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ts1586v3-72Ho lottato con tutto me stesso per far convergere le forze centrifughe dei colleghi di lettere su un piano di lavoro non dico comune al mille per mille, ma quasi. Rilevo, però, qualche fallimento e sono scoraggiato a tal punto che, dopo anni di coordinamento, il prossimo settembre rassegnerò le dimissioni, dando così spazio ad altri che, molto probabilmente, impiegheranno fresche energie e nuove idee più di quanto abbia fatto io, ma non prima di ammettere orgogliosamente che a me è toccato il grosso della programmazione di lettere di un intero istituto dopo il riordino dei licei. Nonostante le convergenze dei più, quelli insomma che sono riusciti a tacitare le spinte egotiche all’autoincensamento titanico in direzione di una fisionomia condivisa, tuttavia un gruppetto di colleghe, lacerate da antichi retaggi di sensi di colpa, da sottoporre a uno psicanalista, ha continuato a brigare tra i corridoi e la sala-docenti, stimando l’operato comune altrui un sempre di meno rispetto al loro individualistico di più. Sempre scontente, sempre incontentabili, iperperfezioniste di strumenti didattici, prime donne di iniziative culturali comunque pregevoli, tali colleghe hanno di fatto creato un dipartimento nel dipartimento, producendo tra i colleghi delle crepe, che molto spesso ho dovuto sanare con non poche difficoltà. Probabilmente anch’io mi sono macchiato di orgoglio e presunzione, se è vero che ho sperato di strutturare, tutti insieme, una piattaforma comune; ci sono riuscito in parte e devo accontentarmi di questo magro successo personale. Il resto lo mollo al mio “successore”.

Le parole zitte

ts2332v3-57A partire dalla morte inaspettata e improvvisa del migliore dei colleghi di filosofia, uno splendido cinquantenne dal garbo elegante e dal cipiglio coraggioso, capace di dar filo da torcere a un intero collegio, compreso il DS, pare che da qualche anno la mia comunità scolastica abbia scoperto che la malattia esiste anche dietro una cattedra. E con essa anche Lei, la Morte. Ma se ne parla di nascosto, dentro le stanzette, fra i corridoi. A due a due, a tre a tre, in crocchio. Molto spesso noi professori, almeno agli occhi degli alunni, appariamo immortali ed esenti dalle patologie, e magari ce le augurano pure quando, nel bene e nel male, commettiamo un’ingiustizia nei loro confronti. Poi, però, quando improvvisamente il migliore, porca miseria, finisce sotto un cumulo di terra o dietro una lastra di marmo, è un profluvio di rimpianti, ricordi e suono della campanella ad ogni anniversario. Dicevo appunto che da qualche anno la malattia grave o degenerativa è diventata familiare nella mia scuola, ma un dato accomuna tutti i colleghi con infermità permanenti o con ricadute periodiche: il silenzio(Che poi il mio liceo non è popolato da matusalemme). Con questo non voglio dire che uno debba mettersi davanti al microfono e annunciare a tutti i colleghi che sta morendo o che sta male, però si respira nell’aria quella tipica ipocrisia intellettuale, e intellettualistica, di coprire a tutti costi e ipocritamente la malattia o l’infermità. Io penso che la ragione di tale scelta sia ascrivibile alla vergogna di sentirsi additati come malati, come se la condizione patologica fosse percepita dagli occhi degli altri colleghi come una diminuzione della propria professionalità, preparazione, autorevolezza. Triste è semmai apprendere da un sms o da una telefonata che un collega è deceduto, mentre una settimana prima ci avevi scambiato quattro chiacchiere o ti ci eri scontrato durante una riunione. Alcuni obietteranno che la causa del silenzio sia una sorta di pudore rispettoso nei confronti di se stessi e degli altri. Ma con quale coraggio oggi si può parlare di pudore, quando si sbandiera ai quattro venti il meglio, o ciò che è ritenuto tale, di se stessi? Che si è fighi, belli, intelligenti, in forma, dotti, superiori agli altri, con quattro amanti, uno ad ogni angolo di strada, ma malati no, malati mai. 

Le rose dei quattro papi

ts1635v4-87In questa domenica dei quattro papi, mentre seguo a mordi e fuggi la diretta della canonizzazione dei due Giovanni, ché non si può ignorare innanzitutto il valore storico e culturale dell’evento, rimango, ancora una volta, stupefatto dinnanzi alla perfetta organizzazione di ogni minimo particolare della celebrazione. Compostezza, silenzio, semplicità, unanimità(dei fedeli), ordine, umiltà(Benedetto con Francesco), simmetria(nella rappresentazione scenografica).

A livello estetico la scena è dominata dall’armonico incastro dei colori; il bianco liturgico prevale sul porpora ecclesiastico, mentre risulta ecumenica la scelta dei colori dei fiori posti ai lati del palchetto dell’altare: sono 30.000 le rose variopinte, provenienti dall’Ecuador, composte per l’occasione a guisa di cespuglio attraverso una gradazione che dal bianco giunge fino al rosso. Spiccano quelle poste di fronte all’altare: sembrano formare un simbolo, o una rosa stessa o un bocciolo di fiore o una fiamma. Sembrerebbe anche un omega capovolto e dolcemente arrotondato. Da un’inquadratura ho potuto appurare che non si tratta delle tipiche rose semichiuse, che si trovano nelle serre e vivai italiani; i petali della corolla sono, invece, ben aperti e nessuno stelo sembra accennare a un eventuale allettamento. Le rosse, che ho osservato più attentamente delle altre, sono degli autentici capolavori di bellezza a tal punto che l’osservatore dubita se si tratti di un dono della natura o del manufatto di un abile scalpellino di rubini.

 

Centum oculos nox occupat una

ts2208v3-4Critici più autorevoli di me hanno già versato inchiostro per pennellare la seconda esperienza di scrittura di Gesualdo Bufalino, Argo il cieco ovvero I sogni della memoria, Sellerio editore 1984, perciò non starò qui a tessere chissà quali trame di parole per tratteggiarne la fattura strutturale, gli antenati illustri nel grande albero genealogico della letteratura e quant’altro. In tal senso mi pare più opportuno rimandare all’utile introduzione, nell’edizione Tascabili Bompiani, di Massimo Onofri e agli studi di Nunzio Zago. Eppure qualche parola devo spenderla.

Un doppio ordito narrativo, come di quei ricami di cui si sa distinguere con nettezza quale sia il dritto e quale il rovescio, attraversa la struttura del romanzo e la meraviglia del lettore scaturisce proprio dal poter confrontare i due volti del manufatto letterario, il diario-memoria e il retrobottega metanarrativo, di incubazione ideale e di manifattura artigianale del primo. Fiume primaverile in piena la ricostruzione autobiografica, legata all’estate del 1951, ancorata nello spazio della Modica melagrana spaccata, torrentello in secca il silente dialogo dello scrittore con il lettore e con se stesso, metafora quest’ultimo di quella stagione della vita che s’inerpica per i sentieri della senescenza alla ricerca di quell’oasi di vita, che fu la gioventù d’amore, consumatasi per l’io narrato nell’estate del 1951. Sbaglierebbe il lettore, se liquidasse il secondo romanzo di Bufalino come una sorta di operazione di recupero romantico della gioventù d’amore dello scrittore(stile Un’ estate fa), che si materializza nella figura del narrante- protagonista; il libro, a mio parere, è un lunghissimo interrogativo, posto al lettore e allo scrittore stesso, circa la possibilità di essere felici attraverso l’amore, o meglio attraverso i mille volti d’amore che si incontrano o s’incrociano nel cammino di una vita o in quello di un’unica stagione. E ancora se tali incroci di volti e di corpi e di amplessi, immaginati e reali, possano coincidere con la ricerca soggettiva della felicità. Amore, felicità, cecità. Questo il telaio su cui viene teso il tessuto della trama narrativa, i cui gangli sono le parole, anzi la lingua  di Bufalino.

Il lettore, proprio grazie alle pause metanarrative disseminate qua e là lungo il fiume del recupero memoriale, prende coscienza che l’io-memoria non pesca nel fondo del pozzo del tempo che fu affetto da virosi proustiana, né tanto meno vuole fissare in un quadro storico-sociale la Sicilia modicana, o la siciliana Modica, degli anni ’50 per leggere in filigrana un’epoca intera; certamente Argo il cieco è anche questo, ma la vena narrativa di Bufalino, altamente poetica, è scevra di ogni radiografia sciasciana della mentalità siciliana, né strumentalizza verghianamente la sicilianità per confezionare un prodotto letterario. Non è lettura filosofica(e antropologica)pirandellianamente parlando; forse, per alcune movenze, ma sono brevissime soste, la prosa di Bufalino di questo romanzo si può accostare a certi spaccati lirici di Conversazione in Sicilia di Vittorini. L’originalità, che s’imprime nella testa del lettore, è tutta invece nella lingua, tanto che interi segmenti narrativo-poetici vivono in sé e per sé, costituendo dei singoli gioielli di alta fattura, perciò, più di tutto, Argo il cieco colpisce il lettore, ed è anche la sua originalità, per l’impasto linguistico che Bufalino sa amalgamare con maestria avvincente, guidando, e perché no costringendo il lettore, ad aprire i cassetti della memoria letteraria: su corposi assi metaforici, che ricordano la metafora continuata di zecca barocca, ma dove è assente il gioco virtuosistico fine a se stesso, lo scrittore incastona citazioni dotte, allude, impasta, modella e forgia una prosa oserei dire rococheggiante, che disarciona gli angusti limiti del finito e apre le vie siderali dell’infinito, dell’oltre e del vagheggiamento immaginifico.

Ecco alcuni lacerti:

[Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.]
[Le altre tre stagioni, prima di quell’ estate, erano volate via presto, né tristi né liete. L’autunno recò qualche garza di nebbia dietro i vetri dell’ aula, e la mosca più cavallina a spirare, zampettando, fra due pagine di registro. L’ultimo fico d’ottobre si raggrinzì di dolcezza, non colto, su uno stecco di ramo irrigidito dal freddo, rimasero nei campi i fiori di cardo soltanto, in piedi, come un gramo plotone di scheletri cappuccini. Poi i gelsi nei cortili cominciarono a perdere foglia, prese a piovere ogni giorno, dalle otto e mezza alle nove, di proposito, come per un’invidia delle stelle contro la prima, sempre promessa e sempre differita, passeggiata dell’ anno di scuola. Le ragazze giungevano con uno smilzo fagotto di libri appeso al mignolo destro, speranzose di poterlo lasciare sul banco dentro la nativa cinghietta, per avviarsi alla buon’ora in colonna su per le rampe di Monserrato. Illusioni. Erano appena in vista del portone d’ingresso che udivano dalla voce del preside Biscari il vecchio proverbio ch’ egli s’era inventato contro di loro a mo’ d’affettuoso e inalterabile scherno: “Cielo a pecorelle, scuola a catinelle.” Ancora più furenti se in quello stesso momento, mentre levavano come velenosi rinfacci ‘le pupille alle’ minacce del cielo, uno sbuffo di tramontana le coglieva alla sprovvista, senza risparmiarne, è doloroso dirlo, il pudore. Si issavano ad alzabandiera, e sbalordivano il mondo, le sottane tenebrose dei diciott’anni; e quel lampo dissotterrava lembi di carne imprevedibilmente paffuta, pubblicava golfi d’ombra, dessous talvolta non precisamente illibati.]
[Che cosa curiosa: sono ciechi entrambi, amore e felicità, però non stanno bene insieme. L’amore non è certo una pace, né vale a sospendere il tempo, bensì lo accorcia e dilata. Inoltre introduce nella mente un ingombro di larve eloquenti, un cinema pubblicitario e farnetico, con una voce che grida in perpetuo: tu, tu, tu!; e un’altra che replica colpo su colpo: io, io, io … Non ha nulla da spartire, l’amore, con un’idea di felicità. Salvo quando non è ancora giunto e lo aspettiamo dietro i vetri, coltivandone il vizio nella mente, e fiutandone da lontano il fiato come un allarme di primavera. Ora dunque, se volevo essere felice, che c’entrava, l’amore? Forse nulla ma forse a me piaceva chiedere entrambe le cecità, e mi rifiutavo di scompagnarle, le mischiavo insieme sotto uno stesso nome contrabbandiere. Molto più tardi avrei saputo da un savio orientale che la felicità può essere questo: ascoltare di notte il canto di una bambina che se ne va dopo averci chiesto la strada. Per intanto i miei denti di lupo giovane non avrebbero permesso a nessun Cappuccetto Rosso di allontanarsi cantando…]

 

Pasquaggi 2014

Finestra con ciclamini

 

Violacciocche

Angolo monastico