Le supplenti: la Bigliore

Oggi pomeriggio la trasmissione Fahreneit, sull’onda del proclama del duo Giannini-Renzi, ha trattato l’argomento dei supplenti, così sono riaffiorati i miei ricordi personali di quando ero studente, alle prese anch’io con qualche supplente. Ho deciso di dedicare dei ritratti alle supplenti delle scuole frequentate. Comincio con la Bigliore, supplente in terza elementare, anno scolastico ’73-’74 credo. Dedico il post a Ornella Antoniutti, a Blue(sebbene non sia più fra noi) e a tutte le maestre che leggeranno.

L’amica di mamma, la Bigliore.

La Bigliore, prima di incontrarla a scuola, l’avevo intravista da bambino nel passeggio serale durante la festa patronale di settembre e di lei sapevo che era la cognata di un illustre amico di famiglia. Me ne importava poco, allora.
Me la sono ritrovata a scuola come supplente della mia amata maestra Francesca in terza elementare.
Ignoravo cosa significasse la parola supplente, ma sapevo come mi sarei dovuto comportare, incarnando proprio l’opposto del bambino buono e bravo che ero con la maestra. Distratto, impertinente, disordinato, insolvente, chiacchierone. Io e i miei compagni, quasi per scienza infusa, sapevamo che con la supplente non bisognava studiare. La supplente coincideva per noi con un più o meno breve periodo di vacanza, che si aggiungeva alle canoniche vacanze pasquali, natalizie, estive e dei santi.
Il fatto che i bidelli stessi all’arrivo della supplente ci raccomandassero di comportarci bene era per noi il segnale del via libera allo scatenamento più goliardico.
La Bigliore trascorreva più di un terzo delle quattro ore di lezione, 08.30-12.30, tentando di mettere ordine in classe, sgridandoci, minacciando di chiamare il direttore e castigandoci attraverso la relegazione forzata dietro la lavagna. Tutti obbedivamo all’esilio, ma, tornati al proprio posto dopo un atto di clemenza della maestra e non dopo avere promesso che avremmo cambiato vita, ricominciavamo a schiamazzare come prima. Soltanto nella fase dell’isolamento ci si zittiva; subentrava un effimero sentimento di pentimento per le monellerie compiute e un altrettanto effimero desiderio di tornare al banco e seguire attentamente le lezioni.
L’attività didattica, tra un aereo di carta, il lancio di proiettili di carta attraverso la bic e un’azione di disturbo al compagno di banco o a quello davanti, era monotona; lo strazio era la lettura a turno di un lacerto di brano e la spiegazione, ad altaaaaa voceeeee, del contenuto letto. Lo stress non era tanto costituito dalla lettura quanto dal dito della Bigliore che puntava il distratto di turno allo scopo di punirlo, se non avesse individuato a che punto della lettura ci trovassimo. Oltre che di farlo ravvedere, chiaramente. Credo che le cause della mia distrazione fossero dovute al tono basso e lamentoso della voce della supplente e al suo grosso neo posto tra le labbra e il naso. Anziché concentrarmi sulle parole, miravo il neo della Bigliore, curioso di sapere se fosse finto o reale. Alla lettura, poi, poteva seguire la scrittura di pensierini personali o un dettato, sempre attinenti al tema trattato.

Nel dettato ero imbattibile. Pur distratto, non commettevo errori, riuscendo anche a prevedere la parola che la Bigliore era sul punto di sillabare.

Gli argomenti erano sempre gli stessi. Che poi non è che si spaziasse più di tanto. Le aree di interesse erano la natura, le stagioni, i santi e la religione. Almeno in terza classe. Dei santi in pole position sul calendario sapevo tutto(il mantello di San Martino, gli occhi di Santa Lucia, le peripezie di Giuseppe e Maria, di Maria Goretti e san Francesco, etc…) , così come delle trasformazioni della natura nel corso delle varie stagioni. Ahimè poi subentrava lo strazio numero due, l’illustrazione del tema della giornata. O si era costretti a disegnare un tema assegnato o si lasciava campo libero alla fantasia. Ma cos’era la fantasia? Inventare, credo. E con le immagini non sapevo inventare, perciò o mi beccavo un male a caratteri cubitali o un minuscolo benino che, tradotto, vuol dire maluccio.
Andava meglio in aritmetica sia con le quattro operazioni sia con le prime equivalenze del sistema metrico decimale.
A fine giornata calava in aula un’aria di sfinimento e noia. L’ultima ora trascorreva nel gioco del silenzio, intervallato dagli strepiti della Bigliore, perché qualcuno aveva infranto il silenzio.
Un giorno credo di essermi comportato davvero male, ma non ricordo cosa commisi di brutto. La Bigliore seppe mettermi a posto. Se fino a quel momento erano fallite le punizioni dietro la lavagna e le paventate minacce della sospensione, la supplente tirò fuori un’arma per me formidabile: i miei genitori.
Appena incontrerò i tuoi genitori, gli dirò che razza di scalmanato sei.
Inghiottii silenzioso il rimprovero, imporporandomi dalla testa ai piedi.
E da quel giorno mi comportai come un angioletto.

8 pensieri su “Le supplenti: la Bigliore

  1. Da adulta ho (ovviamente) rivalutato la figura dei docenti supplenti e solitamente provo per loro una grande tenerezza, ché non deve essere facile tenere insieme una classe di qualcun altro, con ragazzini strafottenti ed indisciplinati.
    Il gioco del silenzio… quanti ricordi! 🙂

    Non dimenticherò mai la mia prof.ssa supplente di I liceo, che riuscì a farci piangere sulle poesie di Petrarca e a farci sbellicare sulle novelle di Boccaccio; in pochi mesi riuscì a trasmetterci un interesse genuino per la Letteratura Italiana che mai avevamo avuto e grazie a lei cominciammo a studiare in altro modo e con vera curiosità. Insomma, grazie a lei facemmo IL salto di qualità e io, a distanza di 35 anni, ancora ricordo il suo viso.

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  2. Io ricordo un supplente di filosofia, in quinta liceo, che ci faceva leggere in classe i testi originali, cosa per noi inaudita! Il titolare era un noioso lubrico vecchio, che guardava le gambe sotto le minigonne delle ragazze e voleva le citazioni a memoria, questo giovane supplente ci faceva leggere Nietsche! Ci innamorammo tutte di lui. 😉

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  3. Non posso che ringraziare per la graditissima dedica !!! Mi sono deliziata nel leggere i tuoi ricordi di scolaretto, anche se è molto difficile immaginarti alunno di terza elementare, magari in grembiulino e colletto col fiocco! Ricordo anch’io le estenuanti ultime mezz’ore di scuola di gioco del silenzio. Era molto in voga ai miei tempi. Che barba!!! Invece la “didattica ” del dettato seguito dal disegno è ancora seguitissima. Mah! diciamo che ha i suoi lati positivi, ma ripetuta diventa piuttosto stucchevole!

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  4. Il gioco del silenzio era un must, ma di solito durava pochi minuti, giusto per darci una calmata ogni tanto o farci fare uno stacco. Il parco santi invece è stato piuttosto ridotto: giurerei di aver avuto notizia solo di Francesco d’Assisi, Martino (la storia del mantello!). Supplenti ne ricordo solo due, per pochi giorni, e dire “mi ricordo” è un po’ troppo, ricordo che transitarono. La Bigliore a quel che ho capito deve essere rimasta abbastanza a lungo, e da come la descrivi doveva essere una vera palla.
    (Il dettato, ahimé, è utilissimo. Anche alle medie, ogni tanto).

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  5. La Bigliore era una vipera vestita d’agnella, non ne capiva nulla, secondo me, di insegnamento, né di pedagogia.

    Il primo mese propongo ai ragazzi il dettato in latino, giusto per farli abituare a suoni per loro “ostrogoti”.

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