Le supplenti 4: Il Bruto e la Gazzella

Con il post di oggi concludo la serie di silvae dedicate ai supplenti nell’ambito della mia esperienza scolastica. Dalle elementari passo al liceo, dacché per la media ho scoperto di averne parlato in un vecchio post. Scuola media inferiore, che costituisce la fase centrale della mia formazione, sia per la bravura dei docenti, sia per l’intensità dello studio; ne sono uscito con un bagaglio colmo di sintassi della proposizione e del periodo, di scrittura di temi, parafrasi e commenti, di poemi epici vari, di storia contemporanea e del risorgimento italiano. Stendo un velo sulla matematica, pur essendomela cavata abbastanza bene. Detestavo l’educazione tecnica, anche se ho imparato una miriade di cose sui metalli, sugli alimenti e sulle materie prime.

Al liceo tutto filò liscio per i primi quattro anni, a parte qualche supplenza temporanea. All’ultimo, invece, chi si ammalarono? Dapprima il professore di storia dell’arte, Diego Ocieco, un ignorante patentato, cieco come una talpa, che però un giorno mi appioppò un rapporto sul registro, dopo avere scoperto che ero uscito dall’aula senza avergli chiesto il permesso, per recarmi in bagno(in verità per fumare). Riuscii comunque a farglielo annullare, giocando sulla sua semicecità. Poi la mia amata professoressa di filosofia, Margherita Perdindirindina, una pia donna, signorina fino al midollo, preparata, sebbene soporifera.

Diego Ocieco fu sostituito dal classico pezzo di merda, un supplente, stavolta maschio, che sprizzava dispregio e tedio di vita da tutti i pori, cugino di un attuale politico siciliano, ancora attivo. Un omone alto e sovrappeso, in giacca, cravatta e occhiali da sole, neri come la sua pelle. Si presentò tuonando con enfasi il suo cognome altisonante e sottolineando anche la parentela con il politico. E fu odio reciproco fra lui e noi. Ci tiranneggiava soltanto per il gusto di farlo e interrompeva la spiegazione per porci domande a cui non avremmo saputo rispondere; lo scopo era chiaro: “Io so, voi siete ignoranti”. La sua filosofia didattica, pertanto, si condensava in un narcisismo offensivo e lesivo della nostra dignità di studenti. Nessuno di noi osò mai ribellarsi, né rispondergli a tono, temendo eventuali vendette. Ce lo sorbimmo per due mesi, limitandoci a parlare soltanto durante le interrogazioni. Quando parlavamo, s’intende.

L’assenza della Perdindirindina fu, invece, un colpo per me. Ero legato a lei da un affetto profondo, a parte che la stimavo per come spiegava e interrogava. Grazie a lei ho amato la filosofia, amore che tuttora dura. Margherita Perdindirindina era brava, ma scialba come donna. I suoi colori preferiti erano il marrone, il beige e il verde irlandese e aveva un tic, o forse vezzo, particolare; quando si trovava in difficoltà per una risposta da fornire a uno dei suoi studenti, dapprima ruotava le pupille, chiudeva le palpebre, le riapriva e poi proferiva parola. Ma un giorno la prof. di filosofia scivolò, si ruppe un arto e si assentò per quattro mesi. Fu così che conoscemmo la Gazzella, una fascinosa e misteriosa venticinquenne(credo), con i capelli ricci e lunghi fino al culo, elegante e simpatica, agile e scattante, vestita con abiti dai colori sgargianti. Inizialmente tentammo di scherzare con la prof. giovane per non fare un tubo, poi fu lei a condurci, con garbo e con gentilezza, allo studio serio. Dapprima fece una sintesi dell’ultimo filosofo studiato con la pia prof. e poi ci fece innamorare, fra tutti, di Feuerbach, Marx e Nietzsche. O almeno così fu per me. Anche le interrogazioni furono una novità: si intavolava tutti insieme un discorso, ciascuno apportando un tassello alla costruzione del mosaico filosofico. Quando terminò la supplenza, ci intristimmo tutti. Dai colori dell’arcobaleno a quelli delicati della castità pre-monacale. Ma non prima di essermi sentito un piccolo dio. Un giorno, infatti, accettò un passaggio sulla mia piaggio arancione. E in quello squarcio di anno scolastico, per una volta, fui felice. Felice per avere osato qualcosa, che esulava dall’ambito scolastico.  

 

7 pensieri su “Le supplenti 4: Il Bruto e la Gazzella

  1. Peccato che questi racconti di scuola siano finiti! Realistico molto questo ultimo.
    I precedenti hanno suscitato parecchia nostalgia per una scuola oramai ( ahimè ) decisamente scomparsa!!!

    "Mi piace"

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