Ginecognosia

Con lo sguardo spento, seminascosto dalla nuvola dei suoi ricci capelli castani, sprofondato nella lettura di un libro, Autilia stava accoccolata sul divano, sollevando, di tanto in tanto e distrattamente, gli occhi, quando il metallico scampanellio della porta d’ingresso annunciava l’arrivo di qualcuno. Ad ogni suo risveglio da quella lettura letargica, seduto di fronte a lei, ma separato da un tavolino tappezzato di riviste, tentavo in ogni modo di incrociare il suo sguardo, spinto non so se dal piacere di rivederla o dalla curiosità di mettere alla prova la sua memoria. Mentre ero impegnato in tal combattimento di sguardi, il mio frugante, il suo sfuggente, venivo disturbato dalla logorrea di Marianeve che, seduta accanto a me, ingannava l’attesa, raccontandomi epicamente le ultime dei nostri conoscenti o le gesta, a dir poco gloriose, di sua madre, una donna storicamente possessiva e ultimamente fuori di testa(tra l’altro…le rimprovera di essere spendacciona, zitella e, a torto, puttana). Tre in attesa. Autilia e Marianeve il ginecologo, io, per pura coincidenza spazio-temporale, una risposta dagli occhi di Autilia.

Di questa ho riconosciuto lo sguardo, triste e dolce esattamente come dieci anni fa, quando per un anno condividemmo una quinta di debosciati(ne bocciammo tre agli esami di stato), che una dirigenza nonnista ci appioppò secondo un’equazione di pensiero talvolta dominante nelle scuole italiane: una classe-scarto, dove mai regnò la continuità del corpo-docente, per due docenti-scarto come noi, ossia assegnati alla scuola provvisoriamente. A scuola non ebbi modo, né più si sarebbe presentata l’occasione, di conoscere Autilia sotto il profilo umano e professionale, perché l’anno successivo lei non riottenne l’assegnazione, mentre io addirittura rimasi nello stesso liceo e per giunta grazie al trasferimento; spesso silenziosa, frequentemente con la testa tra le nuvole, durante le riunioni collegiali non era in grado di esprimere sugli allievi un giudizio che fosse farina del suo sacco, più spesso, invece, si adeguava supinamente all’opinione dominante. Agli esami di stato comunque mi suscitò più simpatia di quanta me ne avesse fatta a scuola: precisa nella valutazione, non fu eccessivamente buonista, condividendo con tutti i colleghi la scelta dolorosa di fermare tre alunni. Talvolta, come era suo costume, si isolava nel suo iperuranio interiore, ma ai richiami del presidente ritornava alacre tra i mortali a svolgere il suo ufficio.

Anche qui, ancora una volta, e a maggior ragione in attesa di una visita medica, Autilia era tornata isola, impermeabile al bianco mare delle pareti della sala e catatonica nell’algore dell’aria condizionata. In un baleno, approfittando della temporanea assenza di Marianeve, impegnata con l’infermiera in non so quale cavillo burocratico, ho rotto il silenzio, porgendo ad Autilia la mano in segno di saluto e al contempo chiedendole con aria retorica se potessi salutarla. La sua risposta un imbarazzato saluto sorridente, non disgiunto dalla pronuncia del mio cognome, segno sicuro della gnosi. Ci siamo rivolti le solite domande di rito, come stai, dove insegni, io sempre nella stessa scuola dove mi hai lasciato, lei presso un istitutaccio dove si fa tutto tranne che studiare. Nel frattempo, manco a dirlo, è tornata Marianeve che, sfacciata com’è, si è autopresentata alla mia collega in preda ad un’ardente curiosità, non difforme da quella improvvisa di Autilia, che mi ha chiesto se Marianeve fosse mia moglie. Non sarebbe stato, infatti, legittimo pensarlo, considerato che ci trovavamo nello studio di un ginecologo? Se non moglie, compagna. Se non compagna, amante. E io perché marito e non fratello? O amico? Visioni limitate da uno spazio fortemente simbolico. Il dialogo è stato brevissimo, interrotto dall’infermiera che invitava Autilia ad accomodarsi nella sala delle visite.

Poco dopo è stata chiamata Marianeve, non prima di avere soddisfatto la sua vorace curiosità.

12 pensieri su “Ginecognosia

  1. @Da pomeriggio altruistico(Marianeve quel giorno non aveva un’amica disponibile ad accompagnarla)a pomeriggio di incontro. E che contesto, Povna!

    @76SF, ti ringrazio, 😳 🙂

    @Tenere a freno Marianeve è un’impresa, Pensierini.

    @Ornella, essì, le donne rendono speciale l’ordinario.

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  2. Be’, diciamo che se già Autilia è di suo riservata e un po’ timida (come sembrerebbe da come si comportava a scuola), quello non era il posto ideale in cui risultare disinvolta di fronte a una “vecchia” conoscenza maschile! Mi piace seguire le tue cronache scolastiche ma apprezzo molto anche quando ti lanci in post più narrativi come questo perché hai uno stile tutto tuo.

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  3. @Non è un caso, cara Ilaria, il fatto che abbia affibbiato alla collega il nome di Autilia; dal post non emerge, ma, credimi, quale imbarazzo ho provato in quel contesto, non essendo io parte in causa, se non come accompagnatore! 😳
    Grazie per le tue parole. 🙂

    @Kappadue, sono lusingato. C’è altro da aggiungere? 🙂

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  4. caro mel, Marianeve mi fa impazzire. ricordo benissimo il vecchio post su di lei, ragion per cui mi pare davvero delirante la vecchia mamma che la considera una puttana. A parte il personaggio, devo dire che il nome mi piace moltissimo!

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    • nel senso che mi è troppo simpatica!!!! e non esagero, perché anche se normalmente detesterei le donne troppo buone e passive come lei -penso a quel tipo che lei amava, non riamata, di cui si occupava perfino gestendogli la casa e la figlia – da come la descrivi tu me la immagino impastata di candore e di buone intenzioni, nella maniera più sincera e acritica. Per cui mi fa impazzire come un essere umano veramente RARO (in vita mia non ho mai conosciuto una persona così)

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