibivano nel corso delle serate. Oggi, a malapena, conosco i loro nomi, peraltro alcuni a me ignoti. Probabilmente seguirò per intero l’ultima puntata, a patto che si organizzi tra amici un sabato sanremese da trascorrere insieme mangiucchiando e sorseggiando del buon vino. Sarà, tuttavia, un’impresa seguire l’ultima puntata attentamente per via delle intemperanze di Luna, la gatta dei miei amici, le chiacchiere e le critiche dei commensali, che si sovrapporranno alla musica e ai testi.

“Calo” di ascolti, ho esordito. Come mai? Non penso che ciò sia da imputare all’adorabile Littizzetto e alla conduzione volutamente ectoplasmatica di Fabio Fazio. Il nodo è nella struttura composita dello spettacolo, una sorta di lanx satura dei nostri tempi la quale, qualcuno ricorderà, segnò nell’antica Roma, dopo il 365 a.C, funestato da una pestilenza, una produzione, per così dire autonoma, della letteratura mimetica e, successivamente, diegetica dal carattere prevalentemente latino. Dopo la performance dei ludiones etruschi a Roma, giunti appunto in città per scongiurare ulteriori esiti prevedibilmente nefasti per i cives, attori, musicisti e mimi nostrani si specializzarono nella messa in scena di uno spettacolo misto, fatto di squarci sovrapposti, e talvolta sconclusionati, di vita contadina e cittadina, giochi di destrezza, canzoni e gag, che trovarono, ben presto, il sostegno del testo scritto, determinando, peraltro, l’avvio della letteratura latina. La lanx satura segnò, perciò, per i Romani l’esodo da una situazione di crisi e l’inizio del decollo successivo. Il Sanremo di questi ultimi anni somiglia proprio a una lanx satura, un piatto ricolmo di prelibatezze, ma giustapposte e sconclusionate, quasi prive di un filo logico comune, con l’aggravante, per noi, che non usciamo fuori da una pestilenza, ma vi siamo immersi fino al collo; in queste due serate s’è visto di tutto un po’, vuoi anche per la commistione tra gara canora e celebrazioni storiche della Rai, crisi economica e istrionismo politico, bellezza e banalità, poesia e celebrazione storica, però la sensazione che ho provato è di spaesamento e disorientamento e, tra l’altro, ho perso anche il filo del fine per cui, in queste sere, ho premuto il numero 1 del telecomando: gustarmi le canzoni e seguire la gara. 

Sa(u)le

I-Moyenne-6994-l-escadron-de-la-charite.aspx_Dopo tre anni due colleghe hanno ri-assaporato finalmente il gusto di entrare in una classe vera e insegnare le materie, nelle quali sono regolarmente abilitate a seguito del penultimo, glorioso concorso a cattedra. I tagli dissennati e il riordino gelminiano le avevano relegate in una sorta di progetto-limbo, che aveva permesso loro di rimanere titolari nella mia scuola, pur insegnando in sale ospedaliere tra medici, infermieri, fleboclisi, sacche di sangue, urina e cacca e quanto di più accattivante possa esserci in un reparto per ragazzi permanentemente infermi, alcuni in bilico, tuttora, tra la vita e la morte. Grazie allo “spezzatino” di una cattedra, che a metà anno si è sgretolata per gravi, e presumibili, problemi della titolare, le due docenti-crocerossine hanno rubacchiato spezzoni di cattedra e, stamani, imbracciando libri e registri personali(quelli virtuali sono andati a puttane, causa penuria di strumenti in dotazione e perenne viavai della linea adsl), sono salite in cattedra. Erano gioconde e festanti, quasi fosse il loro primo giorno di servizio. La loro gioia mi ha fatto ricredere; avevo malignato che in quelle sale asettiche le due facessero la pacchia, non essendo sottoposte alla regolarità delle lezioni proprio a causa della salute altalenante degli infermi. Ma che pacchia! Per poco non si sono ammalate di depressione. Nelle classi vere potranno almeno respirare un po’ di sana aria di gesso e di polvere. Per i ragazzi ospedalizzati sarebbe opportuno privilegiare, a mio parere, le lezioni in video-conferenza anziché trasformare un docente in un precettore privato, oltre tutto non preparato, psicologicamente e professionalmente, a sostenere il carico di uno stress non di poco conto, e l’alunno in una vittima doppiamente penalizzata. In video-conferenza l’ospedalizzato sarebbe motivato a seguire da sé le lezioni e a “partecipare” alla vita della classe. Che noia, poi, deve provare il povero alunno! Non solo sorbirsi un letto d’ospedale, ma anche le ciance contenutistiche di un docente perseguitato dai tagli fatali. Livello motivazionale davvero eccellente.