Bosco e sottobosco

Negli ospedali palermitani c’è un sottobosco di animali umani vari: posteggiatore abusivo, venditore ambulante di pane e panelle, finto clochard che chiede soldi perché ha fame, becchino in attesa di cadaveri travestito da ambulanziere, etc..,; quest’estate sto familiarizzando con il Cervello, dove è ricoverato un mio carissimo congiunto. Il Cervello l’ho conosciuto molti anni fa, quando diciottenne donai il sangue al compagno di un’amica e circa dieci anni fa la madre di un mio amico vi trascorse gli ultimi giorni della sua vita. Si trova in mezzo al verde, decentrato rispetto al cuore di Palermo, e ciò forse fa sì che l’impatto con un luogo per eccellenza ricettacolo di sofferenza sia meno forte del solito, ma l’impressione gagliardamente naturalistica scema man mano che ci si addentra tra corsie, sofferenze e tipologie umane. Le più varie, come ho detto sopra. Poche miserie tra le persone e molte nobiltà, per fortuna. Tra i parenti dei malati generalmente scatta una solidarietà, che, se non lenisce le sofferenze, almeno le fa dimenticare per qualche minuto. Di rilievo c’è che ho incontrato conoscenti, che non vedevo da anni, persone che hai dimenticato, se non cancellato. E, invece, te le ritrovi sedute accanto in una sala d’aspetto, le incroci in un qualsiasi corridoio o negli spazi dove consumi velocemente un panino. Per la bizzarria delle coincidenze, gli incontri sembra siano stati cuciti da un sarto letterato, quasi un epigono di Pirandello. Uno è stato anche assai imbarazzante, considerato il tipo di relazione affettiva che intercorreva in quel fu. Il mio proverbiale sangue freddo e un po’ di diplomazia mi hanno comunque salvato. Così come i miei occhiali da sole, grazie ai quali ho potuto schermare la meraviglia soprattutto. Mentirei, però, se tacessi il fatto che la vera salvezza è sempre stata la mia buona educazione. Buona è cosa assai vaga, forse è meglio dire saggia. Defenestrare qualcuno dalla propria vita, o anche l’operazione inversa, ci autorizza forse a maltrattare l’essere umano che c’è in tutti, anche in quelli che riteniamo mostruosi per la sofferenza arrecataci?

7 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. gipsy2011
    Ago 05, 2014 @ 18:31:44

    Conosco bene la situazione di cui parli, Mel, ho espresso qualcosa di simile, reazione compresa, nel mio quintultimo post, e lì non c’erano neppure di mezzo situazioni di dolore o sofferenza. Mostrare rancore non ci trasforma in esseri vincenti.
    (Ma davvero si chiama Cervello? Che nome orribile!)

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  2. 'povna
    Ago 05, 2014 @ 22:40:33

    Dipende dalle circostanze. Anche se, concordo, l’educazione impeccabile è a prescindere. Dovuta a noi stessi in primo luogo.

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  3. rosenuovomondo
    Ago 06, 2014 @ 07:54:09

    Ho trovato poca educazione negli ospedali. O meglio, a fronte di persone estremamente corrette, poche, esiste una moltitudine poco educata e cortese

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  4. melchisedec
    Ago 06, 2014 @ 17:03:44

    {Concordo, Gipsy, ma molte cose si comprendono maturando. Il nome dell’ospedale è quello di un medico scienziato, Vincenzo Cervello.

    {Fortuna, Povna, ché non ho mai sperimentato casi estremi.

    {Il personale, talvolta, lascia a desiderare, Rose.

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  5. linda
    Ago 11, 2014 @ 09:48:12

    La buona educazione sempre, anche quando l’interlocutore diventa pesante, dato che non sappiamo mai ciò che si può celare dietro l’apparenza, magari una sofferenza pari alla nostra; o forse no, ma, nel dubbio, meglio una sana calma, concordo con te.
    Mi dispiace molto per il tuo congiunto, spero che si risolva presto e bene.

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  6. roceresale
    Ago 11, 2014 @ 17:05:13

    Ti ci vedo, quasi, dietro quegli occhiali da sole.

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  7. melchisedec
    Ago 12, 2014 @ 07:08:13

    @Linda, grazie! Va un po’ meglio, ma si lotta.

    @Roceresale, davvero? 🙂

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