Plumeria, volgarmente detta pomelia

Ecco la plumeria, uno tra i miei fiori preferiti. Il poeta Lucio Piccolo le ha dedicato una poesia, ma il fiore per la sua bellezza la batte senza pietà. Nella foto c’è anche un ramo di stephanotis.

L’arbusto che fu salvo dalla guazza
dell’invernata scialba
sul davanzale innanzi al monte
crespo di pini e rupi – più tardi, tempo
d’estate, entra l’aria pastorale
e le rapisce il fresco la creta
grave di fonte – nelle notti
di polvere e calura
ventosa, quando non ha più voce
il canale riverso, smania
la fiamma del fanale
nel carcere di vetro e l’apertura
sconnessa – la plumelia bianca
e avorio, il fiore
serbato a gusci d’uovo su lo stecco,
lascia che lo prenda
furia sitibonda
di raffica cui manca
dono di pioggia,
pure il rovo ebbe le sue piegature
di dolcezza, anche il pruno il suo candore.

Anche appassita, la plumeria fa la sua figura.

Rendimi le stelle dell’infanzia

Oggi lascio la parola al poeta palestinese Mahmoud Darwish, di cui ho letto qualche poesia; non lo conosco così bene da poter formulare un giudizio estetico argomentato, ma a primo acchito m’è piaciuto subito, perché egli sa tenere disgiunta la semplicità immediata della parola dal pericolo della banalizzazione auto centrata e dall’eccesso degli orpelli retorici.
La poesia proposta è il canto di un uomo in esilio, che aspira a ricongiungersi alla propria terra attraverso la figura della madre, ma è concepibile anche una lettura inversa, se si considera il contesto storico palestinese. Il ritratto della madre è ricostruibile soltanto a partire dai segni oggettivi del suo esistere e dell’esserci nella memoria del poeta con il ricorso sia a immagini concrete(pane, aroma del caffè, scialle, ossa/spalle, erba, capelli, veste, legna, corda, etc…)sia a immagini-sentimento(carezza, morte, pianto, vita, deità, etc…). Di rilievo l’apparente equivoco che si gioca tra il valore ipotetico e quello ottativo dei congiuntivi imperfetti, che fornisce anche la chiave di lettura della poesia: canto d’esilio sì, ma anche riappropriazione da parte del poeta della dimensione infantile attraverso il contatto, interamente memoriale, con i segni della presenza materna. Regressione nel grembo materno? Immaturità dell’uomo-poeta? Lascio quest’interpretazione ai cultori dello psicologismo, godendomi la poesia per la risonanza interiore che è in grado di generare.

Ho nostalgia del pane di mia madre
del caffè di mia madre
della carezza di mia madre
ho nostalgia.
Cresce l’infanzia in me
e m’innamoro della vita
chè dovessi morire avrei vergogna
del pianto di mia madre.
Prendimi,
dovessi ritornare,
potessi un giorno tornare,
scialle per la tua frangia,
copri le mie ossa con erba
fatta pura al tuo passo
legami
con una ciocca di capelli
con un filo dell’orlo della veste
ché io diventi dio.
Divento dio se tocco
il tuo cuore.
Mettimi,
dovessi ritornare,
legna nel fuoco tuo
corda al terrazzo di casa.
No, non so stare senza
la preghiera del tuo giorno.
Sono invecchiato, rendimi le stelle dell’infanzia
fammi tornare
come tornano gli uccelli
al nido della tua attesa.
(Mahomoud Darwish)

Ginecognosia

Con lo sguardo spento, seminascosto dalla nuvola dei suoi ricci capelli castani, sprofondato nella lettura di un libro, Autilia stava accoccolata sul divano, sollevando, di tanto in tanto e distrattamente, gli occhi, quando il metallico scampanellio della porta d’ingresso annunciava l’arrivo di qualcuno. Ad ogni suo risveglio da quella lettura letargica, seduto di fronte a lei, ma separato da un tavolino tappezzato di riviste, tentavo in ogni modo di incrociare il suo sguardo, spinto non so se dal piacere di rivederla o dalla curiosità di mettere alla prova la sua memoria. Mentre ero impegnato in tal combattimento di sguardi, il mio frugante, il suo sfuggente, venivo disturbato dalla logorrea di Marianeve che, seduta accanto a me, ingannava l’attesa, raccontandomi epicamente le ultime dei nostri conoscenti o le gesta, a dir poco gloriose, di sua madre, una donna storicamente possessiva e ultimamente fuori di testa(tra l’altro…le rimprovera di essere spendacciona, zitella e, a torto, puttana). Tre in attesa. Autilia e Marianeve il ginecologo, io, per pura coincidenza spazio-temporale, una risposta dagli occhi di Autilia.

Di questa ho riconosciuto lo sguardo, triste e dolce esattamente come dieci anni fa, quando per un anno condividemmo una quinta di debosciati(ne bocciammo tre agli esami di stato), che una dirigenza nonnista ci appioppò secondo un’equazione di pensiero talvolta dominante nelle scuole italiane: una classe-scarto, dove mai regnò la continuità del corpo-docente, per due docenti-scarto come noi, ossia assegnati alla scuola provvisoriamente. A scuola non ebbi modo, né più si sarebbe presentata l’occasione, di conoscere Autilia sotto il profilo umano e professionale, perché l’anno successivo lei non riottenne l’assegnazione, mentre io addirittura rimasi nello stesso liceo e per giunta grazie al trasferimento; spesso silenziosa, frequentemente con la testa tra le nuvole, durante le riunioni collegiali non era in grado di esprimere sugli allievi un giudizio che fosse farina del suo sacco, più spesso, invece, si adeguava supinamente all’opinione dominante. Agli esami di stato comunque mi suscitò più simpatia di quanta me ne avesse fatta a scuola: precisa nella valutazione, non fu eccessivamente buonista, condividendo con tutti i colleghi la scelta dolorosa di fermare tre alunni. Talvolta, come era suo costume, si isolava nel suo iperuranio interiore, ma ai richiami del presidente ritornava alacre tra i mortali a svolgere il suo ufficio.

Anche qui, ancora una volta, e a maggior ragione in attesa di una visita medica, Autilia era tornata isola, impermeabile al bianco mare delle pareti della sala e catatonica nell’algore dell’aria condizionata. In un baleno, approfittando della temporanea assenza di Marianeve, impegnata con l’infermiera in non so quale cavillo burocratico, ho rotto il silenzio, porgendo ad Autilia la mano in segno di saluto e al contempo chiedendole con aria retorica se potessi salutarla. La sua risposta un imbarazzato saluto sorridente, non disgiunto dalla pronuncia del mio cognome, segno sicuro della gnosi. Ci siamo rivolti le solite domande di rito, come stai, dove insegni, io sempre nella stessa scuola dove mi hai lasciato, lei presso un istitutaccio dove si fa tutto tranne che studiare. Nel frattempo, manco a dirlo, è tornata Marianeve che, sfacciata com’è, si è autopresentata alla mia collega in preda ad un’ardente curiosità, non difforme da quella improvvisa di Autilia, che mi ha chiesto se Marianeve fosse mia moglie. Non sarebbe stato, infatti, legittimo pensarlo, considerato che ci trovavamo nello studio di un ginecologo? Se non moglie, compagna. Se non compagna, amante. E io perché marito e non fratello? O amico? Visioni limitate da uno spazio fortemente simbolico. Il dialogo è stato brevissimo, interrotto dall’infermiera che invitava Autilia ad accomodarsi nella sala delle visite.

Poco dopo è stata chiamata Marianeve, non prima di avere soddisfatto la sua vorace curiosità.

Suggestioni notturne

Dirimpetto alla mia casa, ai piedi della montagna del leone di pietra, molti anni addietro, è stato costruito un immenso edificio a un piano con tanto di tetto a spiovente che, ben presto, è stato adibito a magazzino per stoccaggio e vendita all’ingrosso di materiale edilizio e, nella stagione invernale, a frantoio. Se non ricordo male, dapprima nacque come frantoio, successivamente l’imprenditore s’è assicurato dei proventi annuali, rifornendo il circondario provinciale di materiale edile. E fin qui nulla di strano. C’è però che dietro l’edificio si erge appunto una montagna e si dà il caso che sia buia nelle ore notturne, pertanto gli eventuali malintenzionati potrebbero averla complice nella realizzazione delle loro braverie; nella parte media della montagna corrono, infatti, ai lati, due stradine polverose, che consentirebbero agli eventuali ladri di raggiungere agevolmente l’edificio, aggirando l’ostacolo dell’ingresso principale. L’imprenditore stupido non è, perciò ha munito l’edificio di un buon sistema di allarme e di tre cani straferoci, che di notte vengono sguinzagliati nell’area perimetrale del caseggiato. Tali cani hanno il pregio di non abbaiare, a meno che non annusino sconosciuti o percepiscano rumori a loro ignoti o dei gatti randagi dispettosi non decidano di sfilare in passerella sul piano del muro di cinta. Non contento di ciò, l’imprenditore è ricorso a una tecnica vecchia quanto la camminata a piedi, come si dice dalle mie parti: lascia illuminato il primo piano dell’edificio con tanto di vetrate a giorno, come se una presenza umana popolasse, anche di notte, quello spazio di cemento e laterizi. E una presenza antropomorfa c’è, in effetti. A chi osserva dalla prospettiva della mia casa non può certo sfuggire una sagoma umana immobile, resa pallidamente bianca dalla luce del neon, senza occhi, bocca e naso, quasi la figura abbozzata di un pittore espressionista, che sembra fissare ossessivamente l’osservatore in carne ed ossa. Perciò, di notte, negli intervalli-sigaretta, sporgendomi dalla terrazza e volgendo lo sguardo verso le finestre del casolare, fumo sempre in compagnia di questo silenzioso sconosciuto che, se decide di parlare, si appropria dei miei occhi e anima nella mia testa,  a mo’ di buonanotte,  gli ultimi scampoli dei favoleggiamenti puerili.

Giro-spesa

Ve la ricordate la mia amica Marianeve, no? Bene, oggi pomeriggio mi ha coinvolto in una delle sue iniziative di donna dal cuore generoso. Mi ha chiesto di accompagnarla, lei alla guida, in giro per il paesello a distribuire buste della spesa, contenenti generi alimentari di base, quali latte, biscotti, zucchero, pasta e passata di pomodoro. Io mi sono limitato alla funzione di accompagnatore e non mi sono schiodato di un centimetro dal sedile per tutto il tempo della distribuzione per un certo imbarazzo provato nei confronti dei beneficiari del pacco-spesa. Di essi Marianeve mi ha tracciato, con dovizia di particolari, la cronistoria economica, ma con altrettanta riservatezza non mi ha rivelato l’identità. In ordine di visita: due sorelle indigenti, di cui una inferma, una famiglia di sette componenti con lavoro saltuario dei genitori e una donna separata(piantata in asso dal marito disoccupato) con due figli da sfamare e mantenere agli studi. Non so in che misura la stagnazione economica in atto abbia contribuito a immiserirli più di quanto non lo fossero già prima, ma fatto sta che l’impoverimento non è una favola, né è leggibile soltanto attraverso le indagini statistiche o i servizi giornalistici ammanniti sotto le festività natalizie e pasquali. È un tipo di povertà silenziosa, mimetizzata perfettamente tra il decoro dell’aspetto e il dosaggio delle parole di ringraziamento; è anche pudica, direi molto dignitosa. E, perciò, credo più autentica di quella strumentalizzata dai pupi dell’italica politica.