Comunque anche Leopardi diceva le parolacce

L’ho letto, riletto e macinato due volte per intero e, relativamente a qualche capitolo, sono tornato più volte a rivederlo. Brioso, divertente e istruttivo il saggio Comunque anche Leopardi diceva le parolacce 9788804634768-comunque-anche-leopardi-diceva-le-parolacce_copertina_2D_in_caroselloscritto da Giuseppe Antonelli, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Cassino e brillante conduttore su radiotre della trasmissione radiofonica La lingua batte.
Fa da prodromo al saggio, la cui nota dominante è costituita dal piglio ironico e leggero con cui il professore affronta temi linguistici corposi, una breve un’indagine sul piano diacronico del fenomeno “errore” nella storia della lingua italiana e altresì da un’ironica disamina degli errori commessi oggi da parlanti e scriventi, ammesso che si possa parlare, sempre e in ogni caso, di errori. Lungi dall’essere un salvacondotto per gli asini, il saggio, attraverso immagini e metafore fortemente icastiche, si propone di dimostrare che l’errore, o meglio ciò che si considera tale, vive una vita brevissima, condizionata dalle variabili tempo/spazio e da una serie di costanti, che attraversano il fenomeno linguistico. Alla vulgata dei benpensanti della lingua, secondo cui esiste un modello di lingua fissa e immobile nei secoli, normata da leggi precise e immutabili, l’autore oppone una visione dinamica, che la vede intersecarsi in rapporto dialettico con il mondo tutto, evidenziando che la deriva delle lingue vive è la normalità, non l’eccezionalità. Sfatato il mito di un’età aurea della lingua, in cui tutti parlavano e scrivevano bene come se da neonati si fossero abbeverati alla fonte ippocrenea delle parole e il seno materno avesse stillato latte di poesia, e tolto, perciò, il velo del lutto alle Cassandre profetizzanti l’apocalisse della lingua, l’autore, dopo aver enunciato alcuni postulati di natura socio-linguistica, snocciola simpaticamente in dieci capitoli, i cui titoli sono ironici(a mo’ d’esempio “Una gita sul pò”, “Un attimino peggio”, “Signora mia, non ci sono più le mezze interpunzioni”, “Con rispetto parlando, i piedi”), alcune questioni vessatissime, portando esempi concreti, illustri e non, delle costanti linguistiche presentate nella parte introduttiva del saggio. Il filo rosso che li lega, ispessito dalla varietà delle fonti citate(21 sono le pagine!), che saccheggiano ogni dove(la gag televisiva, gli autori illustri di ieri e di oggi, i quotidiani, le canzoni, i trattati e i dizionari, il linguaggio degli sms e di internet, etc…), si trova nella lucida e saggia consapevolezza del confine labile e sfumato tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato; l’antitesi, infatti, necessita di essere arricchita del quando, del come e del perché sia giusto o sbagliato dire o scrivere qualcosa. E, a loro volta, anche il quando, il come e il perché non vivono in una dimensione astorica, ma tenacemente radicata nella storia, nel costume, negli atti linguistici dei parlanti, finanche in una hit di grande successo. Sbaglierebbe chi ritenesse il saggio una guida al relativismo linguistico e intravedesse nell’autore un novello profeta di libertinaggio linguistico e grammaticale. È, invece, un invito a chi ama la lingua a restare con i piedi per terra, sollevandoli quando è necessario, ma senza mai esagerare e persino obbligare gli altri a farlo.

7 pensieri su “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce

  1. Molto interessante , un gradevole percorso di storia della nostra lingua scritta e parlata ! E tutto documentato, per di più.
    Ho molto apprezzato il capitolo dedicato alla punteggiatura, da rileggere più volte per gustarne a fondo l’ironia, anche perché ho dedicato molte mattinate a spiegare l’uso dei due punti e del punto e virgola a miei dolci pargoletti di seconda elementare. Chissà se delle mie lezioni è rimasto qualcosa!

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  2. Pingback: Un italiano vero – Il fromboliere entusiasta

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