Il dono

In alcuni centri della Sicilia, e ne ho avuto esperienza indiretta, nei tre giorni che seguono la morte di un caro si è soliti porre, in un angolo della casa, del pane e dell’acqua in segno di simbolica offerta amorevole al defunto stesso che, ancora legato al mondo terreno, se ne sfamerebbe prima di avviarsi all’eternità. Manco a dirlo, quel pane e quell’acqua, un rifornimento per l’itinerario d’oltretomba, rimangono lì dove sono stati posti e più che all’anima vagabonda servono ai vivi forse perché possano attutire il dolore del distacco e mettersi la coscienza a posto per eventuali omissioni d’amore nei confronti del morto stesso. Ad un quadro simile ci riporta l’incipit della novella di Grazia Deledda proposta quest’anno ai maturandi nella traccia “Il dono”, sebbene nella versione deleddiana vi sia qualche variante rispetto alla tradizione siciliana: in questa il defunto si sfama per viaggiare verso l’aldilà, in quella si allude a un suo possibile ritorno, un nostos dalla morte alla vita garantito dalla carne, dal vino cotto e dalle bucce d’arancia che l’orfano Felle si preoccupa di sistemare su un’asse della tettoia, affinché i cani non possano toccarli e farne “strage”. Felle condivide perciò con la madre il bisogno di donare dei segni simbolici(la carne e il vino alludono al tema della resurrezione)al padre defunto, ma nella sua giovanile innocenza attende anche lui un dono e, pur nel dolore dell’assenza paterna, va oltre la sua condizione di solitudine. Dopo cena, infatti, esce da casa e varca la soglia della casa dei vicini, curioso di sapere quale sia il dono che il padrone di casa, un altro Padre, ha in serbo per le figliole. Con sorpresa, incoraggiato dall’accoglienza dei vicini, scopre che il loro dono è un bambino(un fratellino)che la padrona di casa ha partorito, accudito amorevolmente dalla di lui sorellina, Lia. Se a “comprarlo” è stato il padre, a donarlo è stato Gesù, quel Gesù per il quale le campane di Natale hanno suonato il “Gloria”.

Credo sia anche questo il motore primo che ha fatto sobbalzare di sdegno molti lettori dopo aver letto la traccia “Il dono”: considerare un figlio dono di Dio, “tacendo” che è il risultato della fecondazione di un ovulo femminile con uno dei tanti spermatozoi maschili, finalizzata a formare una cellula, da cui si svilupperà una nuova vita. Politicamente parlando, non è una questione irrilevante, perché la spiegazione meramente scientifica e meccanicistica della nascita di una nuova vita è posta a fondamento della concezione del “figlio” come diritto degli esseri umani, mentre l’atto divino di donazione esclude in tutto e per tutto la naturalità dell’evento come la scelta e la responsabilità dell’essere umano(madre e padre). Ammesso che la scelta ministeriale sia la prosecuzione della longa manus della Chiesa attraverso i rappresentanti di Scelta Civica, i nostri diciottenni sono così sprovveduti da non avere un’idea personale di cosa significhi “avere un figlio”? E, ipotizzando che ancora non l’abbiano, sono così intellettualmente proni da subire l’influsso “malefico” delle gerarchie clerico-fascistoidi, che si servirebbero di una prova d’esame per imporre i propri diktat politico-morali? Se così è, provo orrore, ma mi sgomenta anche la tendenza, imperante in molteplici settori della cultura italiana, al pensiero unico(da qualunque ambito provenga). E per giunta ad imporlo. Dal canto mio, semmai avessi proposto una novella del genere ai miei allievi, mi sarei soffermato proprio sul tema del “dono”, del “donare” e del “donarsi”. Essere generosi, pensare e agire con generosità è diventato quasi una forma di “peccato” sociale, di cui ci si deve vergognare. Questo, penso, il messaggio per i candidati, un modo per spingerli alla riflessione, sebbene con proposte anacronistiche, in un contesto culturale contemporaneo, dove talvolta il diritto, pur elaborato da esseri umani, sembra offuscare la ricchezza e l’irriducibilità a formula dell’essere umano stesso.

 

 

11 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. Ornella Antoniutti
    Giu 20, 2014 @ 07:01:53

    Molto interessante la tua riflessione, carissimo Melchisedec. Sono d’accordo con la tua conclusione, sul tema del dono non vedo secondi fini di suggestione ecclesistico/catechistica.
    Del resto preferirei pensare a un figlio come a un dono, magari della generosità della natura, piuttosto che a un fatto meramente meccanicistico di incontro di cellule. Per cui ho molto apprezzato le tue virgolette.
    E poi diciamolo: Deledda e Quasimodo sono forse anacronistici, ma al loro tempo hanno “donato” molto. Chissà chi verrà ricordato dei nostri contemporanei tra cento anni.

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  2. melchisedec
    Giu 21, 2014 @ 07:00:38

    Infatti, Ornella! Quanta produzione contemporanea legata al bisogno del momento! E poi?

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  3. 'povna
    Giu 22, 2014 @ 19:17:39

    Il punto non è questo, o non solo, sul dono, è proprio la critica tematica. I testi proposti nel tema sono legati da un solo filo rosso: la totale incompetenza tematica di chi li ha pensati come corpus, perché appunto non vanno a codificare nulla di ciò che letterariamente chiamiamo rete tematica, sistema di motivi, etc In questa ottica, l’unico filo rosso è quello spiritualistico-cristiano, un elemento che in tutta evidenza sposta però la questione dall’ambito artistico-letterario.
    Venivo per segnalarti il bell’articolo uscito sulle Parole e le cose, ma vedo che lo hai trovato da solo. Aggiungo allora questo di Luperini, anch’esso interessante, a mio avviso, sulla questione.
    http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/274-sulle-prove-di-italiano-dell%E2%80%99esame-di-stato-la-poesia-di-quasimodo.html

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  4. melchisedec
    Giu 22, 2014 @ 19:51:09

    Grazie, Povna, per il rimando a Luperini(che adoro, come tu sai). Ma non mi convince proprio la sottovalutazione di Quasimodo che, per l’uso che se ne fa a scuola, va bene. Lo studente non è un critico letterario chiamato a soppesare quanto e come un autore possa essere considerato canonico. E io che propongo Carducci(due anni di seguito, in seconda e in quinta)dovrei essere messo alla gogna? 🙂 Più “retrogrado” di Carducci c’è forse Monti.
    Per rimanere nel tema, una prova d’italiano deve accertare che lo studente sappia capire(non importa il che cosa, se Montale o Deledda, Carducci o Quasimodo), commentare, storicizzare, interpretare, criticare e smontare. Con il cemento necessario dell’argomentare SEMPRE.

    L’articolo su Le parole e le cose l’ha segnalato il prof. Giuseppe Antonelli(Università di Cassino). Ecco perché ci sono andato, ma ricordo che tu hai parlato del sito, che accoglie nomi da brivido(positivo).

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    • 'povna
      Giu 22, 2014 @ 22:15:12

      La questione, io credo, come ben spiegano nei due articoli, non è se sia giusto o sbagliato proporre un testo e un altro durante l’anno in quanto insegnanti (peraltro, io su questo ho una posizione che già avevo argomentato anni fa, parlando della presentazione del manuale dell’Amica Collega, e credo che la libertà di insegnamento, sacrosanta, non possa e non debba mai coercire la libertà di giudizio degli alunni, libertà che si può ottenere solo cercando di proporre loro tante e tante cose variate). La questione invece secondo me è: a) quale sia la consapevolezza con la quale noi insegnanti la proponiamo, cioè se da stanchi ripetitori di vecchi programmi o da membri attivi e aggiornati di una comunità ermeneutica del nostro tempo (in soldoni: posso proporre Quasimodo e Carducci ma, da docente aggiornato, devo essere in grado di sapere che la critica ha cambiato idea sul canone e spiegare ai miei alunni il perché e il per come dell’evoluzione di questo canone); b) il ministero nel proporre l’ultimo rituale che ha valore legale dell’istruzione secondaria non può e non deve dimostrare di essere così attardato e fuori dal dibattito stesso, dibattito che viceversa sarebbero proprio le istituzioni a dovere recepire e alimentare in luoghi opportuni, quali appunto l’esame di stato).

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      • melchisedec
        Giu 23, 2014 @ 08:26:39

        Chiarissimo, Povna. Negli anni ’80, in effetti, se non ricordo male, il vecchio tema di letteratura aveva un occhio più vigile sul contemporaneo, sebbene poi si scrivessero temi da vecchio manuale scolastico. Per rimanere, però, in tema, ritengo si sia amplificata eccessivamente la questione su Quasimodo. Stento a non scorgervi una polemica politica, cui ormai siamo abituati anche per un nonnulla. Sono contento in ogni caso del confronto.

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        • 'povna
          Giu 23, 2014 @ 14:53:34

          Anche a me fa sempre piacere il confronto! Sulla polemica politica, se parliamo di prova finale dell’istruzione di stato, con valore legale, direi che parliamo appunto di politica, dunque per come la vedo io è bene che, se dibattito, o polemica, ci sia, siamo consapevoli che non può che essere politica.
          Infine, una precisazione sul canone. Quando parlo, parliamo, di “canone aggiornato” non mi riferisco al fatto che si debbano proporre tanto, o solo, testi super-contemporanei, ma al necessario aggiornamento critico che dovrebbe avere il personale della scuola. Quasimodo è stato oggetto di un attivo dibattito critico, e così Deledda, negli ultimi venti anni, che sono stati i venti anni che hanno portato rivedere il canone poetico espungendolo almeno in parte (a favore, che so, di Sereni o Fortini, faccio i primi due nomi che mi vengono a tiro in poesia) e anche quello letterario in generale. Fenoglio, da un lato, Buzzati e/o Levi fantastico, dall’altro, ma anche il recupero del valore profondamente innovativo dei racconti fantastici della Scapigliatura ottocentesca, tra i più europei della nostra produzione in prosa del diciannovesimo secolo, per dire. Quanti insegnanti sanno che ci sono racconti di Tarchetti che intertestualizzano con Gautier o Poe, per dire? Quanti fanno leggere Camillo Boito all’interno di un percorso tra arte e letteratura fantastica? Quanti leggono Lo specifico del dottor Menghi di Svevo, un racconto dialoga con Wells? Eppure queste sono banalità critiche in contesti universitari di lezioni di triennio. E’ mai possibile che l’aggiornamento del canone critico a scuola sia ancora fermo, metaforicamente, alle tre corone? E’ mai possibile che di fronte a quelli che sono a tutti gli effetti colleghi (i docenti all’università) abbiamo una sudditanza psicologica, mediamente, che ci spinge a parlarne come di mostri sacri, cui dare del voi, da venerare, invece che, come avviene negli altri paesi europei, normali colleghi con cui si dialoga in contesti critici culturalmente avvertiti?

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          • melchisedec
            Giu 23, 2014 @ 17:32:17

            Addirittura le “tre corone”! 😆
            Purtroppo l’aggiornamento critico è legato alla volontà dei singoli, né è proponibile forzatamente, sebbene la tentazione, da parte mia, ci sia di imporlo a tutti(ma chi sono io? Uno dei tanti!) e nonostante sia un dovere del docente; in questo caso quale sarebbe il risultato? Quasi identico allo stato attuale. E’ dequalificante che il desiderio/volontà di aggiornarsi non scaturisca dalla professionalità stessa del docente. Poi c’è il sistema-Italia, che ci fagocita in un circolo vertiginoso di ignoranza incrostata.
            Sulla scelta di Quasimodo però, con tutto il rispetto per l’aggiornamento critico, che è necessario, ecco cosa riporta Maggiani su Il fatto quotidiano:
            “È una poesia bellissima, straordinaria, scritta benissimo. Fare l’analisi di questo testo, però, è un esercizio di ginnastica mentale non semplice per un ragazzo, bisogna avere una certa elasticità mentale, perché dipinge un mondo che non c’è più del quale un diciottenne non conosce neppure l’esistenza. I ragazzi non sanno che cos’è una zagara, ad esempio, e sono sicuro che non sappiano riconoscere una gazza. Io sono un fan di Ungaretti, avrei preferito che il ministero scegliesse lui, che è molto più comprensibile per un giovane, perché lui stesso è stato un ragazzo per tutta la sua vita. Quasimodo era un uomo adulto, pieno di nostalgie”. Nessuna nostalgia, invece, per la decisione dell’anno scorso di proporre un autore vivente. “Io sono all’antica – spiega Maggiani – penso che i classici o si studiano a scuola, o poi non si fanno da nessun’altra parte. Forse qualche studente potrà incontrare Magris un giorno, ma finito l’esame cosa sarà di Quasimodo?”.

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  5. Billy Hunt (@BillyHunt69)
    Giu 22, 2014 @ 23:43:51

    Sarei curioso di sapere se qualche candidato abbia fatto riferimento all’impossibilità nel saper distinguere un aldilà pacioso e beato ma differente dalla natura terrena del dono, simbolico e pagano, ma efficace a tener vivo il ricordo. Personalmente un pensierino ce l’avrei fatto.
    Ray

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  6. melchisedec
    Giu 23, 2014 @ 20:09:24

    Ho trovato questa splendida poesia sul sito “Le parole e le cose”.

    I classici
    Butterati dalle ustioni, fra i ponteggi
    dei restauratori i classici guardano
    a noi con l’occhio sazio del rapace
    che ci riduce a istanti. Non sopportano
    luci artificiali: notte sia notte,
    nubi a plotoni senza temporali.
    Stringono il cuore, ma come lo possono
    fare le mani tramutate in ali.
    Nel nostro andare noi li perdoniamo,
    spettri educati, mutili e ideali.
    Se li studiamo, ancora ci minacciano.
    Ma quale polvere. Quali scaffali.(Paolo Febbraro, da “Fuori per l’inverno”, Nottetempo)

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