La piccola pésca di Melville

scansione0022Una gradevolissima scoperta i racconti di Herman Melville; non li ho letti tutti, ma me ne sono capitati tra le mani, e sotto gli occhi, cinque, raccolti in un’antologia acquistata qualche giorno fa; nello specifico sono contenuti “La veranda”, “Il venditore di parafulmini”, “Il campanile”, tratti dalla famosa raccolta “I racconti della veranda”, e “Il tavolo di legno di melo” e “Io e il mio camino”, che, al contrario dei primi tre, non trovarono mai sistemazione in una raccolta. Furono probabilmente le difficoltà economiche dello scrittore a far sì che egli vendesse parte dei suoi scritti ad alcuni editori, cedendo anche parte dei diritti. Come in Moby Dick, anche nei racconti letti il protagonista-narratore si trova impegnato in una lotta tra se stesso e un oggetto che, o per imponenza smisurata o per un potere straordinariamente incontrollabile, innesca un’osservazione analitica, mirante a indagare la natura di quello, e al contempo un percorso di conoscenza orientato a esplorare i più nascosti recessi dell’animo umano. Fa eccezione “Il venditore di parafulmini”, in cui l’offerente, un bizzarro e olimpico truffatore, sfoderando l’arma della parola veementemente terrifica, tenta di convincere il protagonista-acquirente a comprare a tutti i costi un parafulmine, con cui proteggere se stesso e la casa dall’eventuale, e millantata, rovinosa scarica dei fulmini. In questo racconto è riuscitissima la struttura antitetica caratterizzante i due interlocutori: l’ostinazione caparbia del protagonista, inamovibile dal calduccio del camino, di cui il venditore amplifica il pericolo di conduzione elettrica ai fini del suo raggiro, e l’inconsistenza liquida dello stesso che, pur grondante d’acqua e intriso d’umidità, declina l’invito del padrone di casa, reiterato lungo tutto il racconto, a riscaldare le sue gelida membra. Di notevole rilievo è il racconto, falsamente goticheggiante, “Il tavolo di legno di melo”, in cui il protagonista(lo stesso Melville con le figlie e la moglie), dopo anni di noncuranza e oblio in cui è rimasta il solaio della casa, dopo averne rinvenuto nel giardino la chiave arrugginita, va alla scoperta dei suoi tesori nascosti. Fra insetti e ragnatele, sepolto da una coltre di polvere, emerge dal buio un tavolo circolare, con tripode luciferino, che diventerà parte integrante, e attiva, del mobilio di casa. Quale segreto vogliono svelare i tic tic tic del tavolo di melo, che prostrano di terrore le figlie del protagonista e solleticano la curiosità della moglie? La presenza di spiriti? Forse i rumori sono frutto di suggestione o c’è altro? Un racconto magistrale. Assimilabili, invece, per prospettiva d’indagine sono i racconti “La veranda” e “Il camino”; in essi la visuale narrativa è interamente autodiegetica: la costruzione di una veranda, che permetta allo scrittore-osservatore di poter godere del tepore dell’interno e della libertà del cielo aperto, e i tentativi della moglie di far demolire un imponente camino che, secondo le testimonianze familiari e le voci del paese, nasconderebbe al suo interno i tesori nascosti da un antenato. Nei due racconti l’angulus della casa diventa anche narrazione simbolica della dimensione interamente soggettiva esplorata da Melville ed è straordinario che ciò si verifichi proprio attraverso l’insistenza su elementi realistici della veranda e del camino: quanto più particolareggiata si snoda la descrizione dinamica dei due spazi, tanto più arbitrario e parziale, ma non per questo meno privo di assolutezza, diviene il giudizio dello scrittore. Un parziale assoluto, che affascina il lettore.

“La luce che illuminava la soffitta pioveva da questa unica fonte e filtrava attraverso una fitta tenda di ragnatele. Infatti scala, piattaforma e scaletta erano tutte ammantate e tappezzate e imbaldacchinate di ragnatele, che pendevano in funeree masse anche dall’oscuro soffitto a spigoli, come muschio della Carolina in una foresta di cipressi. In queste ragnatele dondolavano, come in aeree catacombe, miriadi di mummificati insetti di ogni specie. Salita la scala che conduceva alla piattaforma, e soffermatomi a riprender fiato, mi trovai sotto gli occhi una scena ben curiosa. Il sole era a mezzo cammino. Attraverso il piccolo osteriggio una copertura lanciava di sbieco una specie di tunnel iridato che perforava la tenebra del solaio. In questi raggi danzavano milioni di larve di insetti. Contro l’ osteriggio poi, con un frenetico ronzio; si affollava una massa dorata di altre migliaia di insetti. Siccome volevo far piovere più luce nella soffitta, cercai di aprire il pannello, ma non trovavo segni di chiavistelli o maniglie. Solo dopo aver scrutato a lungo scoprii una specie di nottolino, incastrato come un’ostrica nel fondo del mare nelle accumulate sedimentazioni di ragnatele, crisalidi e uova d’insetti. Spazzate via queste, m’accorsi che era chiuso a chiave. Con un chiodo storto cercai di forzare la serratura, quando centinaia di minuscole formiche e mosche mezzo intorpidite sgusciarono dal buco della serratura e, sentendo il calore del sole sulla lastra di vetro, cominciarono ad agitarsi intorno a me. Altri insetti apparvero, e poco dopo ne ero letteralmente coperto. Come se infuriati per la mia invasione delle loro tane, in infinite schiere balzarono da sotto, e mi sbattevano contro la testa come delle vespe. Infine, con una rabbiosa spinta, riuscii a spalancare l’abbaino … e, oh, che cambiamento!”(da “Il tavolo di legno di melo”).

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2 risposte a La piccola pésca di Melville

  1. 'povna ha detto:

    Sono d’accordo con il tuo giudizio sulla bravura assoluta di Melville nella misura breve. Si è talmente abituati a pensare al capolavoro epico, che talvolta ci si dimentica di quanto la sua prosa e il suo talento narrativo siano illuminanti in generale.

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  2. melchisedec ha detto:

    @Povna, ho trovato “delizioso” il periodare del Melville “breve”, in futuro lo proporrò ai miei allievi. Dico esserci un racconto, uno solo nell’antologia dei ragazzi. Niente, proprio niente.

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